Il ballo con le Janas

Il ballo con le Janas
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Il libro di Tonino Oppes. Solo il ritorno delle fate potrà salvare i nostri paesi in cui tutti possono parlare con il mondo ma non si parla più con il vicino di casa. La recensione di Michele Pinna.

Queste ultime due settimane sono state anch’esse molto intense: la mattina al Liceo “Spano” “in trincea”, a fare i conti con le mille complessità e le mille contraddizioni della scuola italiana dalle quali non si sottrae, per nulla, neanche la scuola sarda, e poi il pomeriggio in giro per i paesi della Sardegna: Usini, Birori, ancor prima Bortigali, Esterzili, Isili, a parlare di cavalli, di caccia, di libri, di “poesia a bolu e poesia a taulinu”, ma intorno a questi temi: di tessuti comunitari che si sono lacerati, di comunicazione senza persone che comunichino, di lingua sarda scritta e parlata, di giovani che vanno via per gli studi e che poi non tornano più nei paesi, perché non c’è lavoro, non c’è niente che li attragga. In questi scenari devastati dal nulla, dove i residenti che pure partecipano entusiasti quando si parla in sardo, quando si parla di loro, del loro lavoro, della loro vita, del loro destino comunitario, del bisogno di rinascere che comunque si sente, anche dinanzi ai crinali della possibile scomparsa di molti paesi, mi è tornato alla mente e alle orecchie il frastuono sollevato dalle polemiche su “Cagliari città metropolitana si, metropolitana no”. Vedere e sentire i sindaci, ormai, che non riescono a far fronte neanche alle incombenze minime imposte dalle leggi dell’amministrazione statale, e dai bisogni vecchi e nuovi degli abitanti, è, credetemi, allarmante. E’ allarmante per la sicurezza dei cittadini, è allarmante per l’ordine pubblico, è allarmante per l’igiene, è allarmante per l’approvvigionamento idrico, è allarmante per la salute dei cittadini, per i trasporti; ma la cosa più allarmante di tutte è l’insorgere delle nuove povertà. Nuove povertà determinate dalla creazione di nuovi bisogni e di nuovi consumi, in assenza di redditi certi e stabili per poterli soddisfare. Certo mi si dirà di bisogni che non sono il pane; e tuttavia sono i bisogni di uno status creato, anche nelle periferie del mondo, dai media, dai modelli del consumo, dalle tasse e dai bolli imposti dallo Stato, che non possono essere soddisfatti se non dal sussidio comunale. «Ti buttano sul tavolo dell’assistente sociale la bolletta della luce e l’assicurazione dell’auto e ti dicono: pagamela tu perché io è sette mesi che non lavoro». Mi ha detto un sindaco: «Con queste realtà ci dobbiamo misurare, che non è più un caso isolato, ma di decine di persone. Giovani coppie con bambini, cinquantenni messi in strada dalle ditte fallite».

Rientrando a casa, stanco, mi ha confortato nelle mie riflessioni solitarie, il bel libro di Tonino Oppes “Il ballo con le Janas”. Giornalista e scrittore, originario di Pozzomaggiore, trapiantato a Cagliari per adempiere al suo lavoro in RAI, l’autore di questo bellissimo lavoro pubblicato da Domus de Janas, ci riporta nell’atmosfera magica, direi fantasmatica, dei paesi che hanno segnato l’infanzia della nostra generazione. Infanzia segnata dallo stare insieme, dall’essere comunità, nel bene e nel male, nella gioia come nel dolore. Comunità dove, certamente, si aveva meno di quanto non si abbia oggi da un punto di vista materiale, dal quotidiano domestico a quello pubblico; meno cose, meno servizi, meno comodità, meno assistenza pubblica, eppure c’era più comunità, più solidarietà, più fiducia nel proprio vicino, ma soprattutto c’era la capacità di ricordare e di tramandare, la linfa vitale che genera la memoria e dunque l’eternità. Inviterei tutti a rileggere Platone, e alle grandi aperture che in esso vi ha trovato il Cristianesimo.

L’autore del libro affida ad Antine, il messaggio forte e profondo, la filosofia che via via si rivela nella lettura delle sue pagine scorrevoli e leggere, quando le Janas di Monte Oe, ed una di esse, Tidora, la più bella fra tutte, decide di raccontargli la ragione del loro ritorno in quel posto da cui per tanto tempo erano state lontane.

«Tu vuoi sapere perché siamo tornate? Ti accontento subito. Credevamo di essere immortali, invece abbiamo tanta paura di morire. Proprio come gli umani. Sai perché abbiamo paura? Perché più nessuno racconta le nostre storie. Ora siete tutti schiavi dei social network e dello smartphone, così si chiama? Comunicate con tutto il mondo, ma non con i vostri vicini di casa e avete lasciato morire la comunità del racconto, quella che viveva se si creava l’incontro tra le generazioni. Accadeva in inverno, attorno al caminetto; oppure in estate, seduti in su friscu, davanti alla porta di casa. Allora vecchi, giovani e bambini stavano molto più spesso insieme. Parlavano solamente i più anziani, i piccoli ascoltavano. Qualcuno faceva domande e otteneva risposte. I vostri paesi ora sono più belli, ma sempre più vuoti, mi sembrano paesaggi da cartolina. Le piazze non sono più un luogo d’incontro e c’è troppo silenzio anche nelle case. E quando l’uomo non parla più va incontro alla solitudine, finisce di sognare e dimentica; senza la parola non si trasmette più nulla e si smarrisce la strada dei ricordi». (p. 22) Dunque si muore.

Ad Antine, che appartiene al mondo che ha conosciuto le storie delle donne fatate, raccontate dalla viva voce degli anziani, delle nonne, dei nonni, degli zii, viene affidata la missione di rinverdire la parola comunitaria, di rigenerarla, certo con la voce, ma anche con la scrittura, come fa magistralmente Tonino Oppes, militante convinto del grande bisogno che la Sardegna ha della rinascita dei piccoli paesi, con le loro storie, ma con le loro attività, con la loro umanità. Una umanità che è insieme presente e passato, parola e memoria, sogno e progetto; fonti di valori come quello della solidarietà e della vicinanza che in epoche come la nostra possono essere d’aiuto non solo ai piccoli comuni della Sardegna ma all’umanità intera.

Finché gl’intellettuali sardi crederanno in questo, c’è da ben sperare e da avere fiducia in un mondo migliore che, tutti noi, dovremmo assumere la responsabilità, ogn’uno dal canto suo e per quello che può, di costruire e di trasmettere alle generazioni che verranno; memori delle nostre buone radici e dei nostri miti che in un presente desacralizzato possono essere un ottimo presupposto per non morire soffocati dal buio di una vita materiale mai sazia e mai paga, in assenza della luce che può gettare nel futuro la voglia di credere in se stessi che si esprime prima di ogni altra cosa nel bisogno, che mai dev’essere zittito, di raccontarsi.

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