L’agire politico tra domande poste dall’etica ed esigenze pragmatiche

L’agire politico tra domande poste dall’etica ed esigenze pragmatiche
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La politica nasce per soddisfare le esigenze del bene comune. La riflessione di Michele Pinna.

La politica nasce per soddisfare le esigenze del bene comune. È una cosa che s’insegna a scuola, a tutti i cittadini di uno Stato. Si insegna con i programmi di storia, con quelli di letteratura, con quelli di filosofia e persino con le discipline cosiddette scientifiche (non perché le altre non lo siano ma questa è la distinzione che si fa nella scuola italiana per distinguerle da quelle cosiddette umanistiche), quando s’insegna che la scienza moderna si è affermata promettendo all’uomo la liberazione dalla barbarie e dall’oscurantismo dei secoli passati, intendendo queste due promesse come un bene comune. L’ethos, da cui la parola etica, era per i greci il bene comune, ovvero il bene di tutta la comunità dei cittadini.

E furono proprio i greci a capire per primi che, nata per soddisfare le esigenze del bene comune, la politica progressivamente finisce per soddisfare soltanto le esigenze di pochi; che i governanti siano dei tiranni o che i governanti siano dei democratici poco importa. Ne pagò le conseguenze Socrate che affermando questa grande verità finì per essere condannato a morte dagli stessi uomini che egli aveva voluto al governo della democratica Atene.

Lo stesso Hegel, pur sostenendo le ragioni dell’eticità della politica incarnate dallo Stato prussiano, afferma che è quasi necessaria la divaricazione tra le esigenze dello Stato e quelle della società civile dunque dal dovere del primo di dare risposte aderenti alle domande poste dall’ethos comunitario. Da tale necessità il filosofo, che da giovane aveva inneggiato alla Rivoluzione francese e aveva sostenuto gli ideali della sovranità popolare e della libertà, giustifica nei suoi scritti dell’età matura l’esclusiva ed assoluta sovranità dello Stato che, pur non essendo più realisticamente fondata, conserva, in virtù di una sua legittimazione filosofica, oggi si direbbe ideologica, il suo fondamento etico. Tradotto in termini più semplici ciò sta a significare che uno Stato nascente dalla volontà popolare, che nel tempo, quasi necessariamente, subisce un’evoluzione dove la sovranità si sposta tutta in capo a chi lo governa, è comunque uno stato etico in virtù della sua originaria natura.

Nessuna filosofia, credo, meglio di quella Hegeliana, riesce a spiegare, anche nell’oggi, le dinamiche della politica. Penso per esempio all’evoluzione subita dalla Costituzione repubblicana, dove colpo su colpo sono scomparsi vecchi istituti della rappresentanza popolare; in nome della semplificazione abbiamo assistito ad un progressivo svuotamento del potere della politica a favore del sistema burocratico privo di alcuna legittimazione elettiva. Sempre in nome della semplificazione abbiamo assistito, in omaggio ad un referendum popolare, animato più dai risentimenti emotivi degli elettori e dalle vendette trasversali che ogni giorno si consumano all’interno dell’ormai lacero tessuto politico della rappresentanza, anziché da una ragione in grado di scindere gli usi buoni della politica e della partecipazione popolare alle scelte democratiche del paese, o dei vari livelli di governo territoriale e locale, alla creazione di un caos istituzionale senza confronti; frastornati da un giornalismo scandalistico ed ansiogeno dove tutto è da delegittimare: scuola, chiesa, magistratura, famiglia, politica; i cittadini votano per semplificare. Piuttosto che assumere seriamente la responsabilità del suffragio elettorale votano per abolire il sistema democratico. Semplificazione e risparmio della spesa pubblica. I rappresentanti eletti dal popolo votano per abolire un ramo del Parlamento. Ritenuto inutile, certo. Rivelatosi inutile, certissimo. Le province: e quale utilità hanno saputo manifestare i consiglieri provinciali in ordine alla loro espressione democratica ed alla responsabilità che ciò comporta?

E progressivamente si semplificherà anche il sistema municipale. Molti comuni sono destinati a chiudere; ma perché mai dovrebbero continuare a restare aperti in ordine alla loro natura sostanziale, in ordine cioè all’essere la parte dello Stato più vicina ai cittadini, quando ne sono diventati i principali nemici e i primi vessatori. Vogliamo fare un referendum? Ma anche per quello delle regioni. Non siamo lontani dal vero. Certo verranno gambizzati dieci, cento, mille, centomila politici, politicanti qua e la, che andranno a fare altro in nome del risparmio; e poi tutto il sistema burocratico? Fatto comunque di gente che tiene famiglia, che verrà intruppata qua e la e pagata fino alla morte, poi basta. Ma almeno non si rigenererà. E così avremo smantellato anche l’Inpisi.

Lo aveva già fatto Luigi XIV. Preferì portarsi a Parigi, a corte, tutta la nobiltà inutile e parassitaria, tenerla a Palazzo a mangiare e a bere, per levarla dal territorio dove si era rivelata inutile, ai fini della sovranità regia, e l’aveva sostituita con un efficiente apparato burocratico ed un esercito ben armato finalizzati a riscuotere le imposte e a sedare le rivolte, senza chiedere nulla al sovrano. Se non uno stipendio. Ma niente potere, niente privilegi, niente ricatti. Costruì lo Stato moderno, il primo vero Stato moderno. Lo Stato inneggiato da Hobbes, da Spinoza e da Hegel. Uno Stato che fece della Francia una grande nazione che inventò, con il suo ministro Colbert, l’intervento finanziario dello Stato per favorire la crescita e lo sviluppo economico della nazione.

Si lasci passare il fatto che, ai tempi, il patrimonio e la ricchezza dello Stato s’identificavano con quello della corona, se non in toto in gran parte. Ma non sembri neanche un paradosso né una banale similitudine con quanto si dice oggi dei nostri governanti. Talvolta sparando a caso nel mucchio, senza cogliere i veri obiettivi, purtroppo.

Tutto ciò esprime invece una grande verità. La democrazia, il suo sistema di rappresentanza, dai partiti alle istituzioni, hanno dimostrato di non bastare a se stessi, alla loro natura e alla loro sostanza. Come inebriati, gli uomini che li hanno incarnati sono caduti nelle fauci del potere oscuro e famelico, che mai hanno smesso di bramare, al sangue della democrazia, alla sua natura comunitaria del bene e per il bene di ciascuno. Di quel potere che, pur nascendo nelle comunità, nella condivisione tra gli uomini della pace e della guerra, del confronto e dello scontro, anime generatrici di ogni società, cede alla tentazione di elevarsi su di essa e di sottometterla. Solo la forza della democrazia e la forza dell’etica comunitaria potrebbe resistere e sconfiggere quello che altrimenti si trasforma in pragma cieco, irrazionale e assurdo del potere.

Ma anche la comunità, quella che altrimenti si dice la società civile, sembra aver smarrito la sua strada ed è disorientata, sconcertata dall’ipertrofia di segni e di messaggi che giungono e partono da ogni dove; mentre quella che viene chiamata “l’antipolitica” appare a molti come l’ultimo filo che possa collegare gli uomini e le donne alla vita partecipativa, alla vita della piazza, oggi sostituita dalla “rete”.

Eppure credo che bisogna ripercorrere i fili e le trame che hanno generato la democrazia, quella vera, quella della partecipazione alla vita pubblica, dei partiti, delle istituzioni democratiche, del voto, per ritrovare in quei fili, molti dei quali si sono ormai spezzati, e vagano di qua e di la, il senso originario dell’etica pubblica e privata. Certo nella consapevolezza che molte cose sono cambiate e molte altre dovranno ancora cambiare. E però, senza la responsabilità degli uomini che devono re-imparare a diventare cittadini partecipi e responsabili, ad avere memoria, storia, orgoglio, cuore e ragione, a dare valore a se stessi e agli altri, ai loro paesi e alle loro città, alle loro patrie, grandi e piccole, con tutto ciò che costa e che dolorosamente comporta, le evoluzioni delle nostre società prossime future saranno, almeno per noi contemporanei, irriconoscibili e prive di alcun interesse.

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