Il senso dello Stato

Il senso dello Stato
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I recenti fatti catalani richiamano alla nostra attenzione due questioni fondamentali per la civiltà odierna: la questione della legittimità degli Stati nazionali e il coefficiente di sensibilità che i cittadini hanno nei confronti dello Stato.
Se è vero che i filosofi francesi, Rousseau per primo, hanno teorizzato che gli Stati e le loro leggi dovrebbero essere espressioni della volontà generale delle popolazioni, non mi pare altrettanto vero che gli Stati moderni, né prima né dopo la rivoluzione francese, siano nati da una volontà generale dei sudditi o dei cittadini, almeno in termini reali, sostanziali, ma dalla volontà dei sovrani e delle case regnanti, o delle aristocrazie del potere, per quanto illuminate. La partecipazione delle popolazioni, in armi e con azioni di rivolta, alla sovversione delle precedenti organizzazioni dei poteri pubblici, impongono una domanda: essa è stata animata dalla libera intenzione di una volontà razionale, ovvero, da una spinta proveniente da qualche principio orientato verso gli orizzonti di una universalità eticamente fondata? O non, piuttosto, da bisogni materiali contingenti, da esigenze di nuovi equilibri maturati all’interno delle élite del potere, dalla nascita stessa di nuove élite che, attraverso la forza delle armi e attraverso l’utilizzo delle pulsioni provenienti dalla “critica” della fame, hanno potuto affermare il loro potere e la loro forza? La domanda che s’ impone nella ricerca del vero è, allora, quella che vuole sapere a chi serve avere il senso dello Stato, perché serve averlo e come si perviene ad un autentico senso dello Stato.
Alla domanda rispondo dicendo che serve a tutti avere il senso dello Stato, poiché tutti devono sapere e conoscere le dinamiche, le forze e le condizioni che storicamente hanno determinato la nascita e l’affermazione degli Stati, non solo di quelli europei. L’educazione civile odierna e la costruzione di una cittadinanza critica, partecipativa e consapevole non può prescindere da una linea di conoscenza fondata e documentata in tale direzione. È un grave errore che la scuola pubblica italiana, specialmente nella fase dell’obbligo, ma anche nelle superiori, disincentivi e sottovaluti l’insegnamento della storia politica e dell’ educazione civile come asse portante e costitutivo di una cittadinanza universale. Cittadinanza che si costruisce imparando la storia dei saperi locali e antropologici, che passano attraverso le lingue e i dialetti, le storie delle manifatture, delle vecchie attività produttive, delle tradizioni e delle costumanze su cui le popolazioni hanno strutturato, dopo la fine dei vecchi “universalismi” medioevali, gli assetti comunitari che, via via, hanno dato vita alle diverse forme associative e organizzative con prerogative statuali: i primi comuni, le repubbliche del mare nella penisola italica appenninico-alpina, i giudicati sardi, le organizzazioni partecipative della penisola iberica pre-castigliana, i primi patti tra feudatari locali e popolazioni per contrastare le prevaricazioni degli imperatori nei territori germanici, le prime organizzazioni territoriali autonome costituitesi nel poligono francese.
Sono i saperi e le storie locali, agricole o urbane, che costituiscono le radici di un’ Europa plurale, fatta di diversità paesaggistiche, geografiche, materiali e spirituali, di forme diverse di convivenza, di usi e di consuetudini locali, rispettate e sentite da uomini e donne partecipi alla vita viva dei territori, fattesi leggi, fattesi “Stati”.
Gran parte della storiografia contemporanea dominante ha fatto credere, in verità più con racconti ideologici che con documenti storici reali, che gli Stati possano essere solo grandi estensioni di territorio, dotati di grandi eserciti e di poteri assoluti in mano alle dinastie sovrane; che gli Stati legittimi sono quelli che hanno vinto le guerre, che hanno conquistato e annesso altri Stati, che li hanno espropriati delle loro terre, delle loro risorse ed hanno imposto agli abitanti dei territori annessi tasse e balzelli per mantenere in piedi eserciti e burocrazie, palazzi reali, palazzi nobiliari e privilegi. Tutte queste informazioni e queste notizie, prive di fondamenti di conoscenza universale e necessaria, che circolano nelle scuole italiane, sarde, ma anche in quelle europee, hanno portato i cittadini, la “società civile”, come Hegel per primo definì il corpo sociale, a perdere il senso dello Stato, a distaccarsene progressivamente, fino ad entrare in conflitto con esso. Il progressivo allontanamento del corpo sociale dal sentimento etico riposto nello Stato, che il filosofo prussiano aveva intravisto come fisiologico alla sua stessa natura, che è storica, non divina, porta certamente al conflitto tra il potere costituito e i sudditi, alla guerra e alla morte stessa dello Stato. Anche il potere del sovrano perciò non dovrebbe mai perdere il senso e il sentimento dello Stato, della sua natura. Dovrebbe averlo anzi più dei sudditi e dei cittadini, pena la sua vita e la sua stessa esistenza. Quando si perde, muore il principe, muore lo Stato.
Un filosofo francese del ‘900, prendendolo dalla fisica, ha usato il termine “implode”. Cioè avviene un’ esplosione interna che, per quanto non deflagri all’esterno come un’esplosione, tipica delle rivoluzioni e delle insurrezioni, non è di meno pericolosa per il destino dello Stato e dei poteri che ad esso sono connessi, oltre che dei sistemi sociali e della vita quotidiana delle popolazioni.
Queste dinamiche, pur con manifestazioni differenti, e queste considerazioni s’impongono, non solo dinanzi agli Stati assoluti nati nell’epoca moderna, o agli Stati ottocenteschi costituitisi sull’onda delle rinascite nazionali, o agli imperi dissoltisi sotto i cannoni del primo conflitto mondiale, cosi come dinanzi alle dittature del Novecento ma non di meno dinanzi agli Stati repubblicani o alle monarchie costituzionali post fascisti. Il ripetersi delle cose è eterno ma, pur differente nelle forme, esso è uguale nella sostanza.
Mettersi sul cammino di una riacquisizione del perduto senso dello Stato significa dare alla speranza e alla ricerca della felicità umana un rinnovato orizzonte del diritto e della giustizia che voglia legittimamente indicare strade di pace, di fratellanza tra i popoli, universalmente fondate sul principio dell’amore del prossimo a partire dall’amore che ciascuno nutre per se stesso.

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