Editoria / Sesuja - La nostra rivista


Di Michele Pinna

Forse solo Mike Bongiorno con la parola “allegria!”era riuscito a creare un’icona talmente incisiva da farla diventare, nella comunicazione pubblica, patrimonio nazional popolare, così come è successo alla parola “capra” utilizzata da Vittorio Sgarbi.

Vittorio Sgarbi a SorsoUsata e sentita dal vivo -come ho potuto constatare l’altra sera a Sorso, dove il critico vulcanico e a tratti rocambolesco, ha tenuto in piazza ad un pubblico silenzioso e attento, una lezione di alto valore scientifico ed insieme di grande chiarezza divulgativa, dal titolo “Il vino e l’arte”la parola “capra” assume un carattere ed un carisma ancora più forte che pronunciata in televisione o in un video.

La forza dell’occlusiva labiale e quella della rotante, le due consonanti che costituiscono l’anima fonetica del sintagma che nominalizza l’animale mangiatore di frasche e di cespugli, assumono una valenza fustigativa, sferzante e insieme sprezzante che gli occhi furenti e infuocati di Sgarbi rendono ancora più aspre e punitive rispetto a chi, normalmente persone ritenute dal singolare intellettuale stupide, ottuse o rivestibili da sinonimie varie riconducibili alla stupidità, viene proferita.

Eppure la capra è tutt’altro che un’animale stupido. Forse è uno dei mammiferi quadrupedi di maggiore intelligenza e spiccata sensibilità che molti uomini e molte donne al confronto paiono delle bestie rudimentali.

Senza contare i prodotti di prim’ordine che ci fornisce come il latte, la carne e, grazie alle corna dei montoni, dell’ottimo materiale per realizzare pregiati coltelli a serramanico che i coltellinai di Pattada e Arbus ben apprezzano e che trasformano in pregiati gioielli da collezione riconosciuti nel mercato internazionale.

Ma la capra è anche un animale raffinato nella scelta del suo pascolo come nessun altro: il rovo, le frasche, le foglie di rami di roverella che giungono all’altezza del suo muso danno ai capretti, che hanno succhiato il latte dalle loro mamme, un sapore e una forza nutritiva ineguagliabile.

Mi diceva una volta un vecchio capraro: “se vuoi vivere sano e a lungo mangia ciò che mangia la capra“. Incredibile! Che sia questo il vero segreto della longevità ogliastrina e barbaricina? Vivere da capre, nutrirsi di cibi sani e non contraffatti proprio come fanno le capre?

Non si direbbe e forse in pochi riflettono su ciò: la capra è anche un animale  non invasivo e non devastante, al contrario della pecora. Solo i forestali sardi pensano il contrario e vedono in questo animale superiore il vero attentatore all’integrità dei boschi demaniali. Mentre io credo che l’introduzione nei pascoli boschivi di questo mammifero, dalla saggezza innata, costituirebbe sia un ottimo elemento per la tutela naturale del territorio, sia un deterrente per gli incendi.

A differenza della pecora, la capra non fa gregge, vive in piccoli drappelli,  ha bisogno di poco spazio e di cure spartane da parte dell’uomo. La capra sa vivere di se stessa, come gli uomini liberi e compiuti, a differenza della pecora che è priva di individualità. La pecora occupa più spazio di ciò che restituisce, mentre la capra dà tanto prendendo poco dalla natura.

Ma ciò che a me colpisce di più della capra è il suo sguardo rivolto verso la trascendenza. Uno sguardo, cioè,  in grado di fissare il particolare con meticolosa attenzione ed insieme in grado di far ruotare i suoi cristallini, in maniera quasi impercettibile alla ricerca di continui “altrove”. Quasi un’inquietudine silente pervade questo misterioso segno della natura che lo porta ad essere libero ed insieme molto simile all’uomo buono, all’uomo operoso, all’uomo fabbrile, all’ uomo creatore, all’uomo ispirato dalla bellezza e dalla luce.

Che Sgarbi continui a sferzare e a fustigare la stupidità di certi umani con i suoni materiali della parola “capra” lo trovo giusto ed esteticamente di alto profilo nella consapevolezza, però, che la capra rappresenta quanto di più aristocratico vi è nell’esistenza della natura che si contrappone alle sempre più pericolose invasioni e devastazioni della barbarie umana che a me piace identificare nella insulsa e abietta cultura del gregge.