Attualità

Un Forum sulla Scuola

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Un forum sulla scuola sarda: prove tecniche per un nuovo processo e per un nuovo progetto tutto da scrivere e da inventare. Le condizioni ci sono e la voglia anche.

  

Di Michele Pinna

  

La scuola sarda non meno della scuola italiana vive una crisi endemica. Una crisi che la condanna ad una fine ineluttabile nel suo ruolo e nella sua funzione di scuola di Stato. Una scuola nata dopo l’unificazione dello Stato per “fare gli italiani”, come in buona fede auspicava il buon Massimo D’Azeglio, trasformatasi invece in un apparato ideologico-burocratico, un mostro che neanche lo Stato ormai riconosce più e che al di là delle dichiarazioni di principio, ipocrite e retoriche, a destra e a sinistra, nessuno vuole più.

La scuola di Stato dovrà invece trasformarsi in scuola pubblica. La scuola pubblica, al di là dei nomi, nel suo significato più profondo e più autentico dovrebbe essere scuola di civiltà, scuola dove si formano uomini e donne che sono in grado di lavorare, di produrre e di governare i processi politici e i processi economici che ogni società storicamente determinata è in grado di mettere in campo. Tutto il contrario di quello che è stata in grado di fare la scuola di Stato in Italia, di cui la Sardegna, senza volerlo, ne paga più di tutti la sua appartenenza ad uno Stato che non gli appartiene.

Bene ha fatto Paolo Maninchedda ad organizzare a Macomer un forum sulla scuola. Ed altri se ne dovranno organizzare in tutta la Sardegna.  Il salone Castagna gremito di gente fa pensare, davvero, che la voglia di scuola pubblica e di scuola di civiltà sia tanta e che la scuola di Stato sia ormai giunta al capolinea. Una scuola che oscilla tra il piagnisteo di un precariato senza futuro e senza prospettive, perché questo ha creato la scuola di Stato, ed un sindacalismo ancorato,  ancora, per quanto in buona fede, ad un rivendicazionismo anacronistico che stenta ad affondare il bisturi sul tumore di uno statalismo perverso che rischia di distruggere quanto di buono è rimasto nella voglia di conoscenza e di sapere di tanti giovani che la scuola di Stato è solo in grado di frustrare e di mortificare, e di tanti lavoratori sfiduciati e delegittimati da un ruolo e da uno status privo di ogni dignità umana e professionale.

La scuola dell’autonomia? L’ultima trovata da parte di governi incapaci (di destra e di sinistra) di ridare alla scuola la sua dignità, sacrificandola, invece, all’altare di un progettificio privo di alcuna valenza formativa ed educativa e ad una visione amministrativistica che ha trovato nei dirigenti scolastici la nuova maschera e la copertura, si fa per dire, manageriale, di un ministerialismo becero e bieco.

In un passaggio del suo intervento Maninchedda ha detto “più saremo in grado di fare da soli più saremo in grado di crescere”. È l’enunciazione di un programma. Il programma che vede la Sardegna, come altre volte è stato detto, costretta a fare da se per salvarsi. E la scuola sarda dovrà salvarsi, e credo che si salverà se sarà in grado di partire dalle proprie comunità. Dai saperi del suo popolo, dalla propria lingua, dalla propria spiritualità, da ciò che la sapienza del saper fare ci ha lasciato nella memoria. Su questo dovrà lavorare la giunta Cappellacci e su questo troverà il valore aggiunto che potrà risolvere, almeno in parte, il problema di tanti giovani, laureati e non, che ancora attendono un lavoro, nella scuola e fuori dalla scuola.

La presenza del presidente Cappellacci e le parole che ha pronunziato non sono rimaste inascoltate. “Siamo all’inizio di un processo. Di un processo che dobbiamo favorire e sviluppare”, ha detto.

La scuola sarda dovrà perciò andare incontro ad un nuovo processo e, aggiungerei, dovrà iniziare a scrivere un nuovo progetto, una nuova idea di sé stessa e degli uomini e delle donne che dovrà formare. Del popolo che dovrà formare ed educare ad essere sempre più sé stesso, sempre più sovrano, se mai lo sia stato, sempre più protagonista ed artefice del proprio destino.

Crediamo che non sia troppo tardi, anche se siamo abbastanza in ritardo. Le velocità del mondo sono cambiate ed il futuro, oggi, arriva molto più in fretta che nel passato. Se non saremo in grado di costruirlo e di determinarlo, però per noi, ma soprattutto per i nostri figli, futuro non ce ne sarà

   

 Michele Pinna

 

Dalle ceneri di Gramsci un’Italia da rifare, proprio ripartendo dai dialetti.

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In Sardegna il problema del sardo a scuola non può essere più rinviato. 

 

di Michele Pinna

 

 

 

L’inizio dell’anno scolastico si profila rovente. Dire caldo è poco. Le classi si estinguono gli istituti si accorpano, i sindacati fanno finta d’incazzarsi e aizzano i precari e gl’insegnanti perdenti posto. Contro chi non si sa. Contro la Gelmini, e va bene, contro il governo, e avanti contro il governo.  Manca poco che la mettano sull’esistenziale e che se la prendano contro il destino, contro qualcuno insomma. Perché il problema dei problemi non è trovare soluzione ai problemi ma trovare qualcuno o qualcosa su cui indirizzare la rabbia e le discutibili aspettative della gente. Domanda: in un paese in cui le popolazioni invecchiano e di bambini ne nascono sempre meno si può pensare che la scolarità aumenti?  Altra domanda: le promesse e le attese della  scolarizzazione di massa negli anni Sessanta sono state fatte su giuste premesse e su credibili e reali aspettative? “Anche l’operaio vuole il figlio dottore” si cantava alla fine degli anni settanta nelle feste dell’Unità. Giusto, forse, ma come diceva Giovannino il cocomeraio “ma con tutti sti dottori che famo?” E’ un problema che per altri versi aveva posto alla sinistra italiana anche Pasolini. Lo aveva posto e non venne ascoltato. Distruggeremo la civiltà contadina, impareremo a disprezzare il lavoro e la fatica abbagliati dai luccichii della tecnica, dimenticheremo i dialetti per parlare le lingue del mercato, i lavoratori entreranno nei grandi circuiti del consumo e del progresso. Eccoci arrivati siamo qua. Le scuole che chiudono, i posti che mancano, i giovani che si sbattono a compilare curricula e a frequentare master e scuole post lauream, sono il risultato di tutto questo. Del mercato, della tecnica, del progresso, dell’emancipazione femminile, della programmazione della maternità e delle nascite. Sono queste le ceneri di Gramsci. E dalle ceneri di Gramsci un’Italia di cartapesta che esorcizza la propria fine preparandosi a festeggiare il centocinquantesimo anniversario del suo Stato, tra un papa teologo che con la sua dottrina cerca disperatamente di colmare i vuoti e le falle della politica, ed un premier costretto a difendersi dagli attacchi di una stampa ruffiana che tenta di sopravvivere cavalcando le onde dell’ipocrisia e del moralismo sessuofobico e guardone.      Dall’altra parte in assenza di argomenti e di proposte gl’intellettuali e i salottari della sinistra, più o meno gettonati, cercano d’inseguire Bossi. Persino la Gelmini, spaventata e senza capire bene quello che fa, cerca di stemperare l’uso dei dialetti nella scuola proposti dai leghisti edulcorando la cosa in un generico studio della storia locale e delle tradizioni popolari. L’attacco pur di andare contro la Lega viene  esteso anche alle minoranze linguistiche storiche che lo Stato tutela per legge. Siamo veramente al fascismo. Alla sovversione di ogni regola e di ogni credibile buon senso. Ripartire dai dialetti, come avrebbe detto Pasolini, è il passaggio necessario per rifare l’Italia. L’Italia degli italiani: quell’Italia che non è mai stata fatta in centocinquant’anni. Altro che inseguire Bossi. Riflettano nei salotti scalfariani gl’intellettualotti radical chic che pur di andare contro qualcuno, perché questo è il loro unico sport, misconoscono la storia d’Italia e la ignorano nelle sue profonde radici.

La giunta Cappellacci, in Sardegna, dovrà prendere una posizione netta e chiara su questi argomenti. Il problema della lingua sarda, non potrà essere più procrastinato. L’azione per il suo inserimento nella scuola dovrà essere immediata e precisa. Un problema serio come quello linguistico non può essere svilito nel polverone antileghista e liquidato come un generico attacco strumentale anticostituzionale, antiunitario, anti non si sa più cosa. Anzichè spalmare danari su progetti inutili, e su fantomatici interventi contro la dispersione scolastica si prepari un programma serio per l’inserimento del sardo e delle discipline storico-geografico della Sardegna a scuola, sfruttando gli spazi del venti per cento riservati all’autonomia scolastica nell’ambito dell’offerta formativa. In Sardegna in questa maniera si potranno garantire non meno di mille posti di lavoro e soprattuto rigenerare il tessuto culturale ormai fortemente comprommesso. Quel tessuto culturale che si conserva nella lingua e che attraverso la lingua può essere restituito alla società. Quel tessuto culturale su cui si fonda l’amore per il lavoro, per l’ambiente, per il territorio, per la famiglia, per gli affetti, per il rispetto del prossimo, per la libertà e per la creatività. I veri luoghi dove una comunità ritorna a riconoscere se stessa nella coesione e nella pace. Tutto le altre cose sono chiacchiere e inutili strumentalizzazioni.      

 

 

 

Ventennale Istituto Camillo Bellieni

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Sabato 16 si è svolto al Villino Ricci il programma per il Ventennale della fondazione dell’Istituto di studi e ricerche Camillo Bellieni. Dinanzi una sala gremita di persone: collaboratori, studiosi, poeti, pittori, amministratori, politici. Michele Pinna e Antonello Nasone hanno presentato lo staff organizzativo dell’Istituto e hanno illustrato la sua ventennale attività. Un percorso ricco e variegato di iniziative nell’ambito della valorizzazione della lingua e della cultura sarda, dalla ricerca linguistica e letteraria alla formazione degli insegnanti , alla divulgazione tramite conferenze e convegni dei temi più importanti della politica culturale e linguistica in Sardegna.

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