Blog Istituto Bellieni

Master in europrogettazione

 Guarda il bando.

Allegati:
FileDescrizioneDimensione del File
Scarica questo file (Bando.doc)Bando.doc 191 Kb
Scarica questo file (LOCANDINA_master.pdf)LOCANDINA_master.pdf 2437 Kb
 

Considerazioni intorno alla lingua sarda oggi

Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 
Limba
 

Considerazioni intorno alla lingua sarda oggi e i programmi per le prossime elezioni amministrative.

 

Di Michele Pinna

 

La questione della lingua sarda da espressione d’indipendenza e di sovranità nazionale del popolo sardo si è trasformata in una sorta di affaire per linguisti accademici che discettano di standard, di varietà, di linguisti che spaccano il culo al fonema e che creano disorientamento e divisione tra i sardi, senza porsi minimamente il problema e senza affrontare le ragioni che hanno animato e animano il movimento linguistico sardo.

Mentre, invece, la politica e, in particolare, la politica linguistica deve rimettere la questione della lingua sarda al centro della propria agenda programmatica e ridarle quel significato profondo che il sardismo nazionalitario, il sardismo indipendentista, in breve, il sardismo più autentico è in grado di conferirle.

In breve vorrei suggerire una serie di esempi da non seguire e di cose da non fare ed alcune, poche ma sicure, cose da fare affinchè la problematica della lingua sarda riacquisti valore e dignità politica:

 

- Non farei mai, per esempio, quello che hanno fatto le province di Cagliari e di Sassari: per incapacità e negligenza non sono state in grado di spendere (Cagliari) i danari dati dalla Presidenza del Consiglio dei ministri ai sensi della 482/99, diverse centinaia di migliaia di euro, e in qualche caso (Sassari) non hanno fatto alcun progetto valido da farsi finanziare. Per essere precisi, l’unico progetto che la provincia di Sassari è stata in grado di portare avanti, con circa due anni di ritardo, è stato quello presentato dalla uscente giunta Masala (centro destra) proposto dall’Istituto di studi e ricerche “Camillo Bellieni”.

 

- Non seguirei mai le indicazioni di politica linguistica date dai cosiddetti “Rossomori”, il cui segretario attuale Gesuino Muledda, già assessore regionale ai tempi della Giunta Melis, fu tra quelli che bocciarono in aula la proposta di una legge regionale di politica linguistica approvata qualche legislatura dopo su proposta del gruppo consiliare sardista, la 26/97. I “Rossomori” sostengono oggi una linea di politica linguistica retrodatata, dove ancora fanno capolino vecchie ideologie e vecchi pregiudizi linguistici che intendono dividere il sardo in due macro aree: la cosiddetta area logudorese e quella campidanese. E’ una grande sciocchezza. Infatti in questa logica le aree linguistiche della Sardegna non sarebbero due ma 377, tante quante sono i comuni della Sardegna.

 

- Non standardizzerei, infatti, il campidanese (quale campidanese? Quello di Quartu o quello di Pirri, quello di Simaxis o quello di Armungia?) come vorrebbe fare, con vezzo scientifico, ma che nulla ha di scientifico e di storico, la provincia di Cagliari. Aprirei, invece (e questo dovrebbe fare la Regione), una campagna di valorizzazione e di promozione di tutte le parlate locali con le relative norme ortografiche corrispondenti, (come in parte aveva già fatto il Premio Ozieri per la poesia e per la prosa creativa) in un confronto costruttivo con la lingua comune che già da qualche anno è comunemente usata negli atti pubblici della Regione e di diversi comuni della Sardegna nella scrittura e nelle traduzioni di atti e documenti ufficiali. I diversi operatori degli sportelli linguistici, comunali e provinciali, dove esistono e dove funzionano (non nella provincia di Cagliari, non nella provincia di Sassari), sono in tal senso una grande risorsa e costituiscono una grande esperienza da valorizzare e da implementare.

 

- Infine non consentirei, pertanto, che si ritorni indietro agli anni e ai tempi in cui, in malafede, allora come oggi, i nemici della Sardegna e della Lingua sarda, ponevano la domanda “quale lingua sarda?”. La lingua sarda è una ed è quella che ogni sardo parla e sa parlare. Pertanto quella vecchia domanda è da considerare archiviata.

 

Le cose da fare e da fare subito:

 

- Tra i programmi elettorali delle prossime amministrative, in ogni Comune e in ogni Provincia, ci dovrà essere lo stanziamento, nei bilanci ordinari, di una cifra congrua per finanziare la politica linguistica comunitaria (sportelli linguistici, corsi di formazione e di alfabetizzazione linguistica comunitaria, toponomastica, insegne pubblicitarie, cartelli stradali), per sopperire in maniera autonoma e indipendente agli esigui fondi della 482/99. La politica linguistica non possiamo farcela fare dal Governo e dallo Stato. Dobbiamo uscire dallo stagno del bilinguismo integrazionista per andare nella direzione dell’indipendenza linguistica.

 - La Regione dovrà attivare l’Istituto Pedagogico Sardo per la formazione degli insegnanti e per la realizzazione dei materiali didattici necessari. L’Università come la scuola di Stato si sono dimostrate inconcludenti e inaffidabili.  Ecceptio cunfirmat regulam. 

- L’avvio della fase costituente e la riscrittura del nuovo Statuto dovrà trovare il suo asse strategico nell’inserimento del sardo come lingua primaria dei sardi negli uffici e nelle scuole, unitamente all’indipendenza e all’autogoverno del sistema fiscale. In tal senso i programmi e la campagna elettorale delle prossime amministrative non potranno essere un’occasione da perdere per avere il consenso dei sardi.

 - La politica linguistica e la politica fiscale, fermo restando tutto il resto, dovranno costituire la nuova sfida del Sardismo e la nuova stagione della battaglia nazionalitaria-indipendentista.    
 

Un Forum sulla Scuola

Attualità

Un forum sulla scuola sarda: prove tecniche per un nuovo processo e per un nuovo progetto tutto da scrivere e da inventare. Le condizioni ci sono e la voglia anche.

  

Di Michele Pinna

  

La scuola sarda non meno della scuola italiana vive una crisi endemica. Una crisi che la condanna ad una fine ineluttabile nel suo ruolo e nella sua funzione di scuola di Stato. Una scuola nata dopo l’unificazione dello Stato per “fare gli italiani”, come in buona fede auspicava il buon Massimo D’Azeglio, trasformatasi invece in un apparato ideologico-burocratico, un mostro che neanche lo Stato ormai riconosce più e che al di là delle dichiarazioni di principio, ipocrite e retoriche, a destra e a sinistra, nessuno vuole più.

La scuola di Stato dovrà invece trasformarsi in scuola pubblica. La scuola pubblica, al di là dei nomi, nel suo significato più profondo e più autentico dovrebbe essere scuola di civiltà, scuola dove si formano uomini e donne che sono in grado di lavorare, di produrre e di governare i processi politici e i processi economici che ogni società storicamente determinata è in grado di mettere in campo. Tutto il contrario di quello che è stata in grado di fare la scuola di Stato in Italia, di cui la Sardegna, senza volerlo, ne paga più di tutti la sua appartenenza ad uno Stato che non gli appartiene.

Bene ha fatto Paolo Maninchedda ad organizzare a Macomer un forum sulla scuola. Ed altri se ne dovranno organizzare in tutta la Sardegna.  Il salone Castagna gremito di gente fa pensare, davvero, che la voglia di scuola pubblica e di scuola di civiltà sia tanta e che la scuola di Stato sia ormai giunta al capolinea. Una scuola che oscilla tra il piagnisteo di un precariato senza futuro e senza prospettive, perché questo ha creato la scuola di Stato, ed un sindacalismo ancorato,  ancora, per quanto in buona fede, ad un rivendicazionismo anacronistico che stenta ad affondare il bisturi sul tumore di uno statalismo perverso che rischia di distruggere quanto di buono è rimasto nella voglia di conoscenza e di sapere di tanti giovani che la scuola di Stato è solo in grado di frustrare e di mortificare, e di tanti lavoratori sfiduciati e delegittimati da un ruolo e da uno status privo di ogni dignità umana e professionale.

La scuola dell’autonomia? L’ultima trovata da parte di governi incapaci (di destra e di sinistra) di ridare alla scuola la sua dignità, sacrificandola, invece, all’altare di un progettificio privo di alcuna valenza formativa ed educativa e ad una visione amministrativistica che ha trovato nei dirigenti scolastici la nuova maschera e la copertura, si fa per dire, manageriale, di un ministerialismo becero e bieco.

In un passaggio del suo intervento Maninchedda ha detto “più saremo in grado di fare da soli più saremo in grado di crescere”. È l’enunciazione di un programma. Il programma che vede la Sardegna, come altre volte è stato detto, costretta a fare da se per salvarsi. E la scuola sarda dovrà salvarsi, e credo che si salverà se sarà in grado di partire dalle proprie comunità. Dai saperi del suo popolo, dalla propria lingua, dalla propria spiritualità, da ciò che la sapienza del saper fare ci ha lasciato nella memoria. Su questo dovrà lavorare la giunta Cappellacci e su questo troverà il valore aggiunto che potrà risolvere, almeno in parte, il problema di tanti giovani, laureati e non, che ancora attendono un lavoro, nella scuola e fuori dalla scuola.

La presenza del presidente Cappellacci e le parole che ha pronunziato non sono rimaste inascoltate. “Siamo all’inizio di un processo. Di un processo che dobbiamo favorire e sviluppare”, ha detto.

La scuola sarda dovrà perciò andare incontro ad un nuovo processo e, aggiungerei, dovrà iniziare a scrivere un nuovo progetto, una nuova idea di sé stessa e degli uomini e delle donne che dovrà formare. Del popolo che dovrà formare ed educare ad essere sempre più sé stesso, sempre più sovrano, se mai lo sia stato, sempre più protagonista ed artefice del proprio destino.

Crediamo che non sia troppo tardi, anche se siamo abbastanza in ritardo. Le velocità del mondo sono cambiate ed il futuro, oggi, arriva molto più in fretta che nel passato. Se non saremo in grado di costruirlo e di determinarlo, però per noi, ma soprattutto per i nostri figli, futuro non ce ne sarà

   

 Michele Pinna

 

Leviatano: L'Europa in bilico

Politica

 

Michele Pinna

 

L’Europa in bilico: tra Stati accentratori e patrigni ed un’economia senza regole se non le sue. 

Dalla crisi greca i primi segni dell’illusione di un futuro europeo.  

La crisi greca pone all’attenzione questioni che il dibattito politico ha, in tutti questi anni, sottovalutato, e che invece, oggi, irrompono prepotenti nello scenario mondiale, tanto da rimettere in discussione questioni radicali e vitali per la convivenza civile della nostra civiltà, ma ormai assopitesi nel sonno della ragione, tanto che la possibilità che si generino nuovi mostri non è poi così lontana. I mostri dell’oscurantismo e quelli delle dittature monocratiche sono già noti all’Europa; rispolverarne i fantasmi non spaventerebbe più la nostra democrazia. Per quanto ancora bambina, ma come i bambini del nostro tempo che, scaltri e disincantati non si lasciano infinocchiare più né dalle storie di Babbo Natale, né dalle storie della Befana, e neppure credono che i bambini li porti la cicogna o che nascano sotto una foglia di cavolo. Direi, anzi, che, sotto questi profili, è abbastanza adulta. Se i bambini fanno finta di crederci è per essere conformi allo  status infantile che piace tanto ai genitori, che tale status, per i loro figli vorrebbero  durasse per sempre, e ai bambini perché conferisce loro gli agi delle coccole e dei capricci.Così, se non perché può far comodo, o perché può far agio a qualcuno, credo che nessuno, oggi, possa credere che la crisi della democrazia, almeno dove la democrazia vige ed ha una storia, per quanto non lunghissima, ma le cui radici nel liberalismo europeo sono profonde, possa configurarsi e riproporsi con eventi come quelli caratterizzati dal fascismo, dal nazismo o dallo stalinismo.Il problema della democrazia e della libertà, oggi, è connesso ad un altro grande problema, mai affrontato seriamente e, perciò, mai risolto, e per questo più pericoloso dei vecchi, quanto fantasmatici, ormai, eventi dittatoriali, o giù di li, che è quello della sovranità dei popoli e delle nazioni, risiede, invece, e appunto, nella capacità del sistema politico europeo di contemperare i rapporti di indipendenza nazionale con quelli dell’interdipendenza cui l’economia globale, il mercato e la finanza internazionale espongono le società concrete degli uomini, le comunità locali. Al sistema politico europeo che ha avuto ragione, rispetto ad altri sistemi politici, (asiatici, africani, sudamericani) nelle sue enunciazioni di principio: liberali, libertarie, laiche e sovranitarie, è mancata la capacità di concretizzarne e di praticarne le sue premesse e le sue promesse fino infondo. Gli Stati nazionali che dalla loro nascita, per qualche tempo, almeno fino all’ingresso degli Stati Uniti nello scenario mondiale, sono stati in grado di garantire l’economia, la finanza, la sicurezza, nell’ambito del loro potere giurisdizionale, oggi non riescono più ad assolvere a questo compito. Non vi riescono e per i vizi intrinseci alla loro stessa natura e per le nuove dinamiche, quantitativamente e qualitativamente, entro cui si muove l’economia. La virtualizzazione della finanza ha sovrastato l’economia di mercato sostituendo la produzione materiale della ricchezza, tanto cara ai fisiocratici, e al liberalismo ottocentesco, con la circolazione di carta moneta priva di copertura produttiva. E’ il fallimento mondiale dell’economia e del mercato. La natura degli Stati moderni, tutti lo sappiamo, è una natura verticistica, sedicentemente voluti da Dio e dalle dinastie regali. Gli Stati anche quando dopo la rivoluzione francese si sono configurati come repubbliche fondate sull’uguaglianza, la libertà, la fratellanza, ed hanno posto il lavoro, la proprietà e la persona come nuclei generativi della vita associata, in realtà i veri nuclei costitutivi delle nuove forme di statualità sono stati i ceti e le classi sociali in grado di controllare la produzione e la ricchezza. Non è una novità. La verità è che i ceti e le classi detentrici della ricchezza sono state in grado di piegare l’ordine, l’organizzazione e la giurisdizione dello Stato alle loro esigenze e alle loro necessità. Tutta la storia diplomatica e militare europea: da Napoleone a Bismarck, da Clemenceau a Churchill, fino a Maastricht, va in questa direzione. Non è una novità. La verità è che, da Maastricht in poi, per fare questo non c’è più neanche bisogno di uno Stato. Questo emerge dalla crisi greca.  Basta una moneta unica, una super banca, una serie di vincoli e di orpelli giuridici (le cosiddette normative comunitarie ) per penalizzare ogni slancio produttivo locale e per inibire ogni iniziativa che non rientri nei fantomatici parametri comunitari. Chi li decide poi questi parametri? Le modalità, mutatis mutandis, sono le stesse quelle di sempre. In pochi per tutti. Chi prende il malloppo dei fondi comunitari? I soliti pochi, fuorché noi, come sempre. Per chi come noi sardi ha conosciuto la rapacità degli aragonesi e degli spagnoli, e non di meno quella dei piemontesi, cosa volete che sia?E la sovranità? Di chi è, a chi appartiene la sovranita? Al popolo mi si risponderà. Ma in una situazione come quella attuale dove le banche, gli oligopoli finanziari, le multinazionali non hanno più bisogno di uno Stato nazionale men che mai di uno sovranazionale, gli unici che hanno bisogno di nuove forme di Statualità sono i popoli, le nazioni, non quelle artificiali e di carta pesta volute dagli Stati nazionali ottocenteschi, ma quelle vere, che hanno ancora una lingua, un sentire comune, un territorio, finche ce lo lasceranno, delle potenzialità produttive. Hanno bisogno di nuove forme di Statualità che non siano nè il Leviatano terrificante e accentratore come dice l’economista Padoa Schioppa, e siamo tutti d’accordo, almeno a parole, ma neanche uno Stato inteso come “organizzazione potestativa sovrana dotata di poteri coercitivi” come dice  il politologo Sartori. Ne l’una forma né l’altra, di fatto, hanno mostrato nel concreto di poter essere lo Stato dei cittadini, delle nazioni, dei popoli.Le uniche funzioni che lo Stato odierno mette in atto sono la coercizione, spesso inspiegabile e incomprensibile, ed il suo carattere accentratore, per il resto ogn’uno per sé e Dio per tutti. Cosa fa lo Stato, infatti, dinanzi agli operai che perdono il lavoro, dinanzi ai giovani che non lo trovano, dinanzi ai redditi dei poveri cristi che non bastano più neanche per il necessario; ma cosa fa lo Stato dinanzi ad una sanità pubblica allo sfascio, ad una scuola e ad un’Università ormai in condizioni di chiusura, dinanzi alle banche e ai poteri che dello Stato se ne infischiano alla grande. Dinanzi alle lobbyes editoriali che fanno il bello e il cattivo tempo di cui la politica, sotto la spada di Damocle dell’insinuazione dubbiosa sulla moralità dei politici, è solo un ostaggio. Se l’Europa al di là dei proclami sul valore della moneta unica, sui proclami rispetto alla maggior forza contrattuale internazionale dei paesi che vi aderiscono, non riesce ad affrontare le centinaia, le miglia di problemi che quotidianamente affliggono le diverse e molteplici specole locali che la costituiscono. Alcoa, la SIR, il prezzo del latte, la crisi greca, oggi, domani chi lo sa, a cosa serve l’Europa? Ma ancor di più cos’è l’Europa? Forse non di più di quanto siano servite e siano state l’Italia per i sardi, la Spagna per i baschi, per i catalani e per gli aragonesi, il Regno Unito per i gallesi e per gli scozzesi, la Francia per Bretoni e così via. Niente più che patrie patrigne. Un’Italia senza italiani, lo abbiamo detto più volte ma forse con vicende come quella greca dovremo prepararci ad un’Europa senza europei?  Sarebbe questa una nuova catastrofe per l’Occidente, magari l’ultima.   

 

Michele Pinna                

 

La politica linguistica in Sardegna e le leggi di tutela

Valutazione attuale: / 4
ScarsoOttimo 
Politica

A proposito dei centocinquant’anni dello Stato italiano.

 

di Michele Pinna  

 

Alle origini della politica linguistica in Sardegna c’è una storia letteraria, una storia linguistica, la storia di un popolo, la storia di una nazione, c’è la Sardegna, c’è un movimento politico e culturale che dagli anni Settanta del Novecento ha posto con forza il problema linguistico come problema fondamentale dell’identità dei sardi e della loro appartenenza comunitaria alla nazione sarda. Strettamente connesso al problema linguistico come problema della nazione e del popolo sardo emerge il problema dell’indipendenza della Sardegna. Un problema, cioè, che pone in discussione le attuali modalità di appartenenza della nazione sarda allo Stato italiano. È un problema che discute sulla legittimità stessa dello Stato italiano come Stato annessionista e inglobante che, a partire da un nucleo territoriale arbitrario, e da una dinastia investita dall’alto, ha dato vita ad uno Stato: lo Stato italiano. Il problema non si risolve neanche dentro quei percorsi storiografici e dentro quelle filosofie della storia che vedono la Sardegna come il nucleo territoriale originario, a seguito del passaggio ai Savoia, dopo il trattato di Londra, che ha dato vita allo Stato italiano. C’è da chiedersi, infatti se i sardi, il popolo sardo, al di là delle decisioni prese dalle classi dirigenti isolane, subalterne e irresponsabili, volessero dar vita ad uno Stato italiano e se volessero farlo con le modalità con cui lo hanno fatto i Savoia e le classi dirigenti piemontesi con la complicità subalterna e irresponsabile di quelle sarde. Crediamo proprio di no. Gl’intellettuali sardi dell’Ottocento come Tuveri e Asproni ci dicono e c’insegnano altre cose. Ci svelano i misteri e gl’inganni che hanno generato l’Unità, la cosiddetta Unità d’Italia. Così come altre cose ci dicono e c’insegnano nel Novecento i Camillo Bellieni, gli Antonio Simon Mossa e tutto il movimento sardista e indipendentista che a questi autori s’ispira. Lo Stato italiano nei suoi cento cinquant’anni di storia per noi sardi ha rappresentato centocinquant’anni di rapina, di prevaricazione, di genocidio linguistico e culturale, di deprivazioni e di depauperamento di risorse umane e materiali. Centocinquant’anni di carne da cannone, di tasse inique, di posti di lavoro occupati ingiustamente da stranieri che non conoscono la nostra lingua e la nostra cultura. Dobbiamo celebrare e festeggiare? Bene! Celebriamo e festeggiamo. Iscussentidos e palipistos. Corruddhi e affushtigaddhi, direbbero a Sassari. Come dire, cornuti, mazziati e magari anche contenti. Il problema non è quello del Nord contro il Sud come vorrebbe far credere il movimento trasversale antileghista. Per noi la questione è molto più grave. Si tratta, infatti, di uno Stato, quello italiano, voluto dai piemontesi, prima, e da alcuni altri, (non certo dalla maggioranza degli italiani) in seguito, che ha impunemente inglobato una nazione senza che nessun organismo internazionale sia mai intervenuto. Tutto ciò potrebbe apparire delirante ma così non è. Nell’Ottocento gli equilibri diplomatici del tempo, di certo, non erano interessati ad una realtà nazionale che si ponesse fuori dai controlli internazionali, cosa che, invece, avrebbero potuto garantire una più rassicurante e non dimeno stupida monarchia come quella sabauda, rispetto ad un’isola fortemente strategica nel Mediterraneo, per la sua portualità e per le sue risorse: dal legname ai prodotti cerealicoli, al carbone, al sale, alla carne, al pellame. Non diversamente da oggi, il cui territorio viene sprecato con insediamenti militari e insediamenti petrolchimici dannosi per la salute e per l’economia, anziché utilizzarlo bene per insediamenti produttivi di ricchezza e di benessere. Il problema linguistico in Sardegna non può essere scisso da tutte queste cose. Rivendicare, non solo la tutela e una, non folcloristica, valorizzazione della lingua sarda, ma un suo uso diffuso, programmato e pianificato in tutti gli ambiti della vita quotidiana privata e istituzionale, per il movimento linguistico sardo, sardista e indipendentista, significa rivendicare la sovranità del popolo sardo e una forma politico-istituzionale che la sancisca, affinchè il territorio e le risorse siano fonte di ricchezza e di salute, prima di tutto per i suoi abitanti. Le attuali leggi di tutela e di valorizzazione: la legge regionale n. 26 del 1997 e quella dello Stato italiano n. 482 del 1999, si rivelano insufficienti da questo punto di vista. Sono Leggi d’integrazione ma non eliminano né la sperequazione né il divario esistente tra la lingua dello Stato e la lingua della nazione sarda. Non ne eliminano il divario culturale e il divario rispetto al prestigio delle due lingue perché non né eliminano la sudditanza della Regione, per quanto a Statuto speciale, rispetto allo Stato. L’integrazione, per sua natura, non favorisce l’indipendenza ma rende meno visibili i meccanismi e le dinamiche che determinano la dipendenza; e per quanto se ne sfruttino gli spazi e le opportunità, la legislazione integrativa è più subdola e perciò più pericolosa rispetto alla creazione di percorsi di non dipendenza verso l’indipendenza. Anche nelle scelte di politica linguistica si tratta, perciò, di uscire dalle logiche dell’integrazione per andare verso le logiche dell’indipendenza. Perciò le leggi di politica linguistica da sole, senza una riscrittura radicale degli ambiti statutari e costituzionali, non bastano: il recente caso del Friuli è emblematico in tal senso. La regione Friuli si vede bocciata dalla Corte costituzionale la propria legge di tutela linguistica perché l’uso autodeterminativo della lingua fuoriesce dagli ambiti del proprio Statuto e dagli spazi che la Costituzione conferisce allo Statuto stesso. Si rende, perciò, necessario riscrivere lo Statuto e anche la Costituzione. Piaccia o non piaccia, questo è. Le avances della Lega sui dialetti, che pure hanno un senso profondo, forse molto più profondo di quanto la Lega non si renda conto, se non vanno in questa direzione lasciano il tempo che trovano. Non bastano le leggi di tutela ne le direttive dell’Unione Europea, per uscire dalle ambiguità del bilinguismo subalterno, spacciato per conquista culturale, e non bastano, per quanto riguarda la Sardegna, a darle la sua dignità storica di nazione sovrana, linguisticamente indipendente, per quanto aperta al plurilinguismo e al multiculturalismo. Questo è il nostro progetto e la nostra ambizione. Ne vogliamo parlare mentre ci si accinge a celebrare il centocinquantesimo compleanno dello Stato italiano?

 

Dalle ceneri di Gramsci un’Italia da rifare, proprio ripartendo dai dialetti.

Attualità

 

In Sardegna il problema del sardo a scuola non può essere più rinviato. 

 

di Michele Pinna

 

 

 

L’inizio dell’anno scolastico si profila rovente. Dire caldo è poco. Le classi si estinguono gli istituti si accorpano, i sindacati fanno finta d’incazzarsi e aizzano i precari e gl’insegnanti perdenti posto. Contro chi non si sa. Contro la Gelmini, e va bene, contro il governo, e avanti contro il governo.  Manca poco che la mettano sull’esistenziale e che se la prendano contro il destino, contro qualcuno insomma. Perché il problema dei problemi non è trovare soluzione ai problemi ma trovare qualcuno o qualcosa su cui indirizzare la rabbia e le discutibili aspettative della gente. Domanda: in un paese in cui le popolazioni invecchiano e di bambini ne nascono sempre meno si può pensare che la scolarità aumenti?  Altra domanda: le promesse e le attese della  scolarizzazione di massa negli anni Sessanta sono state fatte su giuste premesse e su credibili e reali aspettative? “Anche l’operaio vuole il figlio dottore” si cantava alla fine degli anni settanta nelle feste dell’Unità. Giusto, forse, ma come diceva Giovannino il cocomeraio “ma con tutti sti dottori che famo?” E’ un problema che per altri versi aveva posto alla sinistra italiana anche Pasolini. Lo aveva posto e non venne ascoltato. Distruggeremo la civiltà contadina, impareremo a disprezzare il lavoro e la fatica abbagliati dai luccichii della tecnica, dimenticheremo i dialetti per parlare le lingue del mercato, i lavoratori entreranno nei grandi circuiti del consumo e del progresso. Eccoci arrivati siamo qua. Le scuole che chiudono, i posti che mancano, i giovani che si sbattono a compilare curricula e a frequentare master e scuole post lauream, sono il risultato di tutto questo. Del mercato, della tecnica, del progresso, dell’emancipazione femminile, della programmazione della maternità e delle nascite. Sono queste le ceneri di Gramsci. E dalle ceneri di Gramsci un’Italia di cartapesta che esorcizza la propria fine preparandosi a festeggiare il centocinquantesimo anniversario del suo Stato, tra un papa teologo che con la sua dottrina cerca disperatamente di colmare i vuoti e le falle della politica, ed un premier costretto a difendersi dagli attacchi di una stampa ruffiana che tenta di sopravvivere cavalcando le onde dell’ipocrisia e del moralismo sessuofobico e guardone.      Dall’altra parte in assenza di argomenti e di proposte gl’intellettuali e i salottari della sinistra, più o meno gettonati, cercano d’inseguire Bossi. Persino la Gelmini, spaventata e senza capire bene quello che fa, cerca di stemperare l’uso dei dialetti nella scuola proposti dai leghisti edulcorando la cosa in un generico studio della storia locale e delle tradizioni popolari. L’attacco pur di andare contro la Lega viene  esteso anche alle minoranze linguistiche storiche che lo Stato tutela per legge. Siamo veramente al fascismo. Alla sovversione di ogni regola e di ogni credibile buon senso. Ripartire dai dialetti, come avrebbe detto Pasolini, è il passaggio necessario per rifare l’Italia. L’Italia degli italiani: quell’Italia che non è mai stata fatta in centocinquant’anni. Altro che inseguire Bossi. Riflettano nei salotti scalfariani gl’intellettualotti radical chic che pur di andare contro qualcuno, perché questo è il loro unico sport, misconoscono la storia d’Italia e la ignorano nelle sue profonde radici.

La giunta Cappellacci, in Sardegna, dovrà prendere una posizione netta e chiara su questi argomenti. Il problema della lingua sarda, non potrà essere più procrastinato. L’azione per il suo inserimento nella scuola dovrà essere immediata e precisa. Un problema serio come quello linguistico non può essere svilito nel polverone antileghista e liquidato come un generico attacco strumentale anticostituzionale, antiunitario, anti non si sa più cosa. Anzichè spalmare danari su progetti inutili, e su fantomatici interventi contro la dispersione scolastica si prepari un programma serio per l’inserimento del sardo e delle discipline storico-geografico della Sardegna a scuola, sfruttando gli spazi del venti per cento riservati all’autonomia scolastica nell’ambito dell’offerta formativa. In Sardegna in questa maniera si potranno garantire non meno di mille posti di lavoro e soprattuto rigenerare il tessuto culturale ormai fortemente comprommesso. Quel tessuto culturale che si conserva nella lingua e che attraverso la lingua può essere restituito alla società. Quel tessuto culturale su cui si fonda l’amore per il lavoro, per l’ambiente, per il territorio, per la famiglia, per gli affetti, per il rispetto del prossimo, per la libertà e per la creatività. I veri luoghi dove una comunità ritorna a riconoscere se stessa nella coesione e nella pace. Tutto le altre cose sono chiacchiere e inutili strumentalizzazioni.      

 

 

 

L'Italia di carta pesta s'infrange nei rimossi di una ragione senza fondamenti

Politica
I dialetti sono soltanto la spia di una storia culturale che non è stata mai presa sul serio

 Di Michele Pinna

Dopo l’uscita della Lega sull’introduzione dei dialetti, della storia e delle tradizioni regionali nei test di accesso per gli insegnanti e per gli impiegati nella scuola e negli uffici, la stampa di regime e gli intellettuali blasonati si sono subito mobilitati per alzare gli scudi in difesa dell’italiano e per lanciare accuse di razzismo e di strumentalizzazione in chiave padana dinanzi ad una verità, per quanto maldestramente e forse anche insufficientemente motivata e formulata dallalla proposta leghista, sacrossanta. Dal Risorgimento ai nostri giorni, per quanto rimossa ed esorcizzata, la verità che l’Italia sia una nazione mai nata, nonostante il crogiolo delle cento Città e dei mille dialetti sia stato compresso dentro una macchina infernale chiamata Stato e di una lingua chiamata “italiano” da una monarchia incapace e da una classe dirigente, quella piemontese, rapace, questa verità ogni tanto, quasi ciclicamente, riaffiora e mette in crisi il sistema. Senza scomodare Gramsci, che la questione della lingua, quando si pone, sia una questione che rimandi ad altro, di molto più profondo e di molto più endemico, è ormai palese e persino ovvio.
Che fatta l’Italia sarebbe stato necessario “fare gli italiani” ce lo hanno fatto studiare e ripetere fino alla nausea nei banchi della scuola elementare. O buon D’Azeglio. Ma gl’italiani dove sono? In Italia no! Povera Italia. E la lezione di Tagliavini, di Dionisotti, di De Mauro? L’emerito accademico della Crusca, il professor Sabbattini finge di non saperne nulla e la mette sul folclorico. In un giornale di qualche giorno fa sostiene “conosco il mio dialetto ma non saprei insegnarlo”. La cosa è persino banale. Non saper insegnare un dialetto non significa che non lo si possa insegnare. Ma a parte questo ciò che conta è il principio. La fobia, la resistenza tutta ideologica ad accettare e a riconoscere la vera natura e la vera struttura culturale della penisola italica. E’ una natura che non nasce con la Lega. L’unico merito che la Lega ha, grazie ai suoi numeri e alla sua forza mediatica, è che di cose note e arcinote, nello stagno perbenista e conformista di un’Italietta che, culturalmente non conta più nulla da nessuna parte, riesce a trasformarle in notizia. Notizie che comunque aiutano anche la battaglia storica per introdurre a scuola e nei percorsi ufficiali le lingue minoritarie già riconosciute per legge come il sardo.
E se fossi al posto del presidente del Friuli e di qualche altro non farei tanto lo schizzinoso sulla proposta di Bossi. Il Friuli che si vede respinta una banalissima legge dalla Consulta per l’ufficializzazione del friulano non dovrebbe riflettere sulla inutilità attuale degli Statuti cosiddetti speciali?
La proposta di Bossi, invece, la assumerei come un inizio, un inizio un po’ piccaresco e un po’ ruspante ma dirompente. Ora spetta a noi saper aggiustare il tiro e saper portare acqua al nostro mulino. Piaccia o non piaccia ai cruscanti e agli intellettuali organici all’ idea di un Italia di carta pesta.

Foto: A. Ladu

 

La politica come mezzo e come fine

Politica

Ripartendo da noi stessi potremo riprovare a dare un senso alla Polis

Di Michele Pinna

Qualche tempo fa partecipando in veste di relatore ad un seminario di studi, presso l’Università di Barcellona, dal tema “Il senso della politica” uno studente mi fece una domanda assai singolare. “Secondo lei la politica è un mezzo un fine?” Senza esitare risposi che la politica è un mezzo che talvolta si rende utile per poter perseguire dei fini, quando essa stessa non si pone come fine. L’ambiente in cui parlavo non aveva bisogno di mediazioni o di alcuna dissimulazione per rendere esplicito il fatto che la politica è pratica finalizzata al perseguimento dell’indipendenza degli individui, innanzi tutto, ma delle comunità umane che si chiamino popoli o nazioni, più o meno grandi, più o meno rappresentate da una statualità.
Uno degli assunti fondamentali, in questa logica, è, che prima viene l’individuo, contestualmente la comunità umana in cui l’individuo vive; lo Stato è una delle forme possibili, pertanto, né necessaria né univocamente utile, se si rende utile, per esprimere e rappresentare le esigenze degli individui e delle comunità. Se lo Stato e le forme di Statualità possibili siano utili o meno non possono che sancirlo le popolazioni. In una vera democrazia compiuta nessuno si dovrebbe spaventare se le popolazioni decidessero di riformare, cambiare radicalmente, persino favorire l’estinzione dello Stato, quando esso si rivelasse inattuale, inutile, costoso, antieconomico, in una parola dannoso per le popolazioni.
Nella società odierna, in una visione che definirei globale, l’unico senso che potrebbe avere ancora la politica è quello che la vedrebbe come strumento finalizzato a favorire e a decretare la fine degli Stati e delle statualità. Non è questa idea un residuato di vecchie romanticherie anarcoidi o di nostalgiche passioni marxiste finalizzate alla distruzione dello Stato borghese, ma una delle ragioni fondamentali del liberalismo europeo, e di quelle atmosfere che si respirano in autori come Locke e Montesquieu che il giacobinismo trasformatosi in statolatrismo ha avvelenato, non senza le compiacenze strumentali e interessate di certo cattolicesimo che se da una parte ha costituito la spina nel fianco degli Stati europei dall’altra ne ha preso i vantaggi in cambio di legittimazioni clericali d’occasione. La Francia di Napoleone III, la stessa Germania Bismarkiana, non sono state immuni da queste connivenze e complicità per quanto ci siano più note quelle della cattolicissima Spagna da Ferdinando d’Aragona a Franco, e dell’Italia sabauda, fascista, repubblicana, sia in salsa democristiana, sia in salsa prodiana o berlusconiana.


Leggi tutto...

 

Le lobbies del restauro e le maschere mortuarie dell'autonomia

Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 
Politica

Leggi tutto...

 

Ischola de Istiu

Politica

Comunicato Stampa sulla Ischola De Istiu 2009

 Parte terza 

Argentiera, 19 luglio

Oggi giornata conclusiva della Ischola De Istiu sardista, prima di passare alla trattazione del tema odierno sulla riforma dello statuto sardo, con una relazione di Giovanni Colli, ascoltiamo l’esempio portato da alcune giovani catalane ospiti della Ischola, sulla politica linguistica e l’organizzazione della scuola istituzionalizzate dallo statuto catalano che evidenzia la sovranità della Generalidad rispetto allo Stato; la Catalogna vive un’autonomia sovrana in materie vitali per l’esistenza di una nazione.
Il relatore Giovanni Colli a questo punto, partendo dalla riforma del Titolo V della Costituzione italiana, che definisce i rapporti tra lo stato e le regioni, arriva a parlare dello statuto della Sardegna, dell’esigenza di riscriverlo, in una visione che regoli l’esercizio della statualità sovrana della Regione. Critica la Legge statutaria della giunta Soru, evidenziandone i limiti e le criticità.
Per rappresentare le esigenze della Sardegna che si sente nazione, c’è bisogno di un nuovo statuto che consideri la nostra regione con le proprie ricchezze che ci riconosca la sovranità, che rappresenti e tuteli le nostre peculiarità culturali, quali la lingua, la storia, l’ambiente, le risorse umane e materiali.
Ha detto ”...vogliamo uno statuto riscritto da un’Assemblea Costituente eletta col sistema proporzionale dal popolo sardo.”
In questo momento la riscrittura dello statuto è la battaglia politica del Partito Sardo D’Azione, che è già iniziata con la presentazione di una mozione da parte dei nostri rappresentanti in Consiglio Regionale.
Abbiamo la necessità di diffondere il nostro messaggio tra le popolazioni sarde ed è per questo che il Partito sardo d’azione dovrà aprire una nuova stagione di movimento e di presenza nelle piazze dei paesi delle città coinvolgendo quanto più possibile il consenso dei Sardi. E’ necessaria una forte volontà politica anche da parte degli alleati di governo e delle forze politiche che nel passato si sono dichiarate favorevoli al progetto costituente.

Fortza Paris
 

Parte Seconda

Argentiera, 18 luglio sera

Come già anticipato nel precedente comunicato è intervenuto il dott. Marco Calaresu, dottorando in Scienze della politica presso l’Università di Firenze, il quale ha svolto una relazione sull’ A.L.E. - Alleanza Libera Europea, illustrandone gli aspetti organizzativi, la funzione politica, le finalità.
L’ALE è un partito che esprime una rappresentanza nel Parlamento Europeo e raggruppa alcuni partiti nazionalitari, federalisti, presenti in Europa, tra i quali, dal 1981, data della sua fondazione, il Partito Sardo d’Azione è membro.
Ne è quindi scaturito un dibattito che ha toccato molteplici temi, tra i quali la questione della lingua, l’assetto istituzionale dell’Unione Europea, l’economia, l’immigrazione, la tutela dell’ambiente.
Tutti temi fondamentali per noi sardisti, in modo particolare, il tema della lingua, ha suscitato un dibattito da cui è emersa la consapevolezza che il raggiungimento di una vera democrazia linguistica, che esalti le peculiarità culturali di una Nazione, è un obiettivo imprescindibile.

Fortza Paris

Parte Prima

Argentiera, 18 luglio 2009 mattina

E’ in corso da ieri presso l’Hostel Argentiera l’Ischola De Istiu Sardista, promossa dall’Istituto Bellieni e dal Partito Sardo d’Azione, organizzata da Antonello Nasone, partecipano il segretario nazionale del PSd’Az Efisio Trincas, Michele Pinna, direttore dell’Is. Be. e membro della segreteria sardista. E’ appena terminata la relazione del prof. Pinna il cui tema era “Autonomismo, sardismo, indipendentismo, separatismo, federalismo. Cinque parole che spesso generano confusione”. Dopo alcuni cenni sulla cornice storica che ha visto la nascita del PSd’Az, si è rivalutato il ruolo e l’attualità di Camillo Bellieni nel modello di stato indipendente, europeista, non separatista che ci sprona alla riscrittura dello statuto sardo (la costituzione della nazione sarda), tramite il passaggio dell’Assemblea Costituente, il cui compito sarà quello di portare la Sardegna a essere nazione mondiale. Si è evidenziato che l’autonomismo fasullo presente nello statuto sardo ha poteri limitati dalla Costituzione e dalle leggi dello stato italiano. L’autonomismo del PSd’Az è radicale. Vuol dire sovranità, senza sovraintendenze, senza prefetti dei beni culturali, dei beni paesaggistici. L’indipendenza avvicina i popoli non li separa, il PSd’Az non è un partito separatista; indipendenza vuol dire sovranità della nazione sarda, che non sia frutto di un decentramento voluto dall’alto; vuol dire economia; vuol dire sviluppo; vuol dire avere una lingua ufficiale; vuol dire essere uomini e donne liberi di pensare! Il Partito Sardo d’Azione ha la cultura della costruzione non del disfacimento, per acquisire benessere, noi abbiamo le risorse per avviare la ricostruzione senza chiedere l’elemosina allo Stato Italiano. Dobbiamo dotarci di un federalismo interno che dia un ruolo da protagonisti ai Comuni, un federalismo che risarcisca la nostra isola da anni di prelievo fiscale iniquo da anni di servitù militari che hanno arricchito alcune lobby di potere a scapito della salute dei cittadini sardi; un federalismo che crei un’economia in grado di competere nei mercati non solo nel turismo costiero ma anche in quello produttivo agroalimentare, manifatturiero e della conoscenza. Noi sardi siamo chiamati all’indipendenza, abbiamo il confine naturale di isola, una storia ambientale, una lingua, una cultura, e un’eredità storica che a questo ci conduce. In questo momento si stanno svolgendo dei tavoli di confronto tra i partecipanti alla scuola, è prevista per il pomeriggio la relazione del Dott. Marco Calaresu, il tema sarà “Sardegna e Europa. L’esperienza dell’ALE Alleanza Libera Europea per un’Europa dei Popoli.” Domani i lavori della scuola proseguiranno dalle ore 10, con la relazione dal titolo “Statuto autonomistico e riforma. Un’occasione per il futuro?”, dell’avv. Giovanni Angelo Colli anch’egli membro della segreteria sardista. In futuro, questo tipo di incontri saranno riproposti in diverse zone della Sardegna, uno degli obiettivi sarà quello di coinvolgere soprattutto i giovani, risorsa primaria per il nostro futuro.

Fortza Paris 

Immagini 

Fonte: http://www.partitosardo.it/index.aspx?m=53&did=1 

 
Altri articoli...
Sardo - SardegnaItalian - Italy
Europrogettazione