Identità e politica

Identità e politica
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Con il giudice Mariano de Lacon il primo esempio di Zona franca doganale nel Mediterraneo. La riflessione di Michele Pinna.

Se il termine “identità” in astratto designa il modo di essere di un popolo, così come esso si è configurato nella sua storia, nelle sue condizioni sociali ed economiche, nelle sue tradizioni, nei suoi costumi, nel suo ethos comunitario, in concreto l’azione politica che s’ispira a tali valori dovrebbe assumere tali configurazioni per determinarne il suo presente ma soprattutto per progettarne il suo futuro.

Parlare d’“identità”, senza l’assunzione di una responsabilità politica, insomma, è un parlarne senza senso ed ogni suo richiamo ad altro non servirebbe se non a riporre la parola, così densa di significati e d’implicazioni, nelle bacheche o nelle teche delle vanità.

Partiamo dalla storia. L’identità storica dei sardi oscilla tra momenti di autogoverno e momenti di sconfitte militari con conseguenti periodi di dominazione da parte dei popoli vincitori.

Così, ad esempio, la bella e mitica età delle origini, dalla preistoria dei circoli tombali e delle domus de janas, fino all’epoca delle torri megalitiche edificate dalle popolazioni nuragiche, rappresenta l’età aurea della indipendenza e della sovranità del popolo sardo signore del proprio territorio e protagonista nei mari. Quando i sardi, a dire dai resti che gli archeologi hanno rinvenuto, erano artigiani, allevatori e coltivatori, architetti, navigatori, guerrieri ed artisti. Un popolo bastante a se stesso ed insieme aperto al dialogo ed agli scambi commerciali e culturali con i popoli mediterranei.

Tutto ciò fino a quando, prima i fenici e poi i romani, non occuparono le sue coste e le sue terre fino a farne un popolo dominato. Fu un dominio ancor più che economico e militare, un dominio culturale che passò attraverso la progressiva estirpazione della lingua nuragica per sostituirla con quella latina. Una dominazione che si protrasse per circa quattro secoli fino a quando le popolazioni barbariche non misero in ginocchio l’Impero romano che venne poi soppiantato dall’egemonia bizantina.

È con la fine della dominazione bizantina, com’è noto, che rinasce in Sardegna l’epoca della sua indipendenza e dell’autogoverno. I giudici di Cagliari, Oristano, Torres e Gallura, veri e propri sovrani, con le loro corti e con i loro apparati amministrativi danno vita nei loro regni a dei veri e propri Stati sovrani, con potestà giurisdizionali nei loro territori e con potestà internazionali in grado di stipulare accordi e di scrivere trattati commerciali con le potenze straniere del loro tempo.

Il primo trattato che concede ai pisani la possibilità di esercitare il commercio del sale nelle saline turritane, risalente al 1050-80, può essere inteso oltre che come un atto politico che attesta la piena sovranità del giudice Mariano de Lacon, come uno dei primi, se non il primo esempio di Zona franca doganale nel Mediterraneo del tempo. Egli nel documento, scritto interamente in sardo, dichiara, infatti, di concedere a “sos amicos meos de Pisa” “custu toloneu”. Toloneu, dal greco teloneion, balzello. Con un atto di diritto pubblico, in piena sovranità, il giudice al fine d’ incentivare le attività produttive e commerciali nel territorio del suo Stato esonera i pisani dal pagamento delle tasse di estrazione e di commercio del sale che avrebbero, altrimenti, gravato sul costo del bene, in quei tempi, molto prezioso. Il documento scritto interamente in Sardo è stato oggetto di studio da parte dei linguisti e degli storici. Esso è custodito presso l’Archivio di Stato di Pisa. Ma oltre che dai linguisti e dagli storici, questo documento dovrebbe essere studiato e meditato a fondo dai politici per capire, se lo desiderano, quale possa essere il vero senso dell’identità del popolo sardo. Dall’atto del Giudice di Torres il primo significato che emerge può essere il seguente: un popolo, la sua classe dirigente sono se stessi, sono cioè identici a se stessi come popolo e come classi dirigenti, quando sono sovrani nel governo del loro territorio, quando possono usare liberamente la loro lingua anche dinanzi agli stranieri che in tal caso dovrebbero impararla per poter interloquire proficuamente con i governanti di quel territorio. Altrimenti, in assenza di questi elementi fondamentali, che sono giuridici, economici e culturali insieme, il problema dell’identità diventa folclore da dare in pasto ai turisti. Si riduce ad un esercizio sterile di antropologia coloniale utile per solleticare le fantasie dei fotografi e degli scrittori di reportage.

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