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La filosofia nella lingua e nella cultura sarda

di Michele Pinna

La filosofia e, se si preferisce, le filosofie non si trovano nei manuali; i primi filosofi non avevano manuali o trattati né tantomeno ne compilavano. I manuali sono strumenti ad uso scolastico ed universitario talvolta utili, talvolta meno, per veicolare delle sintesi, dei sistemi e anche degli indirizzi che rispecchiano il pensiero degli autori, le loro opzioni ideologiche, i loro credo religiosi, il loro agnosticismo. Sono portatori, anch’essi di filosofie, di idee filosofiche, ma non più di altre “cose” e, soprattutto, non sono la filosofia.

Noi riteniamo che la filosofia, le filosofie risiedano invece, nelle cose, ovunque; nelle tradizioni, nei saperi, nelle mentalità dei popoli e delle comunità, nei loro strumenti comunicativi, nelle loro lingue, nel loro genio codificatore, nelle modalità con cui vivono lo spazio fisico, nella visione che hanno del tempo, nella loro religiosità, nella capacità che gli individui hanno di vivere e di sentire il sacro.

 

Veduta panoramica di Mamoiada. Nei paesi si sviluppa il senso di comunità, di appartenenza e accoglienza

 

I seminari e i percorsi filosofici proposti dall’Istituto di studi e ricerche “Camillo Bellieni” hanno sperimentato, dentro un orizzonte pratico-fenomenologico, un metodo di osservazione e d’indagine che mira a individuare, a partire dalla loro lingua, dalle loro parlate, dai loro modi di dire, dalle loro topiche espressive le modalità e gli spazi entro cui i sardi hanno costruito, storicamente, la loro sapienza.

Oggi si direbbe una sapienza “primitiva” dinanzi a quanto la modernità e la post modernità ci propongono; e noi riteniamo che la primitività sia un valore importante, una grande risorsa esperienziale, una bussola d’orientamento, in una società smarrita, disorientata e impaurita. Noi riteniamo che nella primitività ci siano quelle domande e quelle risposte che spesso la modernità non è in grado di porre e alle quali non appare in grado di dare risposte.

Ma cosa è il “primitivo”? “Primitivo” è capacità di porre domande; potremmo definire il primitivo come l’infanzia dell’universo. Curioso, innocente e insaziabile di risposte come i bambini. Il moderno è, al contrario, la parvenza di sapere e di possedere tutto dove l’uomo insuperbito dalla scienza, dalla tecnica e dal progresso che s’identifica nel consumo facile, nell’ “usa e getta” dove gli uomini non hanno né passato, né futuro, ma solo un presente da dissipare.

Lingue come quella sarda per quanto anch’esse aperte e alle contaminazioni e ai processi dissipativi di una società fondata sulla velocità, sul tempo del quale non se ne accettano i segni, minorizzate dalle lingue ufficiali degli Stati e di maggior prestigio sociale come l’inglese, sono invece dei contenitori importanti e inderogabili di materiali primitivi dove l’uomo occupa con le sue affezioni un posto di primo piano. L’uomo e la natura, l’uomo nelle sue proiezioni di trascendenza che lo conducono al sacro, l’uomo come fine, non come strumento, desideroso di conoscere se stesso e d’incontrare l’altro per stipulare con lui buone relazioni di vita comunitaria. Non si capirebbe il sardo senza la sua componente comunitaria; il sardo è sempre un “noi” quasi mai un “io” solitario.

Eppure si dice che la Sardegna sia una terra di spazi solitari e che i sardi in quanto isolani e isolati, siano solitari, diffidenti e poco socievoli; niente però è meno vero di tutto ciò. Nella lingua sarda questo non emerge: in essa traspare accoglienza, senso comunitario, sentimento di appartenenza ma anche apertura relazionale verso gli altri.

Detti, proverbi, modi di dire, testi poetici, canti e balli spesso folklorizzati e usati a precipui fini di spettacolo e di curiosità culturali, sono invece ricchi di una lingua e di una cultura che è ricca di curvature inedite di un’etica comunitaria fondata sulla solidarietà, sullo scambio, sulla reciprocità, sul dono.

 

Un momento della manifestazione L’Ischis ma no l’ischis del 2018 nella biblioteca di Macomer

Sul piano metodologico il nostro percorso si costruisce attraverso lo sguardo sulle cose e l’interrogazione di esse alla ricerca dei significati nascosti e delle implicazioni che esse hanno rispetto ad altri orizzonti di significato apparentemente lontani dalla cultura dei sardi ed invece più prossima di quanto ciò non possa apparire ad uno sguardo di superficie.

Le cose vengono filtrate dalla lingua e via via diventano, in essa, mondo intellettuale, pensiero, rappresentazioni, mentalità, carattere individuale e collettivo di un popolo o, come dicevano i romani con un certo disprezzo esclusivo, “natio” luogo dei nativi sardi rispetto ai luoghi dell’Urbe  dove vivevano i cives.

A quei mondi, a quei materiali filtrati e strutturati in sequenze dotate di strutture proprie e di una logica ordinatrice che conferisce loro dignità discorsiva è rivolta la nostra ricerca filosofica. Dignità spesso annichilita e fatta tacere dalle lingue imposte dai dominatori esterni.