Ripartendo da noi stessi potremo riprovare a dare un senso alla Polis

Di Michele Pinna
Qualche tempo fa partecipando in veste di relatore ad un seminario di studi, presso l’Università di Barcellona, dal tema “Il senso della politica” uno studente mi fece una domanda assai singolare. “Secondo lei la politica è un mezzo un fine?” Senza esitare risposi che la politica è un mezzo che talvolta si rende utile per poter perseguire dei fini, quando essa stessa non si pone come fine. L’ambiente in cui parlavo non aveva bisogno di mediazioni o di alcuna dissimulazione per rendere esplicito il fatto che la politica è pratica finalizzata al perseguimento dell’indipendenza degli individui, innanzi tutto, ma delle comunità umane che si chiamino popoli o nazioni, più o meno grandi, più o meno rappresentate da una statualità.
Uno degli assunti fondamentali, in questa logica, è, che prima viene l’individuo, contestualmente la comunità umana in cui l’individuo vive; lo Stato è una delle forme possibili, pertanto, né necessaria né univocamente utile, se si rende utile, per esprimere e rappresentare le esigenze degli individui e delle comunità. Se lo Stato e le forme di Statualità possibili siano utili o meno non possono che sancirlo le popolazioni. In una vera democrazia compiuta nessuno si dovrebbe spaventare se le popolazioni decidessero di riformare, cambiare radicalmente, persino favorire l’estinzione dello Stato, quando esso si rivelasse inattuale, inutile, costoso, antieconomico, in una parola dannoso per le popolazioni.
Nella società odierna, in una visione che definirei globale, l’unico senso che potrebbe avere ancora la politica è quello che la vedrebbe come strumento finalizzato a favorire e a decretare la fine degli Stati e delle statualità. Non è questa idea un residuato di vecchie romanticherie anarcoidi o di nostalgiche passioni marxiste finalizzate alla distruzione dello Stato borghese, ma una delle ragioni fondamentali del liberalismo europeo, e di quelle atmosfere che si respirano in autori come Locke e Montesquieu che il giacobinismo trasformatosi in statolatrismo ha avvelenato, non senza le compiacenze strumentali e interessate di certo cattolicesimo che se da una parte ha costituito la spina nel fianco degli Stati europei dall’altra ne ha preso i vantaggi in cambio di legittimazioni clericali d’occasione. La Francia di Napoleone III, la stessa Germania Bismarkiana, non sono state immuni da queste connivenze e complicità per quanto ci siano più note quelle della cattolicissima Spagna da Ferdinando d’Aragona a Franco, e dell’Italia sabauda, fascista, repubblicana, sia in salsa democristiana, sia in salsa prodiana o berlusconiana.
La politica come fine? Il primo fine della politica dovrebbe risiedere nella capacità di ridarsi dignità e valore. Indipendenza e prestigio, oltre che capacità di volere e di decidere per ridare a se stessa il senso più vero e più autentico che il liberalismo europeo, laico, moderno, nemico di ogni ideologizzazione e di ogni idolatria ci ha insegnato. La dimensione politica che avrebbe potuto costituire un orizzonte di speranza e di salvezza in un’ Occidente irreversibilmente votato al suo tramonto è così fievole e impercettibile che si dissolve, ora qua ora la, in questioni e questioncelle che oscillano tra il pettegolezzo di costume, lo scandalismo, le annunciate apocalissi, il catastrofismo ambientalista e chi più ne ha ne metta, i numeri e le statistiche, le cifre, gli studi, i sondaggi.
Come dice Marcello Veneziani su "Libero", più o meno questo è il senso, abbiamo voluto la bicicletta? Bene ora pedaliamo. Abbiamo distrutto e dissolto ogni senso, ogni logica, ogni ruolo, abbiamo smobilitato i partiti e abbiamo voluto i leaders? Bene eccoci i leaders. I Prodi, i Veltroni, i Franceschini, i Berlusconi? Poco importa.
Se siamo ancora in tempo, allora, almeno in Sardegna, possiamo iniziare a ridare senso alla politica e a rivalutarla oltre che come strumento come fine? Come orizzonte in cui i cittadini possano nuovamente ritrovarsi? In tal senso credo che, oltre all’economia e alle scelte strategiche di politica economica, un ruolo importante lo giochino le scelte di politica culturale. La sortita leghista, a parte l’ingenuità e la visione un pò naif dei quiz sul “dialetto”, credo sia sintomatica di un bisogno vero. I cittadini ancor prima che prestare ascolto a ciò che i politici dicono, dovrebbero essere messi in grado di prestare ascolto a se stessi, a ciò che è stato rimosso in anni di politica linguistica e culturale condotta in nome di un’unità nazionale mai esistita. Riportare tradizioni, cultura, storia, lingua, di un popolo di una comunità a rivivere in se stesse e di sé stesse è il vero spirito di una nazione indipendente che l’Italia, purtroppo, non ha mai avuto né vissuto se non nelle forme vuote della statualità.
Ripartendo da sé stessi ancora si può. Dovremo crederci sul serio e su questa base ripartire. Solo così, crede che la politica possa rivivere e riacquistare un senso.
Foto: A. Ladu
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