Le nuove frontiere dell’indipendentismo.
Dinanzi ai giochi illusionistici i bambini si divertono. Gli adulti anche; ma ormai disincantati stanno attenti ai passaggi più veloci. Il trucco sta proprio li.
Siamo noi separatisti? Si chiedeva, in uno dei suoi scritti, il mai abbastanza citato e il mai abbastanza letto Camillo Bellieni. (A tal proposito il Partito ha in animo, compatibilmente con le risorse, di ristampare gli scritti editi arricchiti da qualche inedito del pensatore e del dirigente sardista, proprio per consentirne una sua maggior conoscenza considerata la sua attualità , oggi più che mai.)
La risposta che egli dava è che il Partito sardo d’Azione non potrebbe essere un partito separatista, né che la Sardegna potrebbe, per storia e per cultura, mai separarsi dall’Italia. Egli però credeva con convinzione che la Sardegna possedeva, e diciamo oggi, possiede, le condizioni per poter fare da sé. In primo luogo per potersi governare sovranamente come tutte le nazioni libere e civili.
Al Di là della veemenza antistatuale, antisistema e anti italianista, insomma, antitutto, manca una visione politica del ruolo della Sardegna, per esempio in un sistema federale. Manca una visione degli assetti interni del sistema politico e di governo locale: comuni, province, regioni ecc. ecc. questo solo per stare sul piano istituzionale e di riforma statutaria. Tappa imprescindibile, in una strategia pacifica e riformista, per riscrivere il patto tra la Sardegna, l’Italia e l’Europa. Sempre che un patto si debba riscrivere, come io credo. Ma, nel caso contrario, ci dicano i nuovi indipendentisti cosa.
E’ un indipendentismo privo di una strategia culturale. Parlano tanto di modelli baschi, catalani ecc. ecc. e glissano, poi, sul problema della lingua. Senza rendersi conto, chissà perché, che l’indipendentismo basco e catalano lo pongono come questione principale. E’ vero che, anche in quelle realtà , l’universo indipendentista è molto variegato, ma gli aspetti di riforma istituzionale e di politica linguistica sono presenti e primari in tutti i movimenti.
Un indipendentismo privo di una strategia culturale e di una strategia istituzionale è paragonabile ad una sorta di autogestione qualunque. Sarebbe come una rivolta senza rivoluzione.
Ma oltre ad alcuni nodi strategici un indipendentismo serio ed onesto dovrebbe essere in grado di affrontare anche questioni tattiche, contingenti, ma collocabili dentro un orizzonte di lungo respiro interno ed esterno.
Prendiamo, ad esempio, un possibile invito alla rivolta fiscale da parte dei sindaci, indipendentisti no? Credo che farlo, possa avere un senso parallelamente, però, e contestualmente, ad una seria riforma dello Statuto regionale che possa istituzionalizzare le forme e le modalità del drenaggio fiscale. Altrimenti sarebbe aria fritta. Soru docet. Bossi ha iniziato con azioni tattiche, clamorose, persino, ai limiti del codice penale, ma avendo chiaro uno obiettivo strategico. Mi domando se l’obiettivo della riforma dello Statuto e della Costituente è un obiettivo che resta ancora in piedi o se è già stato messo tra parentesi.
Il dibattito sulla finanziaria mi sembra, invece, molto neghittoso, sotto questi profili, corporativo e localistico. E’ giusto che zone marginali come quelle della Sardegna centrale, e centro settentrionale, ma di altri territori rimasti fuori dai grandi circuiti della politica cagliaritana vadano risarciti con efficaci e incisive scelte di sviluppo, non con l’ assistenza. Statale o regionale che sia. E’ urgente spendere il danaro pubblico, se fosse il caso anche indebitandosi, ma per creare e favorire un’imprenditorialità diffusa e opportunità di consumo e di spesa tra le popolazioni sarde. Solo così si potrà uscire dallo stagno. Ci potrà essere un new deal sardo? Credo che questo possa costituire anche, nel presente, l’inizio di un nuovo corso indipendentista. Un indipendentismo che guarda all’indipendenza e non si auto compiace, invece, di sé stesso e dei propri limiti. Se lo Stato centralista è stato, per i sardi, un condizionamento che ha creato tanti differenziali negativi, com’è vero ch’è stato, non di più dovrà esserlo la regione.
E non vorrei, neanche, che l’indipendentismo, almeno quello che io voglio e in cui credo, si trasformasse in uno spazio virtuale, come in quel programma, mi pare si chiami, second life, dove ogn’uno può acquistarne un pezzo e costruirvi luoghi a sua immagine e somiglianza, o che si modellano e si rimodellano magicamente, come accade nel bellissimo libro di Lewis Carrol Alice nel paese delle meraviglie.
Indipendentisti di tutto il mondo, se non su tutto, almeno su un paio di cosette si potrebbe andare uniti? Io credo di si.
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