Con l’approvazione definitiva in senato della legge sul federalismo fiscale possiamo dire che lo Stato federale, di fatto, è nato. Ora inizieranno le prove tecniche di trasmissione. Si tratterà di vedere come nel concreto funzionerà il sistema perequativo, come funzionerà il sistema delle autonomie locali in materia fiscale, come funzionerà il sistema di gestione e di riscossione dei tributi e soprattutto il sistema per la gestione dei servizi: almeno quelli primari quali sanità , scuola, nettezza urbana. La strada aperta con la riforma del titolo quinto della costituzione sembrerebbe essere, se non totalmente, almeno in buona parte, pronta per essere percorsa. Se in teoria tutti potremo e dovremo percorrerla, in pratica, però, al momento, solo alcuni, forse, sono in grado farlo agevolmente.
Fermo restando che la strada dovrà essere ancora collaudata, dotata di segnaletica e di adeguati sistemi di sicurezza, resta però il fatto che quando fosse anche definitiva, pronta per le nuove sfide federaliste per poterla percorrere, ci vorranno mezzi adeguati, buoni autisti, mete precise da raggiungere. Altrimenti sarà la solita strada italiana, con ingorghi, con catene d’incidenti, con autisti indisciplinati che urlano e suonano i clacson assordanti facendo gestacci agli altri automobilisti, con il solito stupore e il solito riso divertito degli stranieri in vacanza.
Nella legge sono indicati parametri standard per la spesa pubblica dei comuni, delle province e delle regioni, ma sono previste anche dinamiche perequative da parte dello Stato per sostenere gli svantaggi del mezzogiorno e di altre regioni meno fortunate. Ma anche possibilità di spesa autonoma sulla base delle risorse e della ricchezza dei diversi territori. Così come si capisce benissimo che dopo questa legge le amministrazioni locali saranno chiamate a nuove responsabilità politiche e a nuove modalità amministrative nella preparazione dei bilanci, nella selezione della spesa, nel funzionamento degli uffici. Anche i tempi della politica dopo questa legge saranno destinati ad ulteriori mutamenti. Se si vorrà stare dentro le velocità imposte da una visione federalista dello stato, sempre che non si trasformi in un qualcosa all’italiana, i tempi di programmazione e di attuazione delle scelte amministrative dovranno essere molto più precisi e più rapidi. Il sistema di funzionamento della pubblica amministrazione dovrà , perciò, essere seriamente rivisto e sicuramente non basteranno le uscite arrabbiaticce del ministro Brunetta.
Va da sé che ogn’uno dovrà iniziare a pensare cosa e come fare per starci dentro. Per quanto riguarda la Sardegna il primo problema che si pone è quello delle riscrittura dello Statuto della regione. Il problema non è specialità si specialità no. Né tantomeno fare barricate di facciata per difendere uno Statuto cosiddetto speciale ma che di speciale non ha proprio nulla ammesso che, al di là dei nomi, abbia mai avuto qualcosa.
Mentre la Sardegna, nel suo essere isola, nel suo essere storico, nella sua configurazione culturale e linguistica sia una terra speciale, un sistema, direi, naturale e culturale indipendente per la sua origine, per i rapporti che storicamente e culturalmente ha stabilito con l’Italia e con l’Europa, credo sia una questione incontrovertibile. Come credo sia incontrovertibile che a questo sistema sia necessario dare una forma di rappresentazione politico-istituzionale, nel sistema repubblicano italiano, se si vuole, ma in quello politico europeo con caratteristiche proprie, speciali e direi persino indipendenti. Questo dire non è una dissimulazione o un tentativo di celare chissà quale radicalismo indipendentista. Credo sul serio, anzi, che l’indipendenza a tutti i costi, immotivata, priva di fondamento e di risorse, un’indipendenza ideologica, senza progetti e senza programmi, sia come suicidarsi lanciandosi da un precipizio sugli abissi del mare. Mentre credo, invece che, il sistema politico regionale dovrà perdere tutti i limiti peggiori della vecchia statualità , ma credo che la regione dovrà dotarsi di strumenti istituzionali in grado esercitare vere quote di sovranità statuale sia rispetto all’Italia, sia rispetto all’Europa e agli altri Stati, sia nel governo del proprio territorio, di cielo, di mare di terra. Strumenti idonei che consentano alla classe dirigente sarda non solo di concertare con l’Italia e con l’Europa ma anche di decidere autonomamente le politiche del suo sviluppo, le velocità e i tempi di realizzazione dei suoi programmi.
Tutto ciò non può essere attuato né con slogans né con facili promesse, né, tantomeno, disperdendo energie in falsi problemi quali lo spostamento del g8, viva Dio, o sulle performances ad effetto stampa del premier Berlusconi sulle veline che manderà a Strasburgo. Se Berlusconi fa sognare gli italiani, (cosa per altro non facile ma lui ci riesce!) alle classi dirigenti sarde spetta il compito di trovare terreni comuni di discussione e di condivisione per iniziare a percorrere con dignità e competenza le nuove strade del federalismo. Un federalismo tutto da fare, ancora, ma se gli altri lo faranno senza di noi, come già lo stanno facendo, i veri e i principali responsabili saremo in primo luogo noi.
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