Autonomismo, indipendentismo, separatismo, sardismo.
Se le parole non diventano fatti producono delusioni e frustrazioni.
di Michele Pinna
La Costituzione italiana nel suo nascere prese atto che nel Paese di Cavour, di Mazzini e di Garibaldi vi erano delle regioni che, per la loro storia diversa, per le loro condizioni geografiche e per una certa situazione sociale e culturale, avevano bisogno di una sussidiarietà particolare che potesse integrare ed equilibrare i loro differenziali negativi che, altrimenti, le avrebbe messe al di fuori dei processi di ricostruzione che all’indomani del fascismo si rendevano necessari per lo sviluppo della nazione. Con un articolo preciso la legge generale del nuovo Stato democratico codificò “le regioni autonome a statuto speciale“, nonchè l’esigenza di tutelare le lingue minoritarie presenti in alcune regioni che altrimenti sarebbero scomparse dinanzi al prestigio e all’uso ufficiale dell’italiano.
L’autonomismo della Costituzione italiana servì a stemperare le spinte separatiste provenienti dalla Sicilia, placò l’esigenza delle popolazioni tedesche e franco provenzali che inglobate nello Stato italiano scalpitavano perché venisse riconosciuto loro lo status di regioni culturalmente “altre”, servì in Sardegna a mitigare l’anelito di un popolo-nazione che non aveva saputo o potuto farsi Stato e a soddisfare le ambizioni di una classe dirigente con pochi progetti, ma ambiziosa e facilmente adattabile alle nuove esigenze atlantiste della democrazia cristiana degasperiana. Un autonomismo voluto dall’alto, come più volte è stato detto, corruttore, compradore, un autonomismo che anziché dare autonomia ha creato subalternità, assistenzialismo, irresponsabilità delle classi dirigenti, ed un popolo, ancora più suddito, che ha visto nella regione la vacca da mungere in tutte le stagioni. Nel settore agricolo, nel turismo, nell’impresa, nell’industria, nella cultura. Si è creato un popolo d’ imprenditori subappaltatori, di pastori somministratori di mangime, più esperti in pratiche per l’ottenimento di contributi pubblici e in furberie burocratiche che in pratiche d’allevamento e di caseificazione, di artigiani che anziché costruire officine hanno costruito case di civile abitazione, di contadini che anziché seminare e mietere hanno lucrato lasciando i terreni incolti, di vignaiuoli che anziché impiantare i vigneti li hanno espiantati, di giovani che anziché aspirare a fare gl’imprenditori hanno imparato a fare i lavapiatti e i camerieri, di primari ospedalieri e di professori universitari diventati tali attraverso concorsi il cui sapere scientifico ed i titoli sono stati valutati in base alle quantità di fieno trovate nelle feci. Molte responsabilità di questo autonomismo avvelenato sono da attribuire alle sue origini, ma anche alla sua gestione locale; tante sono da ricercare in una mentalità che non ha scavato in profondità le ragioni di una modernità laica che non ha seguito gli esiti del calvinismo che ha fatto grande la Germania, la Svizzera i Paesi Bassi. Una mentalità che stenta a mettersi in discussione anche quando usa parole diverse dalle solite; magari più clamorose, più roboanti. Parole come indipendenza, separazione dall’Italia. Sono come i fucili caricati a salve nelle feste di paese. Molto frastuono ma non fanno male, non colpiscono, non hanno nessun bersaglio. La funzione della carica è solo quella di far rumore per significare che in paese c’è festa e distrarre la gente dalle cure della vita quotidiana.
La vera mentalità laica, calvinista, si appalesa prima di tutto nell’azione, in seguito nella parola. La mentalità del fariseo, del sepolcro imbiancato, invece, si manifesta nella parola, nel gesto che si batte il petto, nel tono apocalittico che annuncia sventure nei confronti di chi pecca ma lui continua, imperterrito, a peccare come prima, più di prima. E, del resto, lo stesso cristianesimo, quello vero, ci ha insegnato che la parola è vana se non diventa carne. Quindi azione, fatto, accadimento, esempio.
L’indipendentismo se non diventa azione concreta si trasforma nel volto feroce e minaccioso di chi si vorrebbe distaccare istituzionalmente dallo Stato di appartenenza, creando inutile panico e disorientamento. Perciò rifiuto. I baschi e i catalani in Spagna sono il simbolo più noto e più importante di quella resistenza allo Statualismo moderno sorto nel Quattrocento a seguito del matrimonio tra Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia; ma anche esempio di azione concreta, di fatti istituzionali seri, nel tempo presente, utili alle loro popolazioni. Non basta citarli, bisognerebbe seguirli.
Il mondo è pieno di popoli, più o meno numerosi, che coltivano il sogno di un ritorno alla condizione premoderna di autogoverno e di sovranità locale. Le piccole patrie, le piccole comunità linguistiche, culturali, produttive: il bel medioevo vagheggiato dai romantici, la vera modernità post-moderna come qualcuno ha detto. In Sardegna questa idea si è innestata al corpo storico del sardismo,- la dottrina che da Tuveri, ad Asproni, a Sampolgandolfo, a Bellieni aveva costituito il fondamento teorico del partito sardo d’azione, che, all’indomani della prima guerra mondiale si era posto come riferimento politico per il rilancio della sovranità della Sardegna che avrebbe implicato l’autogoverno dell’economia, della cultura, dei commerci, dei trasporti isolani- con la parola, gli scritti e l’esempio umano, dell’Architetto sassarese Antonio Simon Mossa, che avevano ispirato la congerie neosardista degli anni Settanta, fino agli anni del “vento sardista”.
L’ispirazione anticolonialista che conciliava le battaglie dei popoli baschi e irlandesi, con quelle dei paesi africani e sud americani: “i dannati della terra” portati alla ribalta dei grandi circuiti editoriali da Franz Fanon, che avevano ispirato i “lari biancos” di Cicito Masala. In quegli anni qualcuno aveva introdotto a fianco a “sardità” il termine “sarditudine” derivandolo dalla più alla moda “negritudine”. L’indipendentismo Simonmossiano aveva generato una schiera di discepoli tra i giovani del P.S.d’Az, come Zampa Marras, Bainzu Piliu e tanti altri; ma anche fuori, dando vita ad una serie di movimenti politico-culturali come “Su populu sardu“, “Città Campagna“. Molti esponenti dell’indipendentismo di quegli anni sono confluiti nel P. S.d’Az. E’ stato un indipendentismo che non ha lasciato, alcun segno, se non sul piano ideologico, nelle strategie politiche della Sardegna. Usato spesso strumentalmente come vessillo di propaganda e di agitazione non ha mai dato esiti concreti sul piano delle azioni di governo.
Persino Soru che aveva tentato di mimetizzarsi dietro alcune parole d’ordine mutuate, qua e la, dal sardismo-indipendentismo, ci ha la sciato le penne. Il sardismo-indipendentismo è una brutta bestia. Chi lo promette e non lo realizza prima o poi ci lascia le penne.
Neanche il P.S.d’Az., che fu il massimo raccoglitore di consensi elettorali del movimento indipendentista di quegli anni, quando giunse con Mario Melis, al Governo dell’Isola, seppe tradurlo e interpretarlo in azioni concrete di Governo. Niente Zona Franca, niente politica linguistica, niente continuità territoriale, niente di niente, insomma, neanche un atto concreto che potesse caratterizzare quel governo, frutto di un impetuoso vento sardista-indipendentista, in quella direzione. La delusione dei sardi fu pari all’entusiasmo che pochi anni prima aveva caratterizzato il congresso di Porto Torres al grido “indipendenza, indipendenza“. Pari all’assemblea di Carbonia che aveva lanciato i famosi dodici punti programmatici del nuovo verbo sardista. Mario Melis, dinanzi all’insipienza del suo governo e dei suoi alleati si scagliava contro il suo partito. “Agisco in solitudine, nessuno che mi dia degli indirizzi, un partito inesistente”, amava dire nei suoi comizi strappa applausi, autocompiacendosi, mentre parlava, con il tono solenne e maestoso della sua voce, da vecchio e scaltro avvocato nuorese. Già, la colpa delle cose che non funzionano è dei partiti e dei suoi dirigenti che hanno espresso gli uomini di Governo e non degli uomini di Governo che quando si accomodano in poltrona si dimenticano e se ne strafregano dei programmi, dei partiti, degli elettori. I più furbi, quando ci riescono, s’impadroniscono persino dei partiti fino a farne degli strumenti addomesticati a loro immagine e somiglianza. Gli esempi sono tanti. Alcuni, cinicamente, continuano a fare campagna elettorale, e ad inventarsi nemici come se fossero sempre in piazza, dimentichi del loro mandato elettorale e dei compiti di governo che hanno assunto.
Una volta, in quegli anni, mentre era sottosegretario alla marina mercantile un parlamentare nuorese, non ricordo quale, ma uno dei tanti democristiani, cui da Roma davano qualcosa in cambio del fondo schiena, chiesi al leader massimo Mario Melis, cosa stesse facendo da presidente della regione, visto che il sottosegretario era un sardo, un nuorese, per contrastare lo strapotere della Tirrenia. Il leader massimo mi rispose incazzato che stava facendo delle cose importanti che non potevano essere oggetto di discussione di un’assemblea di sezione. Alla fine del mandato le abbiamo viste le cose importanti. E le hanno viste tutti i sardi.
Separatismo? E’ solo una parola che può sembrare più minacciosa. Un botto più forte. E come quando i cacciatori si riuniscono a raccontare balle: a chi la spara più grossa. Sono curioso di capire come potrebbe essere un collegato alla finanziaria indipendentista e, o, separatista. Chiedo: è più separatista la SFIRS che da i soldi a Moratti o ad Angelico? O, invece, chi da i soldi a Moratti è uno sporco autonomista, mentre chi da i soldi ad Angelico, magari sotto forma di corsi professionali truccati, è indipendentista-separatista? Un po’ come la canzone di Giorgio Gaber su destra e sinistra: è di destra chi fa il bagno nella vasca e di sinistra chi fa la doccia? Bene.
Il sogno, l’agitazione, il massimalismo parolaio non ci appaga, non ci basta. La parola “cane” non morde, né ci spaventa, così come non basta la parola “acqua” per dissetarci. Non facciamoci più fottere in nome delle nostre idee serie ed oneste per le quali abbiamo sempre pagato senza avere niente in cambio. Non facciamoci fottere da nessuno, neanche da coloro che si professano sardisti e che usano parole grandi come le montagne, mentre girano con gabbiette piene di topolini addomesticati.
Impariamo a chiedere sempre conto, a tutti, sardisti e non, di ciò che i rappresentanti delle nostre popolazioni fanno e non fanno in regione, nei comuni e nelle province. Lo dico ai sardisti, a quelli veri, che sono indipendenti e indipendentisti sul serio, che sono dentro e fuori dal P.S.d’Az.: a chi ha incarichi di governo chiediamo cosa stanno facendo e come lo stanno facendo, affinché la parola diventi carne, fatto, accadimento concreto che dia risposte tangibili. E non siano parole vuote, a scopi propagandistici individuali, pagate dal bilancio della regione. Dalle nostre tasche. Lo dico anche a coloro che non sono sardisti o indipendentisti, perché delusi dalle parole senza fatti del passato ed hanno fatto altre scelte. A coloro che militano in altri partiti e movimenti, di destra o di sinistra, poco importa. Ai cittadini onesti. Impariamo a non farci distrarre né dalle chimere ideologiche né dai prodotti di facile consumo ma costruiamo insieme, con chi ci stà e con chi ci crede, percorsi seri di pratica indipendentista nella politica linguistica e culturale, nella politica istituzionale, nella politica economica e fiscale, nelle politiche del lavoro, in ciò che si vuole, ma pratica, pratica, pratica. Non chiacchera, chiacchera, chiacchera, sempre chiacchera. Da chi ci governa attendiamo risposte e fatti. E d’ora in poi, se ci consentono, le domande le facciamo noi.
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