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Le lobbies del restauro e le maschere mortuarie dell'autonomia

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Politica
PostDateIcon Lunedì 20 Luglio 2009 17:15 PostAuthorIcon Author: Dolores
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Le lobbies del restauro e le maschere mortuarie dell’autonomia


Con piccole modifiche l’Istituto Etnografico potrebbe diventare il vero centro motore della politica linguistica in Sardegna


Di Michele Pinna


Leggendo il bilancio 2009 della regione sarda, almeno per quanto riguarda le voci inerenti la cultura e la lingua sarda, ci si può rendere conto che i tagli impietosi operati da Soru, dal vituperato Soru, non trovano migliore sorte nelle evidenti riconferme fatte dall’amato e votato Cappellacci.
In particolare sembra essere confermata la linea che privilegia, pur nella penuria delle risorse, musei, restauri, catalogazioni, lasciando intendere che la cultura in Sardegna, è principalmente, un fatto da restaurare e catalogare. In sostanza sembra riconfermata la vecchia idea radical chic di certi intellettuali di sinistra, di una visione antiquaria e monumentale della storia.
Al contrario, per la lingua sarda unico elemento vivo e dinamico della Sardegna odierna, solo pochi spiccioli; di cui i due terzi risultano essere i fondi della legge 482/99 dati alla regione dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, per quanto anch’essi ridotti e falcidiati.
In compenso la fabbrica della creatività di Cagliari si becca circa 6.000.000 euro (diconsi seimilioni) per fare non si sa cosa.
L’Istituto Etnografico di Nuoro si porta a casa una bomboniera di ben 3.700.000 euro più una quota residua di 2.800.000 euro per un totale di 6.500.000 euro (diconsi seimilionicinquecentomila) per fare cosa? Se va bene una rassegna cinematografica, la pubblicazione di costosissimi quanto inutili libri in carta patinata con molte fotografie a colori, che mia nonna analfabeta avrebbe apprezzato moltissimo perché almeno avrebbe potuto guardare le immagini.
Tutto ciò evidenzia che in Sardegna la cultura sarda è appannaggio delle potenti lobby del restauro, della catalogazione, degli archivi, delle biblioteche, di cui i padrini Soru - Mongiu sono stati dei prodighi sostenitori e, se pur in forma ridotta, lo è stato anche il presidente Cappellacci.
Non diciamo come i soliti maligni che anche queste cose le abbia volute dall‘alto il presidente Berlusconi. Sarebbe opportuno però che il presidente Cappellacci prestasse più attenzione, anche nella penuria di risorse, ai valori veri della cultura sarda che riteniamo non passino attraverso i musei, le biblioteche e i centri di restauro, cioè delle cose morte, ma delle cose vive e dinamiche come la lingua.
Su questo versante la maggioranza, scherzi a parte, dovrà davvero riflettere e investire molto di più anche perché sono cose scritte nel programma elettorale e sono cose che davvero farebbero segnare il passo, e non solo simbolicamente, all’indipendenza della Sardegna.
Coloro che si nascondono dietro i valori della cultura, misconoscendo i valori della lingua, sono proprio coloro che per anni, nascondendosi dietro i valori dell’autonomia, hanno fatto dell’autonomia una maschera ridicola della vera indipendenza.
L’autonomismo e la cultura delle cose morte sono stati la faccia mortuaria, quando non una smorfia grottesca e risentita dei ceti intellettuali e politici sardi, dinanzi alla loro impotenza rispetto al colonialismo economico e culturale perpetuato dai Savoia prima, dal fascismo e dai governi democristiani dopo.
In Sardegna più che un istituto etnografico per cristallizzare e museificare la spiritualità dei sardi, ci vorrebbe una spinta per rivitalizzare la nostra spiritualità rendendola vigorosa e ponendola come asse centrale dell’attività formativa ed educante nelle scuole dell’isola.
L’Is.Re (istituto regionale etnografico) con alcuni sapienti accorgimenti potrebbe diventare davvero il centro propulsore della promozione e della valorizzazione linguistica della Sardegna. Con piccoli accorgimenti e con qualche leggera modifica nel Consiglio di amministrazione con quelle risorse la Giunta Cappellacci potrebbe chiudere la legislatura portando a casa risultati mai fin’ora visti nelle scelte di politica linguistica.
E allora cosa aspettiamo? Se non ora quando?

                                            


 

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