Leviatano: L'Europa in bilico
Michele Pinna
L’Europa in bilico: tra Stati accentratori e patrigni ed un’economia senza regole se non le sue. Dalla crisi greca i primi segni dell’illusione di un futuro europeo. La crisi greca pone all’attenzione questioni che il dibattito politico ha, in tutti questi anni, sottovalutato, e che invece, oggi, irrompono prepotenti nello scenario mondiale, tanto da rimettere in discussione questioni radicali e vitali per la convivenza civile della nostra civiltà, ma ormai assopitesi nel sonno della ragione, tanto che la possibilità che si generino nuovi mostri non è poi così lontana. I mostri dell’oscurantismo e quelli delle dittature monocratiche sono già noti all’Europa; rispolverarne i fantasmi non spaventerebbe più la nostra democrazia. Per quanto ancora bambina, ma come i bambini del nostro tempo che, scaltri e disincantati non si lasciano infinocchiare più né dalle storie di Babbo Natale, né dalle storie della Befana, e neppure credono che i bambini li porti la cicogna o che nascano sotto una foglia di cavolo. Direi, anzi, che, sotto questi profili, è abbastanza adulta. Se i bambini fanno finta di crederci è per essere conformi allo status infantile che piace tanto ai genitori, che tale status, per i loro figli vorrebbero durasse per sempre, e ai bambini perché conferisce loro gli agi delle coccole e dei capricci.Così, se non perché può far comodo, o perché può far agio a qualcuno, credo che nessuno, oggi, possa credere che la crisi della democrazia, almeno dove la democrazia vige ed ha una storia, per quanto non lunghissima, ma le cui radici nel liberalismo europeo sono profonde, possa configurarsi e riproporsi con eventi come quelli caratterizzati dal fascismo, dal nazismo o dallo stalinismo.Il problema della democrazia e della libertà, oggi, è connesso ad un altro grande problema, mai affrontato seriamente e, perciò, mai risolto, e per questo più pericoloso dei vecchi, quanto fantasmatici, ormai, eventi dittatoriali, o giù di li, che è quello della sovranità dei popoli e delle nazioni, risiede, invece, e appunto, nella capacità del sistema politico europeo di contemperare i rapporti di indipendenza nazionale con quelli dell’interdipendenza cui l’economia globale, il mercato e la finanza internazionale espongono le società concrete degli uomini, le comunità locali. Al sistema politico europeo che ha avuto ragione, rispetto ad altri sistemi politici, (asiatici, africani, sudamericani) nelle sue enunciazioni di principio: liberali, libertarie, laiche e sovranitarie, è mancata la capacità di concretizzarne e di praticarne le sue premesse e le sue promesse fino infondo. Gli Stati nazionali che dalla loro nascita, per qualche tempo, almeno fino all’ingresso degli Stati Uniti nello scenario mondiale, sono stati in grado di garantire l’economia, la finanza, la sicurezza, nell’ambito del loro potere giurisdizionale, oggi non riescono più ad assolvere a questo compito. Non vi riescono e per i vizi intrinseci alla loro stessa natura e per le nuove dinamiche, quantitativamente e qualitativamente, entro cui si muove l’economia. La virtualizzazione della finanza ha sovrastato l’economia di mercato sostituendo la produzione materiale della ricchezza, tanto cara ai fisiocratici, e al liberalismo ottocentesco, con la circolazione di carta moneta priva di copertura produttiva. E’ il fallimento mondiale dell’economia e del mercato. La natura degli Stati moderni, tutti lo sappiamo, è una natura verticistica, sedicentemente voluti da Dio e dalle dinastie regali. Gli Stati anche quando dopo la rivoluzione francese si sono configurati come repubbliche fondate sull’uguaglianza, la libertà, la fratellanza, ed hanno posto il lavoro, la proprietà e la persona come nuclei generativi della vita associata, in realtà i veri nuclei costitutivi delle nuove forme di statualità sono stati i ceti e le classi sociali in grado di controllare la produzione e la ricchezza. Non è una novità. La verità è che i ceti e le classi detentrici della ricchezza sono state in grado di piegare l’ordine, l’organizzazione e la giurisdizione dello Stato alle loro esigenze e alle loro necessità. Tutta la storia diplomatica e militare europea: da Napoleone a Bismarck, da Clemenceau a Churchill, fino a Maastricht, va in questa direzione. Non è una novità. La verità è che, da Maastricht in poi, per fare questo non c’è più neanche bisogno di uno Stato. Questo emerge dalla crisi greca. Basta una moneta unica, una super banca, una serie di vincoli e di orpelli giuridici (le cosiddette normative comunitarie ) per penalizzare ogni slancio produttivo locale e per inibire ogni iniziativa che non rientri nei fantomatici parametri comunitari. Chi li decide poi questi parametri? Le modalità, mutatis mutandis, sono le stesse quelle di sempre. In pochi per tutti. Chi prende il malloppo dei fondi comunitari? I soliti pochi, fuorché noi, come sempre. Per chi come noi sardi ha conosciuto la rapacità degli aragonesi e degli spagnoli, e non di meno quella dei piemontesi, cosa volete che sia?E la sovranità? Di chi è, a chi appartiene la sovranita? Al popolo mi si risponderà. Ma in una situazione come quella attuale dove le banche, gli oligopoli finanziari, le multinazionali non hanno più bisogno di uno Stato nazionale men che mai di uno sovranazionale, gli unici che hanno bisogno di nuove forme di Statualità sono i popoli, le nazioni, non quelle artificiali e di carta pesta volute dagli Stati nazionali ottocenteschi, ma quelle vere, che hanno ancora una lingua, un sentire comune, un territorio, finche ce lo lasceranno, delle potenzialità produttive. Hanno bisogno di nuove forme di Statualità che non siano nè il Leviatano terrificante e accentratore come dice l’economista Padoa Schioppa, e siamo tutti d’accordo, almeno a parole, ma neanche uno Stato inteso come “organizzazione potestativa sovrana dotata di poteri coercitivi” come dice il politologo Sartori. Ne l’una forma né l’altra, di fatto, hanno mostrato nel concreto di poter essere lo Stato dei cittadini, delle nazioni, dei popoli.Le uniche funzioni che lo Stato odierno mette in atto sono la coercizione, spesso inspiegabile e incomprensibile, ed il suo carattere accentratore, per il resto ogn’uno per sé e Dio per tutti. Cosa fa lo Stato, infatti, dinanzi agli operai che perdono il lavoro, dinanzi ai giovani che non lo trovano, dinanzi ai redditi dei poveri cristi che non bastano più neanche per il necessario; ma cosa fa lo Stato dinanzi ad una sanità pubblica allo sfascio, ad una scuola e ad un’Università ormai in condizioni di chiusura, dinanzi alle banche e ai poteri che dello Stato se ne infischiano alla grande. Dinanzi alle lobbyes editoriali che fanno il bello e il cattivo tempo di cui la politica, sotto la spada di Damocle dell’insinuazione dubbiosa sulla moralità dei politici, è solo un ostaggio. Se l’Europa al di là dei proclami sul valore della moneta unica, sui proclami rispetto alla maggior forza contrattuale internazionale dei paesi che vi aderiscono, non riesce ad affrontare le centinaia, le miglia di problemi che quotidianamente affliggono le diverse e molteplici specole locali che la costituiscono. Alcoa, la SIR, il prezzo del latte, la crisi greca, oggi, domani chi lo sa, a cosa serve l’Europa? Ma ancor di più cos’è l’Europa? Forse non di più di quanto siano servite e siano state l’Italia per i sardi, la Spagna per i baschi, per i catalani e per gli aragonesi, il Regno Unito per i gallesi e per gli scozzesi, la Francia per Bretoni e così via. Niente più che patrie patrigne. Un’Italia senza italiani, lo abbiamo detto più volte ma forse con vicende come quella greca dovremo prepararci ad un’Europa senza europei? Sarebbe questa una nuova catastrofe per l’Occidente, magari l’ultima.
Michele Pinna |
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Ripartendo da noi stessi potremo riprovare a dare un senso alla Polis ![]() Di Michele Pinna Qualche tempo fa partecipando in veste di relatore ad un seminario di studi, presso l’Università di Barcellona, dal tema “Il senso della politica” uno studente mi fece una domanda assai singolare. “Secondo lei la politica è un mezzo un fine?” Senza esitare risposi che la politica è un mezzo che talvolta si rende utile per poter perseguire dei fini, quando essa stessa non si pone come fine. L’ambiente in cui parlavo non aveva bisogno di mediazioni o di alcuna dissimulazione per rendere esplicito il fatto che la politica è pratica finalizzata al perseguimento dell’indipendenza degli individui, innanzi tutto, ma delle comunità umane che si chiamino popoli o nazioni, più o meno grandi, più o meno rappresentate da una statualità. |
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