Il Partito sardo d’azione nella storia della Sardegna contemporanea
CAMILLO BELLIENI, un percorso ideale e morale nella Sardegna contemporanea Nato a Sassari il 31 Gennaio 1893, dove la madre, Elisabetta Marras, si era trasferita temporaneamente per partorire, nella casa dei genitori di lei, come le figlie femmine usavano fare in quegli anni, trascorse la sua prima infanzia, sino alle soglie dell’adolescenza a Thiesi, centro agropastorale della provincia di Sassari, dove il padre, Nicola, era titolare della locale farmacia.
Dopo aver compiuto gli studi presso il Liceo Azuni di Sassari, negli stessi anni in cui lo frequentava il figlio dell’economo del convitto Canopoleno, Palmiro Togliatti, futuro segretario del Partito Comunista Italiano, si laureo in Giurisprudenza, nell’ateneo sassarese, e, successivamente, in filosofia a Roma. Fu interventista e partecipò con il grado di tenente al primo conflitto mondiale nelle file della Brigata Sassari, unitamente ad Emilio Lussu, un altro dei giovani destinato a diventare personaggio di primo piano negli anni della nascita del P.S.d’A. Bellieni fu il principale animatore di quell’ala politicizzata dei combattenti che spinse per la fuoruscita dalle secche in cui ormai si trovava il movimento, prima della sua annessione al movimento fascista, e fu il primo direttore regionale dopo il congresso di Oristano che sancì, dopo una lunga gestazione, la nascita ufficiale del P.S.d’A. Storico e filosofo, uomo di grande cultura, e di grande spessore morale, Bellieni fu il teorico e il grande organizzatore del primo sardismo. Aveva fatto delle idee di libertà, di giustizia e di equità sociale, la sua religione civile, ed ha creduto fino alla fine di suoi giorni, nell’idea del riscatto morale e sociale della Sardegna, come un presupposto fondamentale per un riscatto morale e politico dell’Italia. Bellieni vedeva la Sardegna, per la sua posizione geografica e per la sua storia culturale, come il fulcro di un’alternativa politica ed economica mediterranea che si ponesse al centro dei blocchi politici e militari che si profilavano all’orizzonte dopo il primo conflitto mondiale. Cristiano per cultura e laico nell’azione, liberale e antifascista, repubblicano e socialista, Bellieni compendiò i grandi filoni della cultura morale e politica europea nella dottrina dell’autonomismo federalista che niente ha da spartire con l’autonomismo speciale che ha dato vita, nel secondo dopoguerra, all’ancora vigente Statuto regionale della Sardegna. L’autonomismo, nel linguaggio del Bellieni, è, alla lettera, capacità autodeterminativa degli individui e dei popoli che deve trovare la sua espressione politica nella potestà legislativa dell’ “Ente Regione”. Al regionalismo italiano post-unitario mancava proprio la potestà legislativa e sovranitaria delle regioni. Se la Sardegna è una nazione, questo è il ragionamento di Bellieni, essa è una nazione abortiva, cioè destinata ad abortire, e sarà destinata a restare tale finché non acquisterà la sua sovranità politica e la sua potestà legislativa al pari dello Stato. Va da sé che, l’impianto centralista dello Stato italiano e neanche le blande proposte di decentramento amministrativo provenienti dalla destra e dalla sinistra storica, non erano sufficienti ad accogliere la visione regionalista del Bellieni e che, pertanto, si rendeva necessario riscrivere il patto tra le regioni e lo Stato. Un patto dove alcuni poteri sono demandati allo Stato centrale ed alcuni alle regioni. In quest’ottica federale, dunque, si comprende e si spiega l’autonomismo sardista del Bellieni. Nessun separatismo, nessun massimalismo indipendentista appare più lucido e più radicale dell’autonomismo bellieniano. Nella sua concezione autonomista e federalista il termine “regione” sostituisce il termine “Stato”. La regione diventa Stato, se ne pone come sua parte integrante e costitutiva e, insieme ad altre regioni-Stato, configura il nuovo assetto di una moderna repubblica federale. Il nuovo Stato repubblicano dovrebbe essere costituito, nella visione del Bellieni, dalle diverse regioni che liberamente aderiscono alla costituzione del nuovo Stato federale, con pari dignità e con pari autonomia. Solo in questa prospettiva la storia della Nazione Sarda avrebbe potuto trovare la sua dimensione statuale e quindi uscire da quella condizione di nazione abortiva in cui era venuta a trovarsi dopo la definitiva e tragica sconfitta subita dinanzi alle truppe aragonesi nelle colline del Marghine. Allo stesso tempo non sfuggiva a Bellieni l’inadeguatezza delle classi dirigenti sarde e italiane per la realizzazione di un progetto politico ambizioso quale era quello di una vera e propria rifondazione della Statualità e della politica, da cui l’esigenza della nascita di un nuovo partito e di una nuova classe dirigente con nuove consapevolezze ed in grado di assumere nuove responsabilità per la Sardegna per l’Italia e per l’Europa. Negli anni del fascismo, quando i partiti politici dovettero tacere, per via della dittatura mussoliniana, Bellieni insegnò filosofia e pedagogia a Trieste, e poi esercitò la professione di archivista nell’Università di Napoli. Nella città partenopea sposo Margherita e vi stabili la sua dimora tornando spesso in Sardegna per seguire le vicende del Partito. Fu tra i protagonisti della ripresa democratica dopo la caduta del Fascismo, e fu fortemente critico nei confronti del nascente autonomismo che, certamente, non andava, come di fatto non andò, nella direzione da lui auspicata. Mori a Napoli il 9 Dicembre 1975, e la sua salma venne poi riportata a Sassari, dove è sepolta nel cimitero cittadino.
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