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In tempi di crisi il sardismo ci potrà salvare

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Politica
PostDateIcon Giovedì 19 Marzo 2009 00:00 PostAuthorIcon Author: Dolores
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In tempi di crisi il sardismo ci potrà salvare.
Il P.s.d’Az.: Un partito da organizzare, tra nuove consapevolezze e vecchi limiti.

foto di Michele Pinna


Leggendo, da qualche tempo, gli scritti di Maninchedda mi viene da pensare ad un vero e proprio fenomeno semiotico-antropologico-culturale. Un fenomeno spia, ripensando ai paradigmi indiziari di ginzburgiana memoria, quasi un sintomo, in termini psicoanalitici, di una generazione intellettule e politica in crisi. In crisi, direi, ma lucidamente e positivamente.

E’ la crisi degli intellettuali cattolici impegnati, principalmente, nella Democrazia Cristiana, che negli anni settanta e ottanta hanno subito all’esterno l’egemonia comunista, dilagante nelle università e nei giornali, ma nella cultura in genere, e all’interno, il potere dei vecchi notabili che non ha consentito né un ricambio generazionale né l’affermarsi di una nuova visione della politica e della società. Tutto ciò, con l’aiuto della congiuntura di Tangentopoli, ha determinato la fine della vecchia DC. Maninchedda è stato uno degli ultimi giovani dirigenti, sacrificati all’altare di quegli eventi e di tutto ciò che successivamente è accaduto.

L’idea soriana di “progetto Sardegna” ha accolto parte delle ceneri del mondo cattolico, parte della crisi del mondo comunista, in parte determinatasi e consumatasi, per certi versi, dentro le stesse ragioni che hanno sancito la fine della DC e, in parte, a seguito del mutamento della situazione internazionale; il sorismo ha accolto, in fine, parte del trasformismo politico creatosi nelle pieghe e nelle more della crisi e del proclamato rinnovamento, promettendo il rilancio della politica, la moralizzazione e il rimodellamento etico della vita pubblica.
Quel progetto è naufragato nelle secche di un’ assenza di sardismo, al di là dei proclami, delle dichiarazioni e della gestualità ad effetto di Soru, e degli intellettuali che gli hanno suonato il pifero, incagliandosi, miseramente, negli scogli dell’autoritarismo aziendalistico, decretando, senza appello, la fine della politica e della democrazia partecipata, tanto cara alla sinistra e al centro sinistra. Crisi su crisi, dunque, da cui il P.S.d‘Az, sapientemente e con coraggio ha saputo starne fuori, e, nonostante i suoi limiti può diventare, con tutti i suoi limiti, ancora punto di riferimento. Forse è vero che l’assenza di risorse, non certo di idee, e la presenza di qualche miseria umana, non ha consentito alla dirigenza sardista di essere conseguente a questa scelta e di rilanciare il sardismo vero e di saperlo porre al centro del dibattito politico. Questo è vero, ed è il limite del sardismo odierno che si riconosce nel P. S.d’Az. Però a questa dirigenza un merito và riconosciuto. In primo luogo quello di aver saputo traghettare fin qi un partito, una bandiera e un registro di valori, anche in tempi difficili, pur stando fuori dai governi, solo con la forza delle idee e con l’orgoglio della memoria e della radice profonda. Fino alle scelta che tutti insieme abbiamo fatto, - anche con Maninchedda, e con i valori e le inquietudini, ma anche con gli stimoli che egli ha portato,- e perseguito con determinatezza. Fino alla capacità di liberarci di ipoteche ideologiche che non ci sono mai appartenute, uscendo una volta per tutte dagli equivoci paralizzanti che avevano appesantito la nostra strategia storica. Fino alla capacità di ritrovare il nostro presente nelle cose migliori del nostro passato. L’essere, per esempio, forza di governo. Non governativisti né filo governativi a tutti i costi, ma, responsabilmente, forza di Governo. Per questo è nato il P. S. d’Az. E per questo deve continuare a vivere. Per governare la Sardegna e dare il segnale forte di come una classe dirigente possa fare della propria terra una terra protagonista nei nuovi scenari internazionali, e non una terra di sudditi ossequiosi e subalterni.
Tutti noi abbiamo, oggi, questa responsabilità. Una responsabilità che, in quste ultime elezioni, giunge dalle urne e dalla nostra capacità di credere, malgrado tutto, nella dimensione etica e ideale, nonché pratica e fabbrile della politica.
Il sardismo non è né una fede né un dogma, è un progetto di liberazione nazionale, e di ridefinizione e di riscrittura dei principi della Statualità locale e sovra locale dentro nuovi patti statutari e costituzionali, oltre che un progetto per dare ricchezza, felicità e libertà al popolo sardo. Un’idea che, attraverso la politica, in parte, può essere realizzata. Ma, come dice Bellieni, il sardismo è anche un progetto per educare gli individui alla libertà, alla capacità di fare, di esistere e di volere. Non ci può essere indipendenza, libertà e autodeterminazione dei popoli se gli uomini che costituiscono quei popoli non sono liberi, indipendenti e autodeterminativi.
Fermi restando i grandi valori dell’Occidente: quelli dell’umanesimo cristiano, e laico, quelli della cultura liberale, quelli della proprietà privata e individuale che rende gli uomini protagonisti della storia, il sardismo ha come suo percorso storico quello della realizzazione concreta, in ogni dove, di questi grandi principi. Il sardismo è una grande filosofia di vita dove l’universale si concretizza nel mondo degli uomini, e l’agire concreto degli uomini contribuisce a determinare l’universale.
E’ questa una grande eredità che, ancor prima che dal pensiero risorgimentale italiano, viene dalle profonde radici dell’Europa. Dalla civiltà greca, dal neoplatonismo plotiniano, dal pensiero di Nietzsche, dall’assunzione della responsabilità individuale di Agostino, dal romanticismo, dalla letteratura russa. Sono valori presenti nella lingua e nella cultura dei sardi, almeno in quella migliore, cosi come sono presenti in molti di noi, anche se non in tutti. Sono quelle forme tragiche ma insieme ironiche e leggere che caratterizzano il nostro modo di essere sardi e sardisti. Si tratta, socraticamente, di trasformarli in linguaggio, in azione concreta di stimolo al fare, in nuovi sensi del mondo e in nuove sensibilità del vivere e dell’esistere; in nuove modalità di dialogo e di discussione per progettare il destino del nostro popolo nel consenso, nella libertà, nella gioia, nel riso, nel piacere del prossimo e nell’amore per la propria terra, nell’apertura al confronto e all’incessante divenire delle cose, per restituirli alla società, alla politica, al dibattito civile.
Solo attingendo da radici come queste, profonde, e non da generici richiami alle radici, o ponendosi maschere e griffes di sardità, o modellandosi ai vecchi linguaggi, vecchi e stucchevoli, della democrazia proclamata ma non praticata, la crisi può essere superata ed il futuro potrà essere pensato e riscritto nelle correlazioni oggettive della vita quotidiana, entro le quali gli uomini e le donne vivono, lavorano, amano, pregano, cantano e danzano. E’ nei vissuti veri degli uomini che si determina il destino degli individui e dei popoli, non nelle maschere grottesche del folclore e delle finzioni spettacolari spacciate per identità. La politica e il buon governo, se animati da principi autentici non farà certamente miracoli, ma potrà contribuire a costruire il futuro del nostro popolo e a renderlo meno doloroso.
Credo che il sardismo di oggi sia pronto, su queste basi, ad accogliere le sfide ideali e morali del presente e a mettersi in marcia nelle strade del futuro. Un partito può sempre essere organizzato. Il Psd‘Az dovrà esserlo in maniera nuova e moderna. Non credo né alle rifondazioni, né ai massimalismi, né alle epurazioni (non sono nel nostro stile né ci appartengono) quanto ad un sensato monitoraggio dell’esistente, ad una ricognizione delle forze a disposizione e ad un altrettanto sensato piano di apertura all’esterno ed al nuovo. Credo
alla libera nascita di circoli e di associazioni sardiste che possano confrontarsi e discutere su questi e su altri temi, e ad una classe dirigente che sia diligente nell’assunzione di nuove responsabilità di governo, così come l’urna ha sancito. Credo anche all’onestà e all’umiltà di chi saprà arretrare di qualche passo, sapendo valutare sè stesso in base a ciò che ogn’uno sa e può realisticamente fare. Se gli uomini lo vorranno e le cose saranno fatte con serietà, responsabilità e con criteri non solo elettoralistici o di tutela delle rendite di posizione dei singoli, sono convinto che faremo un grande passo in avanti e dovremo essere contenti di noi stessi.
Per quanto ci riguarda, quel che abbiamo potuto fare lo abbiamo fatto, e se il nostro contributo sarà ancora richiesto non esiteremo, con la generosità e con la passione di sempre, a darlo ancora. Per quanto, credo, sia necessario per tutti, fare meglio e di piu’.

Michele Pinna

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