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Sa die de sa Sardigna

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Politica
PostDateIcon Mercoledì 29 Aprile 2009 00:00 PostAuthorIcon Author: Michele Pinna
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Sa die de sa Sardigna riportata al suo significato originario mentre i soliti pifferai, al contrario, fanno di tutto per dimenticare.


Nei cinque (pardon quattro e mezzo) anni appena trascorsi, sa Die de sa Sardigna è stata una giornata anziché della memoria dell’oblio. I pifferai del presidente allora in carica hanno fatto di tutto per dissimulare questa giornata, tra le più belle della storia del popolo sardo, e trasformarla con convegni e balle varie in una serie di occasioni pagate con i denari della regione in una celebrazione della loro reticenza e della loro riottosità a sentirsi sardi e amanti della patria sarda. Dai convegni su Gramsci e ad altro che, meglio sarebbe non ricordare, agli interventi a pera sulla stampa e sui blogs, infischiandosene di una legge del consiglio regionale, e del suo significato politico-istituzionale, nonché simbolico, sa Die aveva perso oltre che la sua essenzialità il suo carattere di una vera e propria festa nazionale. La festa nazionale del popolo sardo. Proprio cosi. Una festa nazionale di libertà e di liberazione, come quelle del venticinque aprile, del due giugno e del primo maggio. Il vicerè sabaudo e i piemontesi nel Settecento, per quanto in forme e in vesti diverse, non erano meno carnefici e meno oppressori dei nazisti tedeschi del Novecento, o degli stalinisti e post stalinisti dei massacri ceceni.


Quando un oppressore ed un carnefice, in qualunque epoca storica, viene scacciato dal popolo che ha subito l’oppressione, per quel popolo è una vittoria ma soprattutto è una vittoria per la libertà di tutta l’umanità.
A questa considerazione generale ne aggiungerei una in particolare: la liberazione dal nazismo è avvenuta grazie ad un intervento militare di portata internazionale come quello americano e inglese, mentre la liberazione della Sardegna dai piemontesi è avvenuta grazie alla forza e alla volontà dei sardi; le stesse con le quali qualche anno prima avevano difeso la loro patria da un tentativo d’invasione francese. Avevano difeso la loro patria ed una monarchia imbelle e ingrata che come altre monarchie europee avrebbe, invece, meritato la forca o la ghigliottina.
Invece ad essere giustiziati dalle leggi di Carlo Felice di Savoia, dopo la sfortunata e malintesa marcia angioyana da Sassari verso Cagliari, furono i sardi. Popolani e borghesi, laici e religiosi, uomini dei paesi e delle città. Dopo un anelito di libertà nazionale un bagno di sangue.
Le celebrazioni promosse quest’anno dal Consiglio regionale, con la seduta solenne nel Palazzo di Via Roma e con le altre manifestazioni svoltesi a Cagliari, grazie anche all’impegno straordinario dell’assessore alla cultura Maria Lucia Baire e degli uffici dell’assessorato, tra il ventisette e il ventotto hanno reso omaggio a queste memorie e le hanno riportate, attraverso le parole della Presidente Lombardo e del presidente Cappellacci nei giusti binari della storia.
Nei binari della storia di un popolo-nazione che non ha avuto, se non in tempi assai lontani, le sue dignità politiche e istituzionali. Il termine ”nazione” è tornato più volte sia nel discorso della presidente del consiglio sia in quello del presidente della giunta. E assume maggior valore e maggior significato dinanzi all’impegno assunto, sia dall’una che dall’altro, di dar vita, al più presto, ad una nuova stagione costituente per la riscrittura del nuovo statuto regionale.
Un popolo, una nazione con una propria storia, un proprio territorio, una propria lingua, ha detto in diversi passaggi la presidente Lombardo. E cos’è se non una nazione un popolo con una propria storia, un proprio territorio, una propria lingua? E’ una nazione che -, come ha detto in un passaggio molto delicato, anche sotto il profilo costituzionalistico, il Presidente Cappellacci - aspira alla propria sovranità nell’unità della repubblica italiana, e nell’orizzonte dei nuovi assetti federalisti di un nuovo Stato ormai alle porte. Se il federalismo è un patto tra pari, alla riscrittura di questo nuovo patto la Sardegna non dovrà mancare. Questo in sintesi, il senso dell’impegno assunto e della promessa fatta. Non sono mancati negli interventi delle due massime autorità regionali passaggi importanti sull’esigenza di rilanciare il problema dell’uso diffuso della lingua sarda nella scuola e nelle istituzioni conferendo, cosi, ai principi di sovranità politica che passano dentro percorsi di riforma statutaria, il fondamento della sovranità e dell’indipendenza culturale che passa primariamente dentro i valori simbolici e pratici che si concretano nell’uso ufficiale della lingua del popolo sardo. I richiami alla Catalogna fatti dal Presidente Cappellacci, sono stati centrati proprio sul rapporto tra sviluppo economico, riforme istituzionali e rifondazione culturale della coscienza nazionale del popolo sardo.
Richiamando la legge n. 482 del 1999 per la tutela delle minoranze linguistiche dello Stato italiano la presidente Lombardo ha posto l’esigenza di una rinnovata attenzione politica e istituzionale nei confronti della lingua sarda, la seconda lingua ufficiale, dopo l’italiano, più parlata nella penisola. Passaggio non secondario e non facile per un’esponente che è espressione politica di un partito che certamente non pone in Italia questi problemi al primo posto. Ma questa è anche la dimostrazione che le classi dirigenti sarde hanno compiti speciali ed anche più difficili delle altre classi dirigenti regionali. Le classi dirigenti sarde dovranno dimostrare di essere le classi dirigenti di una nazione che rivendica dignità e sovranità e che dovrà sempre più crearsi le condizioni per saper fare da sé. In tal senso quasi tutto è da costruire e molto c’è da fare.
Questo è, a parer nostro, il vero significato e la vera lezione che ci vengono dati da questa giornata memorabile di storia e di passione civile.

 

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