In Sardegna il problema del sardo a scuola non può essere più rinviato.
di Michele Pinna
L’inizio dell’anno scolastico si profila rovente. Dire caldo è poco. Le classi si estinguono gli istituti si accorpano, i sindacati fanno finta d’incazzarsi e aizzano i precari e gl’insegnanti perdenti posto. Contro chi non si sa. Contro la Gelmini, e va bene, contro il governo, e avanti contro il governo. Manca poco che la mettano sull’esistenziale e che se la prendano contro il destino, contro qualcuno insomma. Perché il problema dei problemi non è trovare soluzione ai problemi ma trovare qualcuno o qualcosa su cui indirizzare la rabbia e le discutibili aspettative della gente. Domanda: in un paese in cui le popolazioni invecchiano e di bambini ne nascono sempre meno si può pensare che la scolarità aumenti? Altra domanda: le promesse e le attese della scolarizzazione di massa negli anni Sessanta sono state fatte su giuste premesse e su credibili e reali aspettative? “Anche l’operaio vuole il figlio dottore” si cantava alla fine degli anni settanta nelle feste dell’Unità. Giusto, forse, ma come diceva Giovannino il cocomeraio “ma con tutti sti dottori che famo?” E’ un problema che per altri versi aveva posto alla sinistra italiana anche Pasolini. Lo aveva posto e non venne ascoltato. Distruggeremo la civiltà contadina, impareremo a disprezzare il lavoro e la fatica abbagliati dai luccichii della tecnica, dimenticheremo i dialetti per parlare le lingue del mercato, i lavoratori entreranno nei grandi circuiti del consumo e del progresso. Eccoci arrivati siamo qua. Le scuole che chiudono, i posti che mancano, i giovani che si sbattono a compilare curricula e a frequentare master e scuole post lauream, sono il risultato di tutto questo. Del mercato, della tecnica, del progresso, dell’emancipazione femminile, della programmazione della maternità e delle nascite. Sono queste le ceneri di Gramsci. E dalle ceneri di Gramsci un’Italia di cartapesta che esorcizza la propria fine preparandosi a festeggiare il centocinquantesimo anniversario del suo Stato, tra un papa teologo che con la sua dottrina cerca disperatamente di colmare i vuoti e le falle della politica, ed un premier costretto a difendersi dagli attacchi di una stampa ruffiana che tenta di sopravvivere cavalcando le onde dell’ipocrisia e del moralismo sessuofobico e guardone. Dall’altra parte in assenza di argomenti e di proposte gl’intellettuali e i salottari della sinistra, più o meno gettonati, cercano d’inseguire Bossi. Persino la Gelmini, spaventata e senza capire bene quello che fa, cerca di stemperare l’uso dei dialetti nella scuola proposti dai leghisti edulcorando la cosa in un generico studio della storia locale e delle tradizioni popolari. L’attacco pur di andare contro la Lega viene esteso anche alle minoranze linguistiche storiche che lo Stato tutela per legge. Siamo veramente al fascismo. Alla sovversione di ogni regola e di ogni credibile buon senso. Ripartire dai dialetti, come avrebbe detto Pasolini, è il passaggio necessario per rifare l’Italia. L’Italia degli italiani: quell’Italia che non è mai stata fatta in centocinquant’anni. Altro che inseguire Bossi. Riflettano nei salotti scalfariani gl’intellettualotti radical chic che pur di andare contro qualcuno, perché questo è il loro unico sport, misconoscono la storia d’Italia e la ignorano nelle sue profonde radici.
La giunta Cappellacci, in Sardegna, dovrà prendere una posizione netta e chiara su questi argomenti. Il problema della lingua sarda, non potrà essere più procrastinato. L’azione per il suo inserimento nella scuola dovrà essere immediata e precisa. Un problema serio come quello linguistico non può essere svilito nel polverone antileghista e liquidato come un generico attacco strumentale anticostituzionale, antiunitario, anti non si sa più cosa. Anzichè spalmare danari su progetti inutili, e su fantomatici interventi contro la dispersione scolastica si prepari un programma serio per l’inserimento del sardo e delle discipline storico-geografico della Sardegna a scuola, sfruttando gli spazi del venti per cento riservati all’autonomia scolastica nell’ambito dell’offerta formativa. In Sardegna in questa maniera si potranno garantire non meno di mille posti di lavoro e soprattuto rigenerare il tessuto culturale ormai fortemente comprommesso. Quel tessuto culturale che si conserva nella lingua e che attraverso la lingua può essere restituito alla società. Quel tessuto culturale su cui si fonda l’amore per il lavoro, per l’ambiente, per il territorio, per la famiglia, per gli affetti, per il rispetto del prossimo, per la libertà e per la creatività. I veri luoghi dove una comunità ritorna a riconoscere se stessa nella coesione e nella pace. Tutto le altre cose sono chiacchiere e inutili strumentalizzazioni.
Twitter
Myspace
Digg
Del.icio.us
Yahoo
Diigo
Ma.Gnolia
Smarking
Googlize this
Blinklist
Facebook
Wikio


Commenti