Autonomismo, indipendentismo, separatismo, sardismo. Se le parole non diventano fatti producono delusioni e frustrazioni. di Michele Pinna La Costituzione italiana nel suo nascere prese atto che nel Paese di Cavour, di Mazzini e di Garibaldi vi erano delle regioni che, per la loro storia diversa, per le loro condizioni geografiche e per una certa situazione sociale e culturale, avevano bisogno di una sussidiarietà particolare che potesse integrare ed equilibrare i loro differenziali negativi che, altrimenti, le avrebbe messe al di fuori dei processi di ricostruzione che all’indomani del fascismo si rendevano necessari per lo sviluppo della nazione. Con un articolo preciso la legge generale del nuovo Stato democratico codificò “le regioni autonome a statuto speciale“, nonchè l’esigenza di tutelare le lingue minoritarie presenti in alcune regioni che altrimenti sarebbero scomparse dinanzi al prestigio e all’uso ufficiale dell’italiano.
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Non avendo altro da dire i nuovi dannati della democrazia telematica parlano di bandiere e di vessilli…ben altro ci attende! Un’isola e una classe dirigente che dovrà dimostrare di poter fare da sé. Di Michele Pinna  Nelle more del dibattito sulla relazione politica del presidente Cappellacci, osservatori, pifferai, bloggers a tempo pieno, che s’improvvisano analisti della politica e dell’economia, qua e la discettano di bandiere di stendardi e di vessilli, auspicano leaders, condottieri, ipotizzano modelli di civiltà da seguire o da vilipendere in un frastuono di voci e di rumori che, certo, non fanno onore alla nuova democrazia telematica. Niente censure o richiami, per carità! Viva la libertà d’opinione viva la democrazia, reale o virtuale che sia. Però, non di meno, parlano da soli i segni del tempo: Stile? Zero. Sobrietà e pudore della parola? Meno di zero. L’uso dell’aggettivazione? Non va oltre il volgare. Logica del discorso e capacità problematica? Sembra di giocare all’acchiapparello: uno insegue l’altro. Eppure cose da dire, ma soprattutto da fare ce ne sono tante.
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Tutti dovremo interrogarci, non solo chi ha perso: la società sarda è cambiata rendiamocene conto. Di Michele Pinna Il centro sinistra s’interroga sulle ragioni della sua sconfitta elettorale ma piu’ in generale sulle ragioni della sua crisi. S’interroga. Il fallimento della giunta Soru, che ha avuto ripercussioni anche sul piano generale negli assetti interni del P.D. ha messo in evidenza la deriva intrapresa dalla sinistra italiana-, che, in assenza di riferimenti storici, entrati in crisi con la fine del grande racconto ideologico, e le vecchie dinamiche della gestione del potere, per quanto riguarda il centro, oscillante tra un linguaggio neoamericanista e i modelli del decisionismo aziendalista, incarnati dal veltronismo e dal sorismo. Il segno del fallimento oltre che nella sconfitta di Soru e nelle dimissioni di Veltroni resta inciso nella disfatta economica del glorioso giornale fondato da Antonio Gramsci, il quale, nato per sostenere le lotte del movimento operaio non ha retto, evidentemente, al rabbonimento governativista della classe dirigente postcomunista e ai trasformismi di quella postdemocristiana, dinanzi ad una società ancora fortemente antagonista e fortemente conflittuale rispetto alle ragioni della politica del centro sinistra, non piu’ orientata, almeno in linea di massima, ma soprattutto nei fatti di governo, a rappresentare le domande e le aspettative di una società fortemente bisognosa di risposte e di soluzioni di problemi vecchi e nuovi. Credo che i dirigenti politici del centro centrosinistra dovrànno interrogarsi e riflettere molto in questa direzione. Ma anche gl’intellettuali credo che dovranno farlo. Sui loro stili di pensiero, sulle loro consapevolezze, sui loro linguaggi. Cosi come dovranno farlo i giornalisti, gl’imprenditori, i banchieri, i Menagers. Si, perché gli’imprenditori, i banchieri e i menagers non sono soltanto quelli del centro destra, perché questi, si sa, ormai, affollano anche gli ambienti del centro sinistra.
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La vittoria del P.S.d’Az., alle ultime elezioni regionali, sarebbe poca cosa se non la si potesse contestualizzare in uno scenario piu’ ampio che supera gli stessi confini regionali. Nello scenario, cioè, che da qualche anno vede la progressiva dissoluzione degli orizzonti statual-nazionali della politica, per lasciare spazio alle curvature di una visione territoriale-locale della vita pubblica. L’affermarsi della Lega al Nord, fino ad insidiare le propaggini dell’Emilia rossa, del nuovo Movimento per le autonomie in Sicilia, la rinnovata presenza del P.S.d’Az, appunto, unitamente. Anche, ai risultati di IRS e del Movimento per le autonomie in Sardegna, pone, credo, al dibattito politico, nuovi elementi di riflessione. In primo luogo, per esempio, il dato che l’ affermazione elettorale delle valenze territoriali della politica si determina dentro alleanze programmatiche, che, per quanto riguarda il P.S.d’Az., siano con il centrodestra poco importa, e per quanto riguarda IRS autonomamente da alleanze con il centrosinistra, da cui, anzi, recupera qualche spazio elettorale dinanzi ad una diffusa defezione da Soru, di frange di elettorato, per lo piu’ giovanile e underground. Si tratta, comunque, di valenze programmatiche con obiettivi a termine, si badi, al di fuori, perciò, di enfasi ideologiche e di proclami strategici generali. L’elemento di novità e che, dinanzi ai programmi, leggibili, concreti, realizzabili, s’infrangono le campagne demonizzatrici nei confronti dell’avversario, in tal caso di Berlusconi, cadono i vecchi spauracchi e i vecchi fantasmi della sinistra antifascista che niente dimostrano di valere dinanzi ad una politica che promette cose vere, cose concrete, cose urgenti da fare. L’epoca dei grandi racconti ideologici è, evidentemente finita, e si sta affermando quella delle poche ma sicure cose che dovranno essere fatte. Anche le ultime elezioni regionali, hanno evidenziato questo. L’elezione di diversi sindaci, sia al centro destra che al centro sinistra, anche di piccoli comuni e di territori marginali, ma anche la definizione di nuovi bacini elettorali in zone prive di rappresentanza, vanno, secondo noi, in questa direzione. Le piccole comunità hanno anch’esse bisogno di essere rappresentate e che alcuni annosi problemi trovino soluzione. Ciò che preoccupa è quanto la politica saprà intendere ed interpretare in maniera giusta queste nuove tendenze della società. La politica, in tutti questi anni, ha privilegiato piu’ le riforme elettorali,- in nome della governabilità e della semplificazione della politica e del risparmio dei suoi costi, che non ci sono, evidentemente, stati,- finalizzate, in realtà, a risolvere i problemi delle caste e delle oligarchie partitiche e perpetuarne la loro esistenza; piuttosto che concentrarsi nella realizzazione dei programmi e nella soluzione dei problemi delle popolazioni. Spesso si parla della Sardegna come laboratorio politico da cui possono scaturire indicazioni valide in termini generali. Se questo dovrà essere ancora, il nuovo governo regionale dovrà mostrare, in primo luogo che le cose, almeno alcune, si possono fare facendole per davvero. La caratterizzazione sardista di questa giunta non dovrà derivare dal numero di assessori o di posti di sottogoverno che si porteranno a casa, anche questo, certo. E non vorrei che il centro destra, sotto questo profilo iniziasse male. Gli assessorati e il sottogoverno sono degli strumenti per incidere nella realtà delle cose e nell’operatività delle scelte, per rafforzare la validità dei programmi e del progetto politico. Non certo dei fini o delle rendite per dosare equilibri e soddisfare velleità individuali. Una proposta: ridurrei, intanto, il costo di ogni assessore e con il risparmio incrementerei la resa e la funzionalità dell‘ assessorato, anche con figure di supporto i cui costi dovranno saranno costituiti da rimborsi a piè di lista. Sono tecnici gli assessori no? Ai tecnici bisogna dare obiettivi precisi, la cui realizzazione dovrà essere misurabile e determinabile nel tempo. La caratterizzazione sardista del nuovo governo regionale dovrà, perciò, emergere, dalla capacità d’ azione e dalla tempistica delle azioni stesse. La nuova dirigenza sardista dovrà, in una nuova logica organizzativa, prevedere piu’ che una segreteria e una direzione, luoghi, secondo me, ormai pletorici, delle figure in grado di verificare e di coordinare i vari punti del programma e i tempi della loro attuazione. Figure che dovranno fare da cerniera tra il partito, il consiglio regionale e la giunta. Se in questo consiglio regionale e nella società sarda il P. S. d’Az. Vorrà avere, davvero, un ruolo trainante e propositivo, in grado anche, di portare a sintesi di governo le diverse istanze sardiste, qua e la diffuse, anche fuori dal partito, dovrà investire molto in organizzazione, in elaborazione, in ricerca, in comunicazione, in democrazia, e non delegare a nessuno queste funzioni vitali per poter fare politica oggi. Meno ideologia, dunque, piu’ programma e piu’ azioni concrete e piu’ cultura di governo. Importante in tutto questo sarà il rispetto delle regole e dei ruoli. I dirigenti di partito dovranno fare i dirigenti, i consiglieri regionali dovranno fare i consiglieri regionali, e gli assessori gli assessori. Ad ognuno il suo, ed ogn’uno dovrà rispondere di quello che farà, senza confusioni di ruolo e senza prevaricazioni. Ce la faremo?. Michele Pinna.
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