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Considerazioni intorno alla lingua sarda oggi

Limba
 

Considerazioni intorno alla lingua sarda oggi e i programmi per le prossime elezioni amministrative.

 

Di Michele Pinna

 

La questione della lingua sarda da espressione d’indipendenza e di sovranità nazionale del popolo sardo si è trasformata in una sorta di affaire per linguisti accademici che discettano di standard, di varietà, di linguisti che spaccano il culo al fonema e che creano disorientamento e divisione tra i sardi, senza porsi minimamente il problema e senza affrontare le ragioni che hanno animato e animano il movimento linguistico sardo.

Mentre, invece, la politica e, in particolare, la politica linguistica deve rimettere la questione della lingua sarda al centro della propria agenda programmatica e ridarle quel significato profondo che il sardismo nazionalitario, il sardismo indipendentista, in breve, il sardismo più autentico è in grado di conferirle.

In breve vorrei suggerire una serie di esempi da non seguire e di cose da non fare ed alcune, poche ma sicure, cose da fare affinchè la problematica della lingua sarda riacquisti valore e dignità politica:

 

- Non farei mai, per esempio, quello che hanno fatto le province di Cagliari e di Sassari: per incapacità e negligenza non sono state in grado di spendere (Cagliari) i danari dati dalla Presidenza del Consiglio dei ministri ai sensi della 482/99, diverse centinaia di migliaia di euro, e in qualche caso (Sassari) non hanno fatto alcun progetto valido da farsi finanziare. Per essere precisi, l’unico progetto che la provincia di Sassari è stata in grado di portare avanti, con circa due anni di ritardo, è stato quello presentato dalla uscente giunta Masala (centro destra) proposto dall’Istituto di studi e ricerche “Camillo Bellieni”.

 

- Non seguirei mai le indicazioni di politica linguistica date dai cosiddetti “Rossomori”, il cui segretario attuale Gesuino Muledda, già assessore regionale ai tempi della Giunta Melis, fu tra quelli che bocciarono in aula la proposta di una legge regionale di politica linguistica approvata qualche legislatura dopo su proposta del gruppo consiliare sardista, la 26/97. I “Rossomori” sostengono oggi una linea di politica linguistica retrodatata, dove ancora fanno capolino vecchie ideologie e vecchi pregiudizi linguistici che intendono dividere il sardo in due macro aree: la cosiddetta area logudorese e quella campidanese. E’ una grande sciocchezza. Infatti in questa logica le aree linguistiche della Sardegna non sarebbero due ma 377, tante quante sono i comuni della Sardegna.

 

- Non standardizzerei, infatti, il campidanese (quale campidanese? Quello di Quartu o quello di Pirri, quello di Simaxis o quello di Armungia?) come vorrebbe fare, con vezzo scientifico, ma che nulla ha di scientifico e di storico, la provincia di Cagliari. Aprirei, invece (e questo dovrebbe fare la Regione), una campagna di valorizzazione e di promozione di tutte le parlate locali con le relative norme ortografiche corrispondenti, (come in parte aveva già fatto il Premio Ozieri per la poesia e per la prosa creativa) in un confronto costruttivo con la lingua comune che già da qualche anno è comunemente usata negli atti pubblici della Regione e di diversi comuni della Sardegna nella scrittura e nelle traduzioni di atti e documenti ufficiali. I diversi operatori degli sportelli linguistici, comunali e provinciali, dove esistono e dove funzionano (non nella provincia di Cagliari, non nella provincia di Sassari), sono in tal senso una grande risorsa e costituiscono una grande esperienza da valorizzare e da implementare.

 

- Infine non consentirei, pertanto, che si ritorni indietro agli anni e ai tempi in cui, in malafede, allora come oggi, i nemici della Sardegna e della Lingua sarda, ponevano la domanda “quale lingua sarda?”. La lingua sarda è una ed è quella che ogni sardo parla e sa parlare. Pertanto quella vecchia domanda è da considerare archiviata.

 

Le cose da fare e da fare subito:

 

- Tra i programmi elettorali delle prossime amministrative, in ogni Comune e in ogni Provincia, ci dovrà essere lo stanziamento, nei bilanci ordinari, di una cifra congrua per finanziare la politica linguistica comunitaria (sportelli linguistici, corsi di formazione e di alfabetizzazione linguistica comunitaria, toponomastica, insegne pubblicitarie, cartelli stradali), per sopperire in maniera autonoma e indipendente agli esigui fondi della 482/99. La politica linguistica non possiamo farcela fare dal Governo e dallo Stato. Dobbiamo uscire dallo stagno del bilinguismo integrazionista per andare nella direzione dell’indipendenza linguistica.

 - La Regione dovrà attivare l’Istituto Pedagogico Sardo per la formazione degli insegnanti e per la realizzazione dei materiali didattici necessari. L’Università come la scuola di Stato si sono dimostrate inconcludenti e inaffidabili.  Ecceptio cunfirmat regulam. 

- L’avvio della fase costituente e la riscrittura del nuovo Statuto dovrà trovare il suo asse strategico nell’inserimento del sardo come lingua primaria dei sardi negli uffici e nelle scuole, unitamente all’indipendenza e all’autogoverno del sistema fiscale. In tal senso i programmi e la campagna elettorale delle prossime amministrative non potranno essere un’occasione da perdere per avere il consenso dei sardi.

 - La politica linguistica e la politica fiscale, fermo restando tutto il resto, dovranno costituire la nuova sfida del Sardismo e la nuova stagione della battaglia nazionalitaria-indipendentista.    
 

Un Forum sulla Scuola

Attualità

Un forum sulla scuola sarda: prove tecniche per un nuovo processo e per un nuovo progetto tutto da scrivere e da inventare. Le condizioni ci sono e la voglia anche.

  

Di Michele Pinna

  

La scuola sarda non meno della scuola italiana vive una crisi endemica. Una crisi che la condanna ad una fine ineluttabile nel suo ruolo e nella sua funzione di scuola di Stato. Una scuola nata dopo l’unificazione dello Stato per “fare gli italiani”, come in buona fede auspicava il buon Massimo D’Azeglio, trasformatasi invece in un apparato ideologico-burocratico, un mostro che neanche lo Stato ormai riconosce più e che al di là delle dichiarazioni di principio, ipocrite e retoriche, a destra e a sinistra, nessuno vuole più.

La scuola di Stato dovrà invece trasformarsi in scuola pubblica. La scuola pubblica, al di là dei nomi, nel suo significato più profondo e più autentico dovrebbe essere scuola di civiltà, scuola dove si formano uomini e donne che sono in grado di lavorare, di produrre e di governare i processi politici e i processi economici che ogni società storicamente determinata è in grado di mettere in campo. Tutto il contrario di quello che è stata in grado di fare la scuola di Stato in Italia, di cui la Sardegna, senza volerlo, ne paga più di tutti la sua appartenenza ad uno Stato che non gli appartiene.

Bene ha fatto Paolo Maninchedda ad organizzare a Macomer un forum sulla scuola. Ed altri se ne dovranno organizzare in tutta la Sardegna.  Il salone Castagna gremito di gente fa pensare, davvero, che la voglia di scuola pubblica e di scuola di civiltà sia tanta e che la scuola di Stato sia ormai giunta al capolinea. Una scuola che oscilla tra il piagnisteo di un precariato senza futuro e senza prospettive, perché questo ha creato la scuola di Stato, ed un sindacalismo ancorato,  ancora, per quanto in buona fede, ad un rivendicazionismo anacronistico che stenta ad affondare il bisturi sul tumore di uno statalismo perverso che rischia di distruggere quanto di buono è rimasto nella voglia di conoscenza e di sapere di tanti giovani che la scuola di Stato è solo in grado di frustrare e di mortificare, e di tanti lavoratori sfiduciati e delegittimati da un ruolo e da uno status privo di ogni dignità umana e professionale.

La scuola dell’autonomia? L’ultima trovata da parte di governi incapaci (di destra e di sinistra) di ridare alla scuola la sua dignità, sacrificandola, invece, all’altare di un progettificio privo di alcuna valenza formativa ed educativa e ad una visione amministrativistica che ha trovato nei dirigenti scolastici la nuova maschera e la copertura, si fa per dire, manageriale, di un ministerialismo becero e bieco.

In un passaggio del suo intervento Maninchedda ha detto “più saremo in grado di fare da soli più saremo in grado di crescere”. È l’enunciazione di un programma. Il programma che vede la Sardegna, come altre volte è stato detto, costretta a fare da se per salvarsi. E la scuola sarda dovrà salvarsi, e credo che si salverà se sarà in grado di partire dalle proprie comunità. Dai saperi del suo popolo, dalla propria lingua, dalla propria spiritualità, da ciò che la sapienza del saper fare ci ha lasciato nella memoria. Su questo dovrà lavorare la giunta Cappellacci e su questo troverà il valore aggiunto che potrà risolvere, almeno in parte, il problema di tanti giovani, laureati e non, che ancora attendono un lavoro, nella scuola e fuori dalla scuola.

La presenza del presidente Cappellacci e le parole che ha pronunziato non sono rimaste inascoltate. “Siamo all’inizio di un processo. Di un processo che dobbiamo favorire e sviluppare”, ha detto.

La scuola sarda dovrà perciò andare incontro ad un nuovo processo e, aggiungerei, dovrà iniziare a scrivere un nuovo progetto, una nuova idea di sé stessa e degli uomini e delle donne che dovrà formare. Del popolo che dovrà formare ed educare ad essere sempre più sé stesso, sempre più sovrano, se mai lo sia stato, sempre più protagonista ed artefice del proprio destino.

Crediamo che non sia troppo tardi, anche se siamo abbastanza in ritardo. Le velocità del mondo sono cambiate ed il futuro, oggi, arriva molto più in fretta che nel passato. Se non saremo in grado di costruirlo e di determinarlo, però per noi, ma soprattutto per i nostri figli, futuro non ce ne sarà

   

 Michele Pinna

 

Leviatano: L'Europa in bilico

Politica

 

Michele Pinna

 

L’Europa in bilico: tra Stati accentratori e patrigni ed un’economia senza regole se non le sue. 

Dalla crisi greca i primi segni dell’illusione di un futuro europeo.  

La crisi greca pone all’attenzione questioni che il dibattito politico ha, in tutti questi anni, sottovalutato, e che invece, oggi, irrompono prepotenti nello scenario mondiale, tanto da rimettere in discussione questioni radicali e vitali per la convivenza civile della nostra civiltà, ma ormai assopitesi nel sonno della ragione, tanto che la possibilità che si generino nuovi mostri non è poi così lontana. I mostri dell’oscurantismo e quelli delle dittature monocratiche sono già noti all’Europa; rispolverarne i fantasmi non spaventerebbe più la nostra democrazia. Per quanto ancora bambina, ma come i bambini del nostro tempo che, scaltri e disincantati non si lasciano infinocchiare più né dalle storie di Babbo Natale, né dalle storie della Befana, e neppure credono che i bambini li porti la cicogna o che nascano sotto una foglia di cavolo. Direi, anzi, che, sotto questi profili, è abbastanza adulta. Se i bambini fanno finta di crederci è per essere conformi allo  status infantile che piace tanto ai genitori, che tale status, per i loro figli vorrebbero  durasse per sempre, e ai bambini perché conferisce loro gli agi delle coccole e dei capricci.Così, se non perché può far comodo, o perché può far agio a qualcuno, credo che nessuno, oggi, possa credere che la crisi della democrazia, almeno dove la democrazia vige ed ha una storia, per quanto non lunghissima, ma le cui radici nel liberalismo europeo sono profonde, possa configurarsi e riproporsi con eventi come quelli caratterizzati dal fascismo, dal nazismo o dallo stalinismo.Il problema della democrazia e della libertà, oggi, è connesso ad un altro grande problema, mai affrontato seriamente e, perciò, mai risolto, e per questo più pericoloso dei vecchi, quanto fantasmatici, ormai, eventi dittatoriali, o giù di li, che è quello della sovranità dei popoli e delle nazioni, risiede, invece, e appunto, nella capacità del sistema politico europeo di contemperare i rapporti di indipendenza nazionale con quelli dell’interdipendenza cui l’economia globale, il mercato e la finanza internazionale espongono le società concrete degli uomini, le comunità locali. Al sistema politico europeo che ha avuto ragione, rispetto ad altri sistemi politici, (asiatici, africani, sudamericani) nelle sue enunciazioni di principio: liberali, libertarie, laiche e sovranitarie, è mancata la capacità di concretizzarne e di praticarne le sue premesse e le sue promesse fino infondo. Gli Stati nazionali che dalla loro nascita, per qualche tempo, almeno fino all’ingresso degli Stati Uniti nello scenario mondiale, sono stati in grado di garantire l’economia, la finanza, la sicurezza, nell’ambito del loro potere giurisdizionale, oggi non riescono più ad assolvere a questo compito. Non vi riescono e per i vizi intrinseci alla loro stessa natura e per le nuove dinamiche, quantitativamente e qualitativamente, entro cui si muove l’economia. La virtualizzazione della finanza ha sovrastato l’economia di mercato sostituendo la produzione materiale della ricchezza, tanto cara ai fisiocratici, e al liberalismo ottocentesco, con la circolazione di carta moneta priva di copertura produttiva. E’ il fallimento mondiale dell’economia e del mercato. La natura degli Stati moderni, tutti lo sappiamo, è una natura verticistica, sedicentemente voluti da Dio e dalle dinastie regali. Gli Stati anche quando dopo la rivoluzione francese si sono configurati come repubbliche fondate sull’uguaglianza, la libertà, la fratellanza, ed hanno posto il lavoro, la proprietà e la persona come nuclei generativi della vita associata, in realtà i veri nuclei costitutivi delle nuove forme di statualità sono stati i ceti e le classi sociali in grado di controllare la produzione e la ricchezza. Non è una novità. La verità è che i ceti e le classi detentrici della ricchezza sono state in grado di piegare l’ordine, l’organizzazione e la giurisdizione dello Stato alle loro esigenze e alle loro necessità. Tutta la storia diplomatica e militare europea: da Napoleone a Bismarck, da Clemenceau a Churchill, fino a Maastricht, va in questa direzione. Non è una novità. La verità è che, da Maastricht in poi, per fare questo non c’è più neanche bisogno di uno Stato. Questo emerge dalla crisi greca.  Basta una moneta unica, una super banca, una serie di vincoli e di orpelli giuridici (le cosiddette normative comunitarie ) per penalizzare ogni slancio produttivo locale e per inibire ogni iniziativa che non rientri nei fantomatici parametri comunitari. Chi li decide poi questi parametri? Le modalità, mutatis mutandis, sono le stesse quelle di sempre. In pochi per tutti. Chi prende il malloppo dei fondi comunitari? I soliti pochi, fuorché noi, come sempre. Per chi come noi sardi ha conosciuto la rapacità degli aragonesi e degli spagnoli, e non di meno quella dei piemontesi, cosa volete che sia?E la sovranità? Di chi è, a chi appartiene la sovranita? Al popolo mi si risponderà. Ma in una situazione come quella attuale dove le banche, gli oligopoli finanziari, le multinazionali non hanno più bisogno di uno Stato nazionale men che mai di uno sovranazionale, gli unici che hanno bisogno di nuove forme di Statualità sono i popoli, le nazioni, non quelle artificiali e di carta pesta volute dagli Stati nazionali ottocenteschi, ma quelle vere, che hanno ancora una lingua, un sentire comune, un territorio, finche ce lo lasceranno, delle potenzialità produttive. Hanno bisogno di nuove forme di Statualità che non siano nè il Leviatano terrificante e accentratore come dice l’economista Padoa Schioppa, e siamo tutti d’accordo, almeno a parole, ma neanche uno Stato inteso come “organizzazione potestativa sovrana dotata di poteri coercitivi” come dice  il politologo Sartori. Ne l’una forma né l’altra, di fatto, hanno mostrato nel concreto di poter essere lo Stato dei cittadini, delle nazioni, dei popoli.Le uniche funzioni che lo Stato odierno mette in atto sono la coercizione, spesso inspiegabile e incomprensibile, ed il suo carattere accentratore, per il resto ogn’uno per sé e Dio per tutti. Cosa fa lo Stato, infatti, dinanzi agli operai che perdono il lavoro, dinanzi ai giovani che non lo trovano, dinanzi ai redditi dei poveri cristi che non bastano più neanche per il necessario; ma cosa fa lo Stato dinanzi ad una sanità pubblica allo sfascio, ad una scuola e ad un’Università ormai in condizioni di chiusura, dinanzi alle banche e ai poteri che dello Stato se ne infischiano alla grande. Dinanzi alle lobbyes editoriali che fanno il bello e il cattivo tempo di cui la politica, sotto la spada di Damocle dell’insinuazione dubbiosa sulla moralità dei politici, è solo un ostaggio. Se l’Europa al di là dei proclami sul valore della moneta unica, sui proclami rispetto alla maggior forza contrattuale internazionale dei paesi che vi aderiscono, non riesce ad affrontare le centinaia, le miglia di problemi che quotidianamente affliggono le diverse e molteplici specole locali che la costituiscono. Alcoa, la SIR, il prezzo del latte, la crisi greca, oggi, domani chi lo sa, a cosa serve l’Europa? Ma ancor di più cos’è l’Europa? Forse non di più di quanto siano servite e siano state l’Italia per i sardi, la Spagna per i baschi, per i catalani e per gli aragonesi, il Regno Unito per i gallesi e per gli scozzesi, la Francia per Bretoni e così via. Niente più che patrie patrigne. Un’Italia senza italiani, lo abbiamo detto più volte ma forse con vicende come quella greca dovremo prepararci ad un’Europa senza europei?  Sarebbe questa una nuova catastrofe per l’Occidente, magari l’ultima.   

 

Michele Pinna                

 
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