
La politica linguistica in Sardegna e le leggi di tutela
A proposito dei centocinquant’anni dello Stato italiano. di Michele Pinna
Alle origini della politica linguistica in Sardegna c’è una storia letteraria, una storia linguistica, la storia di un popolo, la storia di una nazione, c’è la Sardegna, c’è un movimento politico e culturale che dagli anni Settanta del Novecento ha posto con forza il problema linguistico come problema fondamentale dell’identità dei sardi e della loro appartenenza comunitaria alla nazione sarda. Strettamente connesso al problema linguistico come problema della nazione e del popolo sardo emerge il problema dell’indipendenza della Sardegna. Un problema, cioè, che pone in discussione le attuali modalità di appartenenza della nazione sarda allo Stato italiano. È un problema che discute sulla legittimità stessa dello Stato italiano come Stato annessionista e inglobante che, a partire da un nucleo territoriale arbitrario, e da una dinastia investita dall’alto, ha dato vita ad uno Stato: lo Stato italiano. Il problema non si risolve neanche dentro quei percorsi storiografici e dentro quelle filosofie della storia che vedono la Sardegna come il nucleo territoriale originario, a seguito del passaggio ai Savoia, dopo il trattato di Londra, che ha dato vita allo Stato italiano. C’è da chiedersi, infatti se i sardi, il popolo sardo, al di là delle decisioni prese dalle classi dirigenti isolane, subalterne e irresponsabili, volessero dar vita ad uno Stato italiano e se volessero farlo con le modalità con cui lo hanno fatto i Savoia e le classi dirigenti piemontesi con la complicità subalterna e irresponsabile di quelle sarde. Crediamo proprio di no. Gl’intellettuali sardi dell’Ottocento come Tuveri e Asproni ci dicono e c’insegnano altre cose. Ci svelano i misteri e gl’inganni che hanno generato l’Unità, la cosiddetta Unità d’Italia. Così come altre cose ci dicono e c’insegnano nel Novecento i Camillo Bellieni, gli Antonio Simon Mossa e tutto il movimento sardista e indipendentista che a questi autori s’ispira. Lo Stato italiano nei suoi cento cinquant’anni di storia per noi sardi ha rappresentato centocinquant’anni di rapina, di prevaricazione, di genocidio linguistico e culturale, di deprivazioni e di depauperamento di risorse umane e materiali. Centocinquant’anni di carne da cannone, di tasse inique, di posti di lavoro occupati ingiustamente da stranieri che non conoscono la nostra lingua e la nostra cultura. Dobbiamo celebrare e festeggiare? Bene! Celebriamo e festeggiamo. Iscussentidos e palipistos. Corruddhi e affushtigaddhi, direbbero a Sassari. Come dire, cornuti, mazziati e magari anche contenti. Il problema non è quello del Nord contro il Sud come vorrebbe far credere il movimento trasversale antileghista. Per noi la questione è molto più grave. Si tratta, infatti, di uno Stato, quello italiano, voluto dai piemontesi, prima, e da alcuni altri, (non certo dalla maggioranza degli italiani) in seguito, che ha impunemente inglobato una nazione senza che nessun organismo internazionale sia mai intervenuto. Tutto ciò potrebbe apparire delirante ma così non è. Nell’Ottocento gli equilibri diplomatici del tempo, di certo, non erano interessati ad una realtà nazionale che si ponesse fuori dai controlli internazionali, cosa che, invece, avrebbero potuto garantire una più rassicurante e non dimeno stupida monarchia come quella sabauda, rispetto ad un’isola fortemente strategica nel Mediterraneo, per la sua portualità e per le sue risorse: dal legname ai prodotti cerealicoli, al carbone, al sale, alla carne, al pellame. Non diversamente da oggi, il cui territorio viene sprecato con insediamenti militari e insediamenti petrolchimici dannosi per la salute e per l’economia, anziché utilizzarlo bene per insediamenti produttivi di ricchezza e di benessere. Il problema linguistico in Sardegna non può essere scisso da tutte queste cose. Rivendicare, non solo la tutela e una, non folcloristica, valorizzazione della lingua sarda, ma un suo uso diffuso, programmato e pianificato in tutti gli ambiti della vita quotidiana privata e istituzionale, per il movimento linguistico sardo, sardista e indipendentista, significa rivendicare la sovranità del popolo sardo e una forma politico-istituzionale che la sancisca, affinchè il territorio e le risorse siano fonte di ricchezza e di salute, prima di tutto per i suoi abitanti. Le attuali leggi di tutela e di valorizzazione: la legge regionale n. 26 del 1997 e quella dello Stato italiano n. 482 del 1999, si rivelano insufficienti da questo punto di vista. Sono Leggi d’integrazione ma non eliminano né la sperequazione né il divario esistente tra la lingua dello Stato e la lingua della nazione sarda. Non ne eliminano il divario culturale e il divario rispetto al prestigio delle due lingue perché non né eliminano la sudditanza della Regione, per quanto a Statuto speciale, rispetto allo Stato. L’integrazione, per sua natura, non favorisce l’indipendenza ma rende meno visibili i meccanismi e le dinamiche che determinano la dipendenza; e per quanto se ne sfruttino gli spazi e le opportunità, la legislazione integrativa è più subdola e perciò più pericolosa rispetto alla creazione di percorsi di non dipendenza verso l’indipendenza. Anche nelle scelte di politica linguistica si tratta, perciò, di uscire dalle logiche dell’integrazione per andare verso le logiche dell’indipendenza. Perciò le leggi di politica linguistica da sole, senza una riscrittura radicale degli ambiti statutari e costituzionali, non bastano: il recente caso del Friuli è emblematico in tal senso. La regione Friuli si vede bocciata dalla Corte costituzionale la propria legge di tutela linguistica perché l’uso autodeterminativo della lingua fuoriesce dagli ambiti del proprio Statuto e dagli spazi che la Costituzione conferisce allo Statuto stesso. Si rende, perciò, necessario riscrivere lo Statuto e anche la Costituzione. Piaccia o non piaccia, questo è. Le avances della Lega sui dialetti, che pure hanno un senso profondo, forse molto più profondo di quanto la Lega non si renda conto, se non vanno in questa direzione lasciano il tempo che trovano. Non bastano le leggi di tutela ne le direttive dell’Unione Europea, per uscire dalle ambiguità del bilinguismo subalterno, spacciato per conquista culturale, e non bastano, per quanto riguarda la Sardegna, a darle la sua dignità storica di nazione sovrana, linguisticamente indipendente, per quanto aperta al plurilinguismo e al multiculturalismo. Questo è il nostro progetto e la nostra ambizione. Ne vogliamo parlare mentre ci si accinge a celebrare il centocinquantesimo compleanno dello Stato italiano? Dalle ceneri di Gramsci un’Italia da rifare, proprio ripartendo dai dialetti.
In Sardegna il problema del sardo a scuola non può essere più rinviato.
di Michele Pinna
L’inizio dell’anno scolastico si profila rovente. Dire caldo è poco. Le classi si estinguono gli istituti si accorpano, i sindacati fanno finta d’incazzarsi e aizzano i precari e gl’insegnanti perdenti posto. Contro chi non si sa. Contro la Gelmini, e va bene, contro il governo, e avanti contro il governo. Manca poco che la mettano sull’esistenziale e che se la prendano contro il destino, contro qualcuno insomma. Perché il problema dei problemi non è trovare soluzione ai problemi ma trovare qualcuno o qualcosa su cui indirizzare la rabbia e le discutibili aspettative della gente. Domanda: in un paese in cui le popolazioni invecchiano e di bambini ne nascono sempre meno si può pensare che la scolarità aumenti? Altra domanda: le promesse e le attese della scolarizzazione di massa negli anni Sessanta sono state fatte su giuste premesse e su credibili e reali aspettative? “Anche l’operaio vuole il figlio dottore” si cantava alla fine degli anni settanta nelle feste dell’Unità. Giusto, forse, ma come diceva Giovannino il cocomeraio “ma con tutti sti dottori che famo?” E’ un problema che per altri versi aveva posto alla sinistra italiana anche Pasolini. Lo aveva posto e non venne ascoltato. Distruggeremo la civiltà contadina, impareremo a disprezzare il lavoro e la fatica abbagliati dai luccichii della tecnica, dimenticheremo i dialetti per parlare le lingue del mercato, i lavoratori entreranno nei grandi circuiti del consumo e del progresso. Eccoci arrivati siamo qua. Le scuole che chiudono, i posti che mancano, i giovani che si sbattono a compilare curricula e a frequentare master e scuole post lauream, sono il risultato di tutto questo. Del mercato, della tecnica, del progresso, dell’emancipazione femminile, della programmazione della maternità e delle nascite. Sono queste le ceneri di Gramsci. E dalle ceneri di Gramsci un’Italia di cartapesta che esorcizza la propria fine preparandosi a festeggiare il centocinquantesimo anniversario del suo Stato, tra un papa teologo che con la sua dottrina cerca disperatamente di colmare i vuoti e le falle della politica, ed un premier costretto a difendersi dagli attacchi di una stampa ruffiana che tenta di sopravvivere cavalcando le onde dell’ipocrisia e del moralismo sessuofobico e guardone. Dall’altra parte in assenza di argomenti e di proposte gl’intellettuali e i salottari della sinistra, più o meno gettonati, cercano d’inseguire Bossi. Persino la Gelmini, spaventata e senza capire bene quello che fa, cerca di stemperare l’uso dei dialetti nella scuola proposti dai leghisti edulcorando la cosa in un generico studio della storia locale e delle tradizioni popolari. L’attacco pur di andare contro la Lega viene esteso anche alle minoranze linguistiche storiche che lo Stato tutela per legge. Siamo veramente al fascismo. Alla sovversione di ogni regola e di ogni credibile buon senso. Ripartire dai dialetti, come avrebbe detto Pasolini, è il passaggio necessario per rifare l’Italia. L’Italia degli italiani: quell’Italia che non è mai stata fatta in centocinquant’anni. Altro che inseguire Bossi. Riflettano nei salotti scalfariani gl’intellettualotti radical chic che pur di andare contro qualcuno, perché questo è il loro unico sport, misconoscono la storia d’Italia e la ignorano nelle sue profonde radici. La giunta Cappellacci, in Sardegna, dovrà prendere una posizione netta e chiara su questi argomenti. Il problema della lingua sarda, non potrà essere più procrastinato. L’azione per il suo inserimento nella scuola dovrà essere immediata e precisa. Un problema serio come quello linguistico non può essere svilito nel polverone antileghista e liquidato come un generico attacco strumentale anticostituzionale, antiunitario, anti non si sa più cosa. Anzichè spalmare danari su progetti inutili, e su fantomatici interventi contro la dispersione scolastica si prepari un programma serio per l’inserimento del sardo e delle discipline storico-geografico della Sardegna a scuola, sfruttando gli spazi del venti per cento riservati all’autonomia scolastica nell’ambito dell’offerta formativa. In Sardegna in questa maniera si potranno garantire non meno di mille posti di lavoro e soprattuto rigenerare il tessuto culturale ormai fortemente comprommesso. Quel tessuto culturale che si conserva nella lingua e che attraverso la lingua può essere restituito alla società. Quel tessuto culturale su cui si fonda l’amore per il lavoro, per l’ambiente, per il territorio, per la famiglia, per gli affetti, per il rispetto del prossimo, per la libertà e per la creatività. I veri luoghi dove una comunità ritorna a riconoscere se stessa nella coesione e nella pace. Tutto le altre cose sono chiacchiere e inutili strumentalizzazioni.
L'Italia di carta pesta s'infrange nei rimossi di una ragione senza fondamenti
I dialetti sono soltanto la spia di una storia culturale che non è stata mai presa sul serio |
| Politica |
Ripartendo da noi stessi potremo riprovare a dare un senso alla Polis

Di Michele Pinna
Qualche tempo fa partecipando in veste di relatore ad un seminario di studi, presso l’Università di Barcellona, dal tema “Il senso della politica” uno studente mi fece una domanda assai singolare. “Secondo lei la politica è un mezzo un fine?” Senza esitare risposi che la politica è un mezzo che talvolta si rende utile per poter perseguire dei fini, quando essa stessa non si pone come fine. L’ambiente in cui parlavo non aveva bisogno di mediazioni o di alcuna dissimulazione per rendere esplicito il fatto che la politica è pratica finalizzata al perseguimento dell’indipendenza degli individui, innanzi tutto, ma delle comunità umane che si chiamino popoli o nazioni, più o meno grandi, più o meno rappresentate da una statualità.
Uno degli assunti fondamentali, in questa logica, è, che prima viene l’individuo, contestualmente la comunità umana in cui l’individuo vive; lo Stato è una delle forme possibili, pertanto, né necessaria né univocamente utile, se si rende utile, per esprimere e rappresentare le esigenze degli individui e delle comunità. Se lo Stato e le forme di Statualità possibili siano utili o meno non possono che sancirlo le popolazioni. In una vera democrazia compiuta nessuno si dovrebbe spaventare se le popolazioni decidessero di riformare, cambiare radicalmente, persino favorire l’estinzione dello Stato, quando esso si rivelasse inattuale, inutile, costoso, antieconomico, in una parola dannoso per le popolazioni.
Nella società odierna, in una visione che definirei globale, l’unico senso che potrebbe avere ancora la politica è quello che la vedrebbe come strumento finalizzato a favorire e a decretare la fine degli Stati e delle statualità. Non è questa idea un residuato di vecchie romanticherie anarcoidi o di nostalgiche passioni marxiste finalizzate alla distruzione dello Stato borghese, ma una delle ragioni fondamentali del liberalismo europeo, e di quelle atmosfere che si respirano in autori come Locke e Montesquieu che il giacobinismo trasformatosi in statolatrismo ha avvelenato, non senza le compiacenze strumentali e interessate di certo cattolicesimo che se da una parte ha costituito la spina nel fianco degli Stati europei dall’altra ne ha preso i vantaggi in cambio di legittimazioni clericali d’occasione. La Francia di Napoleone III, la stessa Germania Bismarkiana, non sono state immuni da queste connivenze e complicità per quanto ci siano più note quelle della cattolicissima Spagna da Ferdinando d’Aragona a Franco, e dell’Italia sabauda, fascista, repubblicana, sia in salsa democristiana, sia in salsa prodiana o berlusconiana.



