Identità e identificazioni

Identità e identificazioni
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Il lungo cammino della conoscenza di se stessi dinanzi alle domande di riconoscimento poste dagli altri. L’analisi di Michele Pinna

Uno dei miei primi libri, pubblicato circa trent’anni fa (ormai irreperibile se non in qualche biblioteca), s’intitolava “Segni d’identità”. Una raccolta di saggi, editi e inediti, destinata, come tante altre mie cose scritte, alla critica corrosiva dei topi (per dirla con Marx), se non l’avessi mostrata quasi con vergogna, ad Antonino Mura Ena e a Marco Antonio Aimo, i quali, ognuno dal suo punto di vista, m’incoraggiarono a darla alle stampe. Lo feci con brio giovanile ed ora, più di allora, mi rendo conto che quel libello di appena un centinaio di pagine una sua funzione l’ha avuta. Il libro, per una serie di ragioni molto sarde ma anche di carattere politico generale (io sono stato sempre dalla parte dei perdenti), è stato poco citato, quasi mai direttamente, molto parafrasato e talvolta male. Devo però dire, libro o non libro, che il tema dell’identità è diventato in Sardegna, ma non solo, un argomento di discussione pubblica, talvolta in maniera molto approssimativa, talvolta in maniera più circostanziata, fino a diventare una delle questioni centrali della riflessione culturale e politica di tutti questi anni. Però, se come ha detto Heidegger, ciò che resta lo fondano i poeti, quel libro sono contento di averlo scritto. Infatti nonostante il piglio di un saggio con tanto di note e di corredo bibliografico, quello scritto, incurante di argomentazioni accademiche e di passaggi obbligati, che pure mi sono stati rimproverati da amici e maestri i quali avrebbero voluto per me una carriera accademica della quale, in verità, ho avuto sempre poca cura, oggi più di allora lo considero un libro poetico, denso di verità e di intuizioni che sicuramente un libro più ponderato e più meditato non mi avrebbe consentito.

Le grandi verità del mondo, del resto, più che sulla scienza sono fondate sulla poesia che, in virtù di una certa opinione, che considero errata, ma comunemente diffusa, non è degna di essere accolta nelle sedi e nei tavoli dove si discute di cose ritenute, invece, serie. Eppure, sono molte le circostanze nelle quali si è potuto dimostrare, e Kant di queste dimostrazioni ne è il massimo maestro, che la scienza, ogni scienza, è figlia del suo tempo, con tutti i limiti e i pregiudizi di cui il tempo la carica, unitamente alla presunzione, che la trasforma in metafisica, di poter sopravvivere al tempo stesso e alle ragioni contingenti che l’hanno resa possibile. Cosa facilmente verificabile se si considera che molte delle verità scientifiche le quali per secoli hanno posto le braghe al mondo, oggi non hanno più alcun valore; mentre le domande originarie poste dai poeti, ancor prima che dai filosofi, restano interrogativi fondamentali anche nell’oggi, in tutte le latitudini del pianeta. Chi siamo?, Da dove veniamo?, Dove stiamo andando?, sì da fare della nostra un’epoca sempre più attenta e interessata alla questione del riconoscimento, sia esso inteso come autoriconoscimento sia come riconoscimento dell’altro sia in senso individuale che di grandi raggruppamenti umani. Così che le strategie della politica internazionale, in maniera occulta o palese, sono tutte sottese da una domanda di riconoscimento ed allo stesso tempo sviate da questa domanda fondamentale. La psicanalisi ci ha svelato, nel secolo scorso, che la domanda di riconoscimento, posta dall’individuo sin dalla sua nascita, dinanzi al seno ed allo sguardo materno, è una domanda d’amore. È una domanda legittima per il fatto che: se la nascita è il frutto di un atto d’amore e la terra in cui si nasce è una promessa d’amore, a questa domanda bisogna dare risposte d’amore. Nel mio libello di trent’anni fa ponevo questi problemi cercando di coniugare l’adesione culturale e politica al luogo di nascita con le domande universali che i primi mitografi e i primi poeti ponevano all’universo da loro conosciuto. Cercavo di coniugare l’amore per la propria terra, la terra dei padri, la patria appunto, con l’amore per il mondo.

Una delle tesi fondamentali, che nell’oggi mi sento di recuperare, di quel lavoro giovanile, è che noi siamo il luogo in cui siamo nati, la sua storia, il suo lavoro, il suo saper fare, le contraddizioni della sua coscienza, la sua parola, la sua lingua/e, insieme, le molteplici relazioni con altri luoghi, con altre culture, con altre storie. La conoscenza di se stessi non può che partire da questa indagine. Il nostro io interiore, quello che via via emerge e si rapporta con il mondo, è “il testo” che gli dei ci hanno consegnato e che a noi spetta di decifrare, di ordinare e di ricomporre per una possibile lettura dotata di significato che abbia senso per noi e per gli altri. È questo il lungo cammino delle nostre identificazioni talvolta costruito su testi autentici, talvolta su testi falsati dalle tradizioni, da testimoni non veritieri, da manomissioni, da abrasioni, lacerazioni, ricostruzioni ex novo in assenza del testo originario. Alcune identificazioni sono destinate a durare nel tempo fino a costituire il tessuto spesso della identità, direi anche, delle identità. Poiché i testi delle nostre identificazioni, che sono tanti, non sempre vengono letti e intesi da tutti alla stessa maniera. È il destino di ogni messaggio costituito da corpi significanti che si fanno segni. Ci sono segni d’identità che sono il frutto d’identificazioni ritenute da altri come lezioni errate e che spesso, nelle comunità degli uomini, hanno anche una valenza maggioritaria, mentre lezioni ritenute più corrette o più autentiche restano minoritarie nel novero delle nostre identificazioni.

L’ identità è come la fisionomia. Pensate se un giorno mentre ci guardiamo allo specchio qualcuno ci potesse dire che noi avremmo dovuto o potuto avere un altro volto, un altro fisico, un altra voce. E per di più ci potesse indurre a pensare di poter pervenire, perché potremmo essere più belli, più fortunati, più più e più, ad un’altra fisionomia. Rivedere l’identità costruita su identificazioni di cui spesso non abbiamo seguito i passaggi, le trame, la storia, i presupposti, di cui non abbiamo mai preso in considerazione il testo originario consegnatoci dagli dei, è come se qualcuno volesse cambiare o indurci a cambiare la nostra fisionomia. Mi rendo conto che non è facile da accettare. Eppure le fisionomie cambiano, cambiano nel tempo, cambiano spontaneamente ma cambiano anche perchè noi lo vogliamo, perché noi maturiamo altre esigenze, altre possibilità di rappresentarci. Cambiano perché vorremmo dare di noi un’immagine diversa, nuova, consona ad uno stato d’animo, ad una stagione della vita. Allo stesso modo mutano i nostri percorsi d’identificazione ed il complesso sistema delle identità.

In quel libello di circa trent’anni fa apposi un sottotitolo “formazione umana e cultura locale”. Sostenevo cioè l’ipotesi di una pedagogia, di una formazione degli individui ancorata ai luoghi, alla storia dei luoghi, alle sue produzioni materiali, ai suoi paesaggi, alle mentalità, alle abitudini, come presupposto per guardare il mondo di fuori, conoscere e rapportarsi con gli altri, ed allo stesso tempo fornire agli altri delle chiavi di lettura, quasi uno sguardo nuovo, per rapportarsi con noi. Sì, perché noi siamo quello che noi crediamo di essere insieme a ciò che gli altri credono che noi siamo; oltre ad un essere che è in sé, indipendentemente da noi e dagli altri. Ecco perché noi siamo tante cose insieme, cioè nello spazio, oltre che tante cose nel tempo che tutto trasforma. Sono idee, queste, che continuo a sostenere e di cui mi sento ancora protagonista attraverso la promozione della lingua sarda, dei vissuti culturali dei paesi, dei libri che si misurano con questi temi. Ma gli specchi del riconoscimento mi rendo conto che, il più delle volte, sono rivolti altrove. Ci riportano immagini che hanno parvenza di vero, immagini di cose più lusinghevoli dei nostri visi, in se stessi belli, persino originali, ma che nel confronto, agli occhi dei più, appaiono brutti, vecchi, stantii, fuori dalla norma. È in questo scarto, in questo slittamento che si gioca, dunque, la partita del nostro essere nel mondo, come popolo, come gruppo comunitario, come individui, dove la verità è tensione, dialogo, mediazione, compromesso tra l’affermazione del noi ed il riconoscimento degli altri. Niente massimalismi, perciò, niente verità certificate o autenticate, nella consapevolezza di un lungo cammino da percorrere animato dall’incessante volontà di sapere chi siamo, da dove veniamo, dove vorremmo andare.

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