Editoria / Sesuja - La nostra rivista


Recensione di Michele Pinna

Neria De Giovanni, Grazia Deledda Corrispondenze giovanili, con manoscritto originale nel suo esordio nella critica letteraria. Nemapress Edizioni, 2020, pp 96, Euro 15, 00.

 

Ancora una volta Neria De Giovanni, ci fornisce un importante contributo per la conoscenza e la diffusione internazionale del pensiero e dell’opera deleddiana.

Attraverso le cure editoriali della Nemapress, la “Domus” di cui è stata fondatrice e di cui resta l’anima vitale, conosciuta e affermata oltre i confini isolani, quasi un miracolo dell’editoria sarda, la De Giovanni ci fa dono – in un grazioso volume la cui copertina è costituita da un lavoro del pittore Alfonso Silba, che gà nel novembre del 2019 aveva dedicato alla Nuoro deleddiana una mostra di 22 opere incentrata sui personaggi femminili dell’ universo letterario del Premio Nobel nato in Sardegna, – di un autografo originale dell’ancor giovanissima scrittrice e di un’anastatica della sua pubblicazione a stampa, avvenuta nel 1892.

Si tratta di una recensione pubblicata da Grazia Deledda nel quindicinale di scienze lettere ed arti “Vita sarda” edito a Cagliari a partire dal 1891, di cui la Deledda, non ancora ventenne, divenne una delle prime e più assidue collaboratrici.

Vigliaccherie femminili romanzo d’esordio di un giovane scrittore triestino, Giulio Cesari,  il cui cognome che lo vedeva nipote di quel Padre Cesari,  noto alle cronache culturali del suo tempo per le polemiche puriste e per essersi imbattuto nei richiami del neoclassico Vincenzo Monti; e benchè si sapesse, del giovane Cesari, essere redattore e animatore del quotidiano triestino, irredentista, “L’indipendente” chiuso nel 1892, dopo numerosi arresti per ragioni politiche anti austriache, niente si sapeva di lui come letterato – fu il romanzo galeotto, potremmo dire, che spostò lo sguardo della giovanissima nuorese da una scrittura attenta ai paesaggi, al tessuto antropologico isolano, alle legende fantastiche tramandate dalla memoria popolare intrise di mistero e di suggestioni  emotive, verso la letteratura d’oltre Tirreno.

Una pagina del manoscritto autografo originale della recensione che nel 1892 Grazia Deledda scrive sul romanzo del giovane triestino Giulio Cesari.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Deledda, in verità, a partire dal 1888, poco più che adolescente, dunque ancor prima della sua collaborazione a “Vita sarda”, aveva già pubblicato presso la rivista dell’editore Perino di Roma “Ultima moda”, diretta da Epaminonda Travaglio, dei racconti ed un romanzo a puntate, fino all’uscita per i tipi dello stesso editore  del romanzo Fior di Sardegna, preceduta, qua e la, da diversi racconti, da  una raccolta di novelle e dalla importante collaborazione con Angelo De Gubernatis direttore della nota e affermata rivista di tradizioni popolari.

La recensora dell’esordiente Cesari è tutto sommato una scrittrice, in certo qual modo, affermata, per quanto ancora lontana dal successo e dalla gloria che la giovane nuorese coltivava come il grande sogno della sua vita, cui dedicava tutta la sua inquietudine esistenziale di donna e di artista animata da un eros conoscitivo oscillante tra passioni, il più delle volte affidate a pensieri d’amore colmi di desiderio sublimati in lettere ad alta densità emotiva – foderate dal bon ton e dal  maturo fair play, nonostante la sua giovane età, della donna che sa ciò che vuole –  rivolte a uomini che si avvicinavano a lei richiamati dalla sua crescente notorietà, da cui la non sottaciuta ricerca di una strada, o di quella migliore, favorita (e perché no?) anche dal fortunato incontro con un uomo e da un matrimonio dove amore, famiglia e letteratura potessero convivere felicemente, come di fatto è accaduto alla scrittrice nuorese a seguito dell’ incontro con il Madesani.

Però, oltre a queste notizie, e ad altre su cui non ci siamo soffermati che la De Giovanni espone nel percorso che spiega e chiarisce il senso della recensione della giovane Deledda, pubblicata nel libro in questione, in buona parte già acquisite dalla critica e dalla filologia deleddiana, per quanto non sempre e nella maniera più corretta dal grande pubblico che pure le opere della Deledda continuano ad avere, e forse neanche da certa critica accademica, mi piace gettare lo sguardo su una traccia che Neria De Giovanni ci suggerisce allorché colloca il romanzo deleddiano Fior di Sardegna  nella nuova congerie editoriale che sta caratterizzando l’Italia ancora incompiuta, ma direi una certa Italia culturale, oltre che politica, ed una certa Europa tardo-ottocentesca che si appresta ad assistere, di li a qualche anno, al declino degli imperi centrali imposto dagli esiti del primo conflitto mondiale ed al tramonto di quella civiltà europea fondata sulle grandi egemonie e sui modelli culturali imposti dalle grandi dinastie che avevano segnato il Vecchio continente dopo il trattato di Utrecht ed il tramonto irreversibile della  civiltà iberica.

La Deledda è sarda, sardofona, nata e vissuta in una terra schiacciata da secoli di dominazioni straniere, penalizzata da una insularità isolante che la giovane nuorese sente in tutto il suo peso, come sarda e come donna destinata alla cura delle faccende domestiche ed al matrimonio con quale ricco possidente di terre e di pecore, non certo alla repubblica delle lettere e men che mai a correre in libertà nelle praterie della speculazione filosofica di cui mostra padronanza, non tanto nel citare il più noto Spinoza, come fa nella sua recensione che la inizierà come critica raffinata e colta, ma il meno noto Destut De Tracy, uno degli ideologuees francesi coevo di Buffon, di Cabanis, di Condorcet, e di tutti quegli animatori di una ricerca filosofica non più interessata agli orpelli di una metafisica delle sostanze prime ma alle vicende antropologiche dei territori “diversi”, alle nuove esplorazioni geografiche, alla conoscenza dei saperi fabbrili, antesignani di un Illuminismo non giacobino e di una visione libertaria del vivere legata al mondo concreto degli uomini e delle donne in carne ed ossa.

 

 

 

 

 

 

 

 

Così come è triestino il giovane Cesari, irredentista, perseguitato per amore della sua piccola patria dalle gendarmerie austroungariche, amico di quell’Aron Hector Schmitz, Italo Svevo, rifiutato dagli editori e dalle centrali della letteratura che all’epoca contavano, così come in origine lo era stato l’irlandese Gioyce; anche la Deledda, questo mi pare il senso implicito del richiamo fatto dalla De Giovanni,  come gli scrittori richiamati, cercava una cittadinanza che l’altitudine delle lettere, pure in una lingua estranea a quella del suo DNA antropologico, le avrebbe potuto offrire, senza mai tradirne il suo vissuto, per quanto talvolta celato dietro infinite maschere: da quella amorosa, a quella di una famiglia che avrebbe potuto darle serenità, a quella dello stesso successo editoriale, alla fama gloriosa; per non dire della tormentosa inettitudine sveviana e per quanto, almeno in superficie,  lontano dalle frequentazioni e dalle atmosfere deleddiane di un “immorale”  Oscar Wilde.

Eppure si tratta, ritengo, di inquietudini esistenziali fondamentalmente sottese dalla ricerca di una vita felice, socraticamente ed aristotelicamente, spinte dal bisogno infinito di conoscere se stessi, nel sotterraneo desiderio di una conciliazione imperitura con la propria appartenenza originaria, divina e umana, di cui le lingue sono il testimone più veritiero, anche se, temporaneamente e per motivi diversi, abbandonate o perdute, o perché da esse siamo stati cacciati, così come dall’Eden nella narrazione biblica, da un Dio punitivo, ma sempre presenti nelle nostre coscienze più profonde come orizzonti di ritorno e, perché no, di salvezza.