Verso una stagione sovranitaria e una nuova democrazia per una Sardegna europea. Il ruolo del P.S.d’az. Oltre il quattro e trenta per cento.
 Di Michele Pinna
Il ruolo del P.S.d’Az. nella giunta Cappellacci potrebbe essere sicuramente superiore a quello che i numeri nudi e crudi gli attribuiscono. Se la nuova classe dirigente regionale lo assumesse come elemento di riflessione potrebbe iniziare la strada di un nuovo percorso politico, anche strategico, piu’ avanzato e piu’ incisivo di una alleanza programmatico-elettorale. Certo se un alleato come il P.S.d’Az lo si considera come una forza del quattro e trenta per cento, e, alla luce dei risultati elettorali, in se stessi, neanche determinanti per la vittoria di Cappellacci, be! allora, potrebbe diventare quasi una seccatura, un’inutile seccatura. Se invece lo si considera come portatore di idee, di valori e di proposte, importanti per i nuovi orizzonti verso i quali guarda la politica post statuale, ovvero il sistema politico così come si configura dinanzi alla progressiva dissoluzione degli Stati nazionali, per lasciare spazio alle entità politiche regionali e municipali, alle piccole patrie, per usare un’espressione cara ai sardisti ma a tutti gli aderenti alle idealità micronazionalitarie e indipendentiste, europee, potrebbe diventare un vero e proprio investimento per il futuro che va oltre il quattro e trenta per cento.
Il Centro Destra e sardista potrebbe diventare, in Sardegna, una forza, la vera forza moderna e aperta alle nuove frontiere della politica in una prospettiva veramente europea. Sotto questo profilo, cambiando quel che c’è da cambiare in Sardegna, potrebbe essere paradigmatico, il ruolo e la funzione che la Lega esercita nel sistema politico italiano. La grande scommessa europea della politica sarda non si gioca, ritengo, in tal senso, né attraverso vecchi o nuovi escamotages per gestire gli spazi risicati di una finanziaria ( che pure è urgente fare) predefinita oltre che da oggettive situazioni di cassa, da una normativa nazionale e internazionale che piu’ di tanto non può dare e che oltre non consentirebbe di andare, né attraverso l’assalto alla diligenza di una regione ( sempre piu’ priva di poteri e di danari, altro che autonomia e statuto speciale) che dovrà fronteggiare una crisi i cui i segni della sua gravità sono soltanto agli inizi. La grande partita europea della politica sarda si gioca invece, facendo, subito, una riforma statutaria di grande portata e di grande coinvolgimento democratico e popolare. Non basta attendere la bocciatura della statutaria Soru e la caduta dell’incompatibilità tra consigliere ed assessore che potrebbe consentire ai consiglieri regionali, che oggi stanno al palo, di diventare assessori. Bisogna attivare subito una grande discussione pubblica per la riforma dello Statuto regionale e dar vita alla Costituente che la vecchia giunta e il vecchio consiglio, si anche il vecchio consiglio, e non solo la vecchia giunta, non hanno voluto. Sono cose che hanno bisogno di tempo e non possono farsi quando la legislatura volge al termine. Sono cose che si fanno quando la legislatura è agli inizi. Quindi bisogna iniziare da subito. L’altro grande scommessa di una partita europea della politica sarda si gioca sul piano culturale. Le classi dirigenti sarde dovranno, in primo luogo, rivedere la loro mentalità vetero regionalista dipendente dagli assetti e dagli esiti della politica romana, e iniziare a pensarsi come classi dirigenti in grado di progettare politiche e strategie di governo locale di portata europea. Il segno di questa volontà si lascia nelle riforme istituzionali e nelle riforme culturali che una classe dirigente è in grado di attuare. Sul piano dei costumi della politica, mi pare buona la mossa di dare la presidenza del consiglio ad una donna, la sinistra non lo aveva mai fatto. Può essere un buon segnale da incoraggiare e chi sa che un consiglio guidato da una donna non imprima davvero una svolta europea alla politica sarda. Al momento credo che investire nella riforma dello Statuto regionale e nell’introduzione curricolare a scuola della lingua e della cultura sarda, valga molto di piu’ che avere un parlamentare europeo o anche due. Certo se potessimo averne trenta o quaranta capirei, ma avendone uno o due non so cosa cambierebbe. Sarebbe, senza dubbio, una questione simbolica e di principio. Credo, però, sia piu’ urgente, per essere veramente europei, creare una classe docente e una generazione di giovani fortemente radicati, culturalmente, nel territorio e avere uno strumento statutario con grandi caratterizzazioni sovranitarie che avere un sardo o due nel Parlamento europeo. Se è vero che il Governatore Cappellacci, come ha annunciato in campagna elettorale, e nel suo programma di governo, vorrà imprimere una svolta nel metodo, il Consiglio dovrà , davvero, avere un ruolo e dovrà lavorare sul serio. Piu’ leggi, piu’ riforme, e piu’ democrazia, dunque, per una Sardegna piu’ sovrana, e meno gestione fine a se stessa, meno affari per pochi, meno conflitti d’interesse? Bene!, se sarà così avremo fatto, tutti, un grande passo in avanti.
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