Il grande filtro della burocrazia

Il grande filtro della burocrazia
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A favore dello status quo e contro chi lavora perché qualcosa cambi. La riflessione di Michele Pinna.

I peggiori nemici delle grandi idee e delle buone pratiche di cambiamento, curiosamente, non sono le idee contrapposte, neanche quelle dominanti, se sono idee, ma le meschinità, le tattiche, le neghittosità e le omissioni degli uomini che operano e agiscono nelle pieghe e nei risvolti della vita pubblica, nello Stato e nelle sue emanazioni, siano esse centrali o periferiche.

Maestri nell’arte dell’omettere sono i piccoli uomini, gli oscuri burocrati, i personaggi grigi che si aggirano nei vari uffici dello Stato, delle regioni, dei comuni, delle province. Sono quelli che non ti dicono mai no, che non hanno mai una opinione, che non danno mai un giudizio ma come degli scarafaggi, operano striscianti nel silenzio: meglio se al buio e in angoli nascosti. Le nostre amministrazioni ne sono piene, stracolme. Costoro non rispondono mai di nulla, sono in grado d’inceppare qualsiasi meccanismo, di rallentare se non di bloccare qualsiasi programma, sanno tutto di tutti e all’occasione, se ti fidi, ti fanno finire anche nel banco degli imputati. Le piccolezze, le tattiche, le furbizie e persino le immoralità dei politici che, comunque sono esposti in prima linea, rispetto al male che può fare un burocrate, un signor nessuno, sono, come avrebbe detto Totò, al confronto quisquillie, pinzellachere. Quando dico il male che può fare un burocrate penso soprattutto al male pubblico. Ai ritardi che arrecano nel disbrigo delle pratiche, alle loro complicazioni e lungaggini, vero e proprio cancro dell’Italia, di cui la Sardegna ha succhiato il peggio del peggio. Ma ciò che è peggio ancora: la maggior parte di essi ora sono sardi, non piemontesi o italiani disgraziati, puniti, “sbattuti” in Sardegna. Penso a quante notti insonni fanno passare ad artigiani e imprenditori, quando s’imbattono nelle loro spire, ai professionisti, ai cittadini comuni, agli stessi politici con i quali devono convivere.

Il burocrate non ha idee, egli opera sui fatti. Questa è la sua filosofia. Mentre un politico, anche quello mediocre, i fatti cerca di elevarli, di trasformarli, di animarli con il respiro che può dare loro un progetto, una strategia, una visione del mondo, un evento fortuito; specie se questo può avere una ricaduta per lui vantaggiosa, sul piano dell’immagine o dell’impatto elettorale e cerca di attribuirselo come merito suo. A tutto, il politico cerca di dare il colore della casacca che indossa presentando il suo operato come incarnazione miracolosa del suo essere x o y. Come un Dio il politico cerca di dare la parola al nulla, e nella parola di vivificarlo. Insomma cerca di conferire loro un significato, un senso. Ed è ciò che rende la politica e i politici opinabili, discutibili, in certo qual modo anche fragili, nel nostro sistema, dove i poteri del controllo burocratico hanno pressoché sostituiti quelli del controllo democratico. Il burocrate, invece, i significati delle cose li mortifica, li nullifica. Un progetto nelle sue mani si frantuma in mille bricciole così da perdere la sua fisionomia originaria fino a trasformarsi in una “pratica” che nessuno riesce a capire se non lui. Il sapore ideale, la valenza etico-politica di un progetto, pur discutibili e opinabili fino all’osso, nelle mani del burocrate, vengono incanalati dentro una serie di orpelli giuridici e di passaggi rituali tra una complicazione e l’altra che, a suo dire, ti mettono in una botte di ferro, fino a farti arrendere dinanzi all’annichilimento del senso originario dove una cosa, pure speciale, e pure diversa, viene trasformata in una uguale a tante altre, omologata al letto procusteo della legge dello Stato, entro cui ogni slancio politico-ideale viene dissanguato fino alla sua morte.

Questa riflessione l’ho fatta tante volte, in una quarantina d’anni d’impegno civile, che ho iniziato a praticare come stile di vita, da quando avevo i calzoni alla zuava. Una vita dedicata alla politica, un po’ meno al potere, debbo dirlo. Una vita, quasi sempre tra i perdenti, tra gli sconfitti e tra gli esclusi, ma densa comunque di soddisfazioni, ed anche di sofferenze, derivanti dall’attitudine a partecipare si, ma se non convinto sul da farsi, anche a spezzarsi piuttosto che a piegarsi. Ripercorrendola questa quarantina d’anni, dentro questo schema: grandi idee contro piccole cose e piccoli uomini, ho visto in questo tempo, in verità neanche breve, fallire tante idee, tanti grandi progetti, e persino la sconfitta di tanti grandi uomini. Idee ed uomini che nelle prove di governo hanno fallito, ingiustamente e immeritatamente, specie quando si è trattato d’ idee e di uomini alternativi, antagonisti allo Status quo. Per quanto dissimulati, l’antagonismo e l’alternativa, non sfuggono ai burocrati, specie se il paventato mutamento del sistema potrebbe intaccare i loro privilegi, il loro status, o quando, come mastini, vengono allertati dal sistema della conservazione degli interessi e dei privilegi, nei confronti dei novatores, o percepiti, anche per qualche virgola, come tali. Per essere percepito come “rivoluzionario”, un politico, talvolta basta che metta in discussione qualche vecchio andazzo che è finito. «Si va bene, l’idea è buona ma la legge non lo consente». «E cosa vogliamo sovvertire lo Stato? Non si rende conto che andando in questa direzione ci arrestano tutti?». Quante volte mi sono chiesto: «ma come si rende possibile cambiare un sistema di cose, d’interessi, di affari, dare una nuova direzione al mondo, dentro leggi volute e amministrate da uomini che il mondo lo vogliono così e non in maniera diversa». Un vecchio compagno degli anni giovanili, con rammarico, un giorno mi disse: «Volevamo cambiare il mondo e il mondo ha cambiato noi». E talvolta m’interrogo anche se davvero noi volessimo cambiare il mondo. Ed anche se ancora oggi chi dice di volerlo cambiare, lo vuole cambiare sul serio il mondo. Si perché non ci credo che certe cose le capisca io e non le capiscano in molti. In molti tra quelli che contano e che hanno potere ed anche il potere di cambiarlo davvero il mondo. Tommaso d’Aquino diceva che per fare il bene ci vuole il potere. Se io avessi più potere il mondo cercherei di cambiarlo di più, poiché ritengo sia bene cambiarlo, almeno un po’; e nelle mie piccole esperienze, ho sempre cercato di farlo, e cerco di farlo ogni giorno limitatamente al potere che esercito. Si perché un potere, grande o piccolo, ognuno di noi lo esercita, anche nel suo modesto lavoro quotidiano, con le sue azioni, con i suoi esempi. La legge spesso diventa un alibi per tutti. In genere per giustificare il non fare o il fare male. Ma la legge può anche diventare uno strumento potentissimo nelle mani e nella testa di chi qualcosa per cambiare la vuole fare sul serio. La legge è una Divinità bifronte, bisogna saperla guardare, intendere e utilizzare.

L’impegno della politica oggi dev’essere questo. Spendere se stessi dinanzi ai muri di gomma che impediscono il cambiamento del mondo, o che fanno in modo che esso cambi solo quando serve a loro, per loro. L’impegno dei cittadini scalzi, ma anche degli intellettuali, dev’essere quello di scrollarsi di dosso il sentimento dell’ignavia e la tentazione ad essere omissivi, come spesso accade quando le cose non ci riguardano da vicino; solo così potremo avere la coscienza a posto quando incalziamo i governi pubblici, il potere politico e coloro che ci amministrano per costringerli a fare cose diverse da quelle che fanno, o meglio che non fanno. Perché dovrei farlo? A chi serve? È una domanda ricorrente che si ripete in orizzontale e in verticale. E’ allora che il tarlo dell’omissione opera e lavora. Nelle forre aperte da questo tarlo s’infilano, e di questo si nutrono, i burocrati e le burocrazie, esercenti unici della sovranità che, da strumento del buon funzionamento dello Stato e delle sue articolazioni, si sono trasformate in fini e scopi non dichiarati, occulti, cui ormai sono stati immolati anche la politica ed i politici; soprattutto quelli più coscienti e responsabili che poi, in fondo, sono quelli che pagheranno per tutti, mentre il mondo continuerà a vivere nell’illusione che qualcosa possa cambiare, per il bene di tutti, ma che in realtà non cambierà se non per soddisfare il volere e i vantaggi di pochi.

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