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La politica linguistica in Sardegna e le leggi di tutela

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Politica
PostDateIcon Venerdì 04 Settembre 2009 17:00 PostAuthorIcon Author: antonello nasone
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A proposito dei centocinquant’anni dello Stato italiano.

 

di Michele Pinna  

 

Alle origini della politica linguistica in Sardegna c’è una storia letteraria, una storia linguistica, la storia di un popolo, la storia di una nazione, c’è la Sardegna, c’è un movimento politico e culturale che dagli anni Settanta del Novecento ha posto con forza il problema linguistico come problema fondamentale dell’identità dei sardi e della loro appartenenza comunitaria alla nazione sarda. Strettamente connesso al problema linguistico come problema della nazione e del popolo sardo emerge il problema dell’indipendenza della Sardegna. Un problema, cioè, che pone in discussione le attuali modalità di appartenenza della nazione sarda allo Stato italiano. È un problema che discute sulla legittimità stessa dello Stato italiano come Stato annessionista e inglobante che, a partire da un nucleo territoriale arbitrario, e da una dinastia investita dall’alto, ha dato vita ad uno Stato: lo Stato italiano. Il problema non si risolve neanche dentro quei percorsi storiografici e dentro quelle filosofie della storia che vedono la Sardegna come il nucleo territoriale originario, a seguito del passaggio ai Savoia, dopo il trattato di Londra, che ha dato vita allo Stato italiano. C’è da chiedersi, infatti se i sardi, il popolo sardo, al di là delle decisioni prese dalle classi dirigenti isolane, subalterne e irresponsabili, volessero dar vita ad uno Stato italiano e se volessero farlo con le modalità con cui lo hanno fatto i Savoia e le classi dirigenti piemontesi con la complicità subalterna e irresponsabile di quelle sarde. Crediamo proprio di no. Gl’intellettuali sardi dell’Ottocento come Tuveri e Asproni ci dicono e c’insegnano altre cose. Ci svelano i misteri e gl’inganni che hanno generato l’Unità, la cosiddetta Unità d’Italia. Così come altre cose ci dicono e c’insegnano nel Novecento i Camillo Bellieni, gli Antonio Simon Mossa e tutto il movimento sardista e indipendentista che a questi autori s’ispira. Lo Stato italiano nei suoi cento cinquant’anni di storia per noi sardi ha rappresentato centocinquant’anni di rapina, di prevaricazione, di genocidio linguistico e culturale, di deprivazioni e di depauperamento di risorse umane e materiali. Centocinquant’anni di carne da cannone, di tasse inique, di posti di lavoro occupati ingiustamente da stranieri che non conoscono la nostra lingua e la nostra cultura. Dobbiamo celebrare e festeggiare? Bene! Celebriamo e festeggiamo. Iscussentidos e palipistos. Corruddhi e affushtigaddhi, direbbero a Sassari. Come dire, cornuti, mazziati e magari anche contenti. Il problema non è quello del Nord contro il Sud come vorrebbe far credere il movimento trasversale antileghista. Per noi la questione è molto più grave. Si tratta, infatti, di uno Stato, quello italiano, voluto dai piemontesi, prima, e da alcuni altri, (non certo dalla maggioranza degli italiani) in seguito, che ha impunemente inglobato una nazione senza che nessun organismo internazionale sia mai intervenuto. Tutto ciò potrebbe apparire delirante ma così non è. Nell’Ottocento gli equilibri diplomatici del tempo, di certo, non erano interessati ad una realtà nazionale che si ponesse fuori dai controlli internazionali, cosa che, invece, avrebbero potuto garantire una più rassicurante e non dimeno stupida monarchia come quella sabauda, rispetto ad un’isola fortemente strategica nel Mediterraneo, per la sua portualità e per le sue risorse: dal legname ai prodotti cerealicoli, al carbone, al sale, alla carne, al pellame. Non diversamente da oggi, il cui territorio viene sprecato con insediamenti militari e insediamenti petrolchimici dannosi per la salute e per l’economia, anziché utilizzarlo bene per insediamenti produttivi di ricchezza e di benessere. Il problema linguistico in Sardegna non può essere scisso da tutte queste cose. Rivendicare, non solo la tutela e una, non folcloristica, valorizzazione della lingua sarda, ma un suo uso diffuso, programmato e pianificato in tutti gli ambiti della vita quotidiana privata e istituzionale, per il movimento linguistico sardo, sardista e indipendentista, significa rivendicare la sovranità del popolo sardo e una forma politico-istituzionale che la sancisca, affinchè il territorio e le risorse siano fonte di ricchezza e di salute, prima di tutto per i suoi abitanti. Le attuali leggi di tutela e di valorizzazione: la legge regionale n. 26 del 1997 e quella dello Stato italiano n. 482 del 1999, si rivelano insufficienti da questo punto di vista. Sono Leggi d’integrazione ma non eliminano né la sperequazione né il divario esistente tra la lingua dello Stato e la lingua della nazione sarda. Non ne eliminano il divario culturale e il divario rispetto al prestigio delle due lingue perché non né eliminano la sudditanza della Regione, per quanto a Statuto speciale, rispetto allo Stato. L’integrazione, per sua natura, non favorisce l’indipendenza ma rende meno visibili i meccanismi e le dinamiche che determinano la dipendenza; e per quanto se ne sfruttino gli spazi e le opportunità, la legislazione integrativa è più subdola e perciò più pericolosa rispetto alla creazione di percorsi di non dipendenza verso l’indipendenza. Anche nelle scelte di politica linguistica si tratta, perciò, di uscire dalle logiche dell’integrazione per andare verso le logiche dell’indipendenza. Perciò le leggi di politica linguistica da sole, senza una riscrittura radicale degli ambiti statutari e costituzionali, non bastano: il recente caso del Friuli è emblematico in tal senso. La regione Friuli si vede bocciata dalla Corte costituzionale la propria legge di tutela linguistica perché l’uso autodeterminativo della lingua fuoriesce dagli ambiti del proprio Statuto e dagli spazi che la Costituzione conferisce allo Statuto stesso. Si rende, perciò, necessario riscrivere lo Statuto e anche la Costituzione. Piaccia o non piaccia, questo è. Le avances della Lega sui dialetti, che pure hanno un senso profondo, forse molto più profondo di quanto la Lega non si renda conto, se non vanno in questa direzione lasciano il tempo che trovano. Non bastano le leggi di tutela ne le direttive dell’Unione Europea, per uscire dalle ambiguità del bilinguismo subalterno, spacciato per conquista culturale, e non bastano, per quanto riguarda la Sardegna, a darle la sua dignità storica di nazione sovrana, linguisticamente indipendente, per quanto aperta al plurilinguismo e al multiculturalismo. Questo è il nostro progetto e la nostra ambizione. Ne vogliamo parlare mentre ci si accinge a celebrare il centocinquantesimo compleanno dello Stato italiano?

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