Editoria / Sesuja - Sa rivista nostra


IL TECHNIUM de Marco Balbina

1.1. Pensiero critico e valutazioni morali

L’acquisizione di una libertà senza fondamento sembra essere l’approdo a cui è giunto l’uomo della tarda modernità. Tutti gli assetti normativi creati nel passato, da Aristotele in poi, appaiono inadeguati a guidare in modo armonico l’umanità del XXI secolo. La convinzione generale è che la società globale, all’un tempo liquida e disgregata, abbia distrutto la visione di una natura comune e ostacoli l’accettazione di regole di convivenza basate su una qualche idea di ciò che è giusto e di ciò che non lo è. A generare questa visione molto ha contribuito la dissoluzione dei sistemi di welfare pensati nel XX secolo per porre un argine alle dinamiche escludenti del mercato capitalistico.
E con essa sembra andare in soffitta anche la capacità di promozione di nuovi movimenti sociali, la tensione ideale caratterizzante in passato i soggetti collettivi per la costruzione di una società equa e progredita, incidendo su un più giusto ed equilibrato criterio redistributivo delle risorse prodotte.
In questo contesto, appare problematico non solo riproporre discussioni intorno ad un’etica generale, ma anche affidarsi ai canoni di teorie della giustizia provenienti dalla filosofia politica del passato. La tartaruga della realtà sembra davvero non farsi mai raggiungere dai tanti Achille della teoria, quasi fosse giunto il tempo di interrompere questa infinita rincorsa.[1]
Ma è una impressione inadeguata, che ripete, in chiave filosofica, l’errore di parallasse di certe misurazioni fisiche che dipendono dal punto di vista dell’osservatore e dallo strumento utilizzato.
Infatti, al contrario della vulgata corrente, l’esercizio del pensiero critico e delle valutazioni morali delle azioni umane, rimangono ancora strumenti di straordinaria importanza etico-politica, anche nell’attuale società post-ideologica.
Il pensare criticamente è ciò che impedisce la passiva legittimazione dello status quo e del potere costituito. La ragione di fondo sta nella convinzione che l’incommensurabilità della realtà sottenda un processo teleologico, che la spinge in avanti con un impulso atto a dispiegare il “senso ultimo giacente nell’oscurità generale”. [2] Basti qui accennare, che il pensiero critico si basa su una insoddisfazione di fondo, personale e collettiva, tesa ad uscir fuori dall’oscurità dell’attimo vissuto, in una logica di auto-chiarificazione che “congloba anche la causa finale, la finalità, avendo a che fare con il nocciolo di ogni cosa[3]
In questo senso, il pensiero critico è la forma pratica che assume il pensiero utopico nei tornanti oscuri della quotidianità.
Cuore della criticità sociale, suo cantus firmus, sono proprio le valutazioni morali delle azioni umane, che mai possono essere lasciate “all’utile del più forte”, come sosteneva il sofista Trasimaco, citato nella Repubblica di Platone. Se così fosse, l’idea stessa di giustizia si ridurrebbe a uno strumento autocratico del potere costituito, in qualunque forma esso si venisse concretamente a realizzare, finanche nella più suadente e avanzata forma di democrazia planetaria.
Da qui discende la consapevolezza che è proprio l’inesauribile esercizio del pensiero critico ad ergersi, ancora oggi, come sola forza opponentesi alla società ingiusta, in una imperitura lotta che è ben lontana dall’essersi esaurita.

1.5 Il technium

Va da sé che la posizione validante l’assunzione del pensiero critico e della morale a strumento legittimante le azioni umane, supera la neutralità vacua e nichilista dell’etica “debole” basata sulla finitezza dell’uomo e su un’estenuante quanto imprecisato discorso-dialogo, e apre ad un approfondimento della intuizione di Savater sull’etica come volontà di “mantenersi nell’essere” con una modalità sempre più alta, capace di coniugare l’azione umana con il permanere il più a lungo possibile nella vita, “contro la debolezza, i conflitti paralizzanti, l’impotenza e la morte[4].
Questo approfondimento ci porta dentro sentieri etici accidentati, ma che danno conto del punto di svolta in cui è giunta l’umanità all’abbrivio del nuovo secolo. I vecchi approcci teorici e filosofici devono fare i conti con l’incredibile esplosione della tecno-scienza, e della sfida cruciale che essa ha lanciato all’Homo Sapiens, trasformatosi, suo malgrado, in una sorta di padre “putativo” della “divina” creatura tecnologica.
Noi sappiamo che la vita, nel corso della sua evoluzione, si è servita di sistemi adattivi “per cercare nuovi modi per sopravvivere”. La vita prova, verifica, sperimenta, metabolizza, si consolida attraverso la mitosi cellulare o il cromosoma del DNA, che diventano basi per sperimentare altre innovazioni. L’evoluzione biologica si comporta come un laboratorio di ricerca, andando alla scoperta di nuovi modelli, sui quali modula nuove sperimentazioni. Visto da fuori, questo processo, sembra avere una sua “volontà” occulta, che l’evoluzione “voglia” evolvere; quasi che, al suo interno, agisca un pensiero critico naturale che le impedisca di appiattirsi in una legittimazione acritica della forma vincente. Anche questa, infatti, subirà verifiche e sperimentazioni, sarà sottoposta all’attacco di strutture via via sempre più complesse.
L’evoluzione dell’evoluzione, quindi?, si chiede Kevin Kelly in uno straordinario saggio dal titolo: “Quello che vuole la tecnologia”. Al netto del brutto gioco di parole, dice Kelly, questa espressione non è diversa dalle “reti delle reti”, con la quale si definisce Internet. Per quattro miliardi di anni la vita non ha mai cessato di scoprire dei modi “per incrementare la propria evolvibilità”, seguendo una linea ascendente, dall’organismo unicellulare all’organismo più adatto, inglobante una sempre maggiore complessità. Ma il fatto nuovo, osserva lo scienziato americano, è che il sistema dell’evoluzione, sebbene abbia sempre connotato sé stesso della volontà di rifarsi continuamente, con una diversità di modi per adattarsi e creare il novum, sta aumentando “la propensione e la facilità a determinare cambiamenti”.
Scrive Kelly: “Pensiamola come una trasformabilità: non solo il processo aggregato dell’evoluzione sta evolvendo, ma sta evolvendo una maggiore capacità di evolvere: una maggiore evolvibilità, appunto. Acquisire tale caratteristica è come quando in un videogame ci si trova davanti ad una porta che immette in un livello superiore, molto più complesso, veloce e pieno di forze inaspettate”.
Questa spinta trasformatrice ascendente, tendente a trovare sempre nuove risposte ai problemi della vita, trova il suo apice nella facoltà senziente, nella meravigliosa emersione delle menti. Niente è paragonabile ad esse, perché “le menti sono costruite proprio per dare risposte”, e la loro comparsa ha impresso all’ evoluzione intesa come capacità di evolvere, una velocità impensabile rispetto ai tempi della selezione biologica naturale.
La più recente manifestazione di tale espansione dell’ evolvibilità, scrive Kelly, è rappresentata dal “technium”. Con questo neologismo, l’autore vuole indicare quel “sistema allargato, globale, fortemente interconnesso di tecnologia che si anima intorno a noi… Esso va oltre l’hardware e le macchine, per includere la cultura, l’arte, le istituzioni sociali e le creazioni intellettuali di ogni genere”. Sorprendentemente per le usuali connotazioni con le quali noi definiamo ciò che è tecnologico, Kelly include nel technium non solo il software, ma anche le leggi e i concetti filosofici, oltre a quell’intreccio connettivo generativo di invenzioni che stimolano la produzione di nuovi strumenti, ovvero di “ulteriori connessioni auto-accrescenti”.
In altre parole, la qualità essenziale del technium è quella di essere “un sistema di creazioni che si auto rafforza”, che in breve tempo è diventato così “denso, quanto a rimandi circolari e interazioni
complesse, da raggiungere una sorta di “indipendenza”, e agire con “un’autonomia” sorprendenti, quasi che il technium stia maturando e diventando “una cosa a sé”. E tutto ciò sta avvenendo con una velocità elevata al quadrato, se pensiamo che la tecnologia, così intesa, nell’ultimo secolo, ha “apportato nel pianeta la stessa entità di cambiamento generato dalla vita in milioni anni”.

1.3. Il nuovo imperativo etico.

La conseguenza più evidente è che un mondo dominato dal technium, che aggiunge complessità e bellezza allo scorrere del tempo, produce di per sé persone capaci di prendere parte ad un tessuto connettivo dove circolano milioni di idee, che a sua volta si trasformano in occasioni tecnologiche per migliorare lo standard di vita generale. Questo complessivo sistema di opportunità crescenti, stimolato dallo “strano circolo virtuoso della creazione che si autogenera”, è fonte costante, come sostiene Kelly, “di una progenie sempre superiore a se stessa”[5]
In questo la vita non si discosta da ciò che avviene nel cosmo, che segue “un’analoga espansione”. La costante che alimenta la sua storia, dal big bang alla rete delle reti, è caratterizzato dai ritmi di processi cosmici ascendenti, da una evoluzione che è andata “assemblando sé stessa”, e che punta incessantemente ad espandere “il gioco delle possibilità”.
Heinz von Forster, citato da Kelly, ha definito questo atteggiamento il nuovo imperativo etico dell’umanità: “Agisci sempre in maniera tale che il numero delle possibilità cresca”.
Ma, bisogna aggiungere, diciamo noi, che questa crescita “deve essere per tutti”.
Ecco perché il vecchio imperativo categorico e antielitario: “Agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge universale”[6], è tutt’altro che finito in soffitta. L’intuizione kantiana concernente il primato del giusto sul bene, ripresa da John Rawls, ovvero che è “doverosa quell’azione che è conforme a una norma giusta, e che non è subordinata alla mera ricerca dell’utile”[7], ci dice che la moralità deve superare, per essere concreta, la prova dell’universalizzabilità. Per poter universalizzare, “io devo trattare tutti gli uomini e loro azioni allo stesso modo. Devo assumere una qualche forma di eguaglianza tra di loro. Devo mettermi nei panni degli altri…Kant sostiene che dobbiamo metterci nei panni degli altri semplicemente per identificare quali sono i nostri doveri nei loro confronti e, quindi, quali siano i loro diritti nei nostri”[8].
Può la tecnologia così intesa aiutare l’umanità a coniugare valori umani e libertà di scelta, perseguendo il fine della società giusta, che è quello di esaltare le differenze e combattere le disuguaglianze? La risposta a questa domanda capitale per il futuro dell’umanità non può che essere affermativa.
Il technium, dice Kelly, “è necessario per il miglioramento umano”, perché aumenta le possibilità, inclusa quella di agire in senso morale.
Non è un caso che, fra le varie traiettorie assunte dal progresso tecnologico, Kelly includa anche il mutualismo. Esso è un filone che si snoda attraverso la co-evoluzione, dalle forme parassitarie primigenie così diffuse in natura fino ai superorganismi complessi, e procede, sul versante tecnologico, verso una crescente simbiosi fra esseri umani e macchine. La sinergia web-google, per esempio, sta creando una memoria simbiotica che “quando sarà in grado di capire domande fatte a voce e verrà integrata negli abiti che indossiamo”, sarà assorbita rapidamente dalle nostre menti.
Saremo reciprocamente dipendenti e più intelligenti, “perché più gente usa Google più Google diventa intelligente”.
Nei prossimi vent’anni tali aspetti diventeranno l’evento più importante della nostra cultura.
Il mutualismo tecnologico, infatti, è una tendenza-latenza ancora allo stato iniziale, ma che è destinata ad aumentare in modo esponenziale la socializzazione fra gli esseri umani.
L’incremento della connettività esalterà sempre più la voglia di condivisione delle persone, e la condivisione è il preludio ad una collaborazione e cooperazione sempre più vaste. Già, oggi, in rete, osserva Kelly, la quantità di fotografie personali postate su Facebook e su MySpace è impressionante: “Non si rischia a scommettere che la schiacciante maggioranza delle foto scattate con una fotocamera digitale venga poi condivisa in qualche modo”. Analogamente il “metodo Wiki” – al quale non va riferito solo Wikipedia – ovvero quel metodo di aggiornamento continuo che nasce dalla collaborazione degli stessi utilizzatori, rappresenta un notevole esempio di “tecnologia simbiotica”: al momento esistono quasi centocinquanta motori wiki, che innervano miriadi di siti dove milioni di persone scrivono, postano, modificano contenuti di ogni genere. Attualmente, nei soli Stati Uniti, si vedono ogni mese su You Tube oltre sei miliardi di video; milioni di opere scritte vengono postate simultaneamente sui siti di fan fiction. A questo dobbiamo aggiungere l’elenco sconfinato di piattaforme di condivisione in rete, da Yelp a Loopt a Delicious, nelle quali si mettono insieme ogni sorta di servizio, mappe, persino bookmarks, segnalibri che rendono più veloce la consultazione dei siti più visitati.
I servizi di condivisione, quindi, sono sempre più “le fondamenta del livello superiore dell’impegno speso per la comunità: la cooperazione”. Basti guardare alle centinaia di progetti di software open source, a partire dal lavoro coordinato di migliaia di membri.
Scrive Kelly: “Uno studio ha stimato che nella realizzazione del software Fedora Linux 9 sia stato speso il corrispettivo di sessantamila anni lavorativi individuali. Tutte insieme, questo mezzo milione di persone sparse in tutto il mondo, sta lavorando alla sbalorditiva quantità di quattrocentomila differenti progetti open source. Stiamo parlando di quasi il doppio della forza lavoro della General Motors, ma senza capi”.
Il fatto incredibile è che questi collaboratori non si sono mai incontrati e vivono in paesi fra loro lontanissimi. Di fatto, il mutualismo tecnologico sta già portando l’umanità verso la massimizzazione delle differenze e del potere collaborativo della gente che lavora insieme.
Questa estensione del mutualismo dalla biologia al technium è destinata a far crescere la socialità complessiva del sistema. È un processo irreversibile e cinematico, che contempla una forza potente, forse la forza più potente dell’universo.
È comprensibile che da più parti sorgano voci preoccupate circa le conseguenze impresse dal technium alla vita dell’uomo.
Una delle voci critiche più autorevoli è senz’altro quella di Raimon Panikar, che nel saggio “Ecosofia – La saggezza della terra”, scrive: “Viviamo un quarto mondo dominato da mega-macchine costruite da noi. Ma stiamo forse cominciando ad accorgerci che la nostra creatura si è resa indipendente e adesso ci detta le regole. Una pressione psicologica superiore a quella che veniva esercitata dagli Dei, dal re e perfino dalla Natura”. E aggiunge: “Mi preme però sottolineare questo: la crisi ecologica costituisce una rivelazione”.
La percezione della crescente autonomia dell’apparato tecnologico è, come abbiamo detto, conforme alla realtà. E anche l’accento posto sulla rivelazione che le sfide dei nuovi tempi pongono all’umanità è corretto, sebbene non condivisibili siano, dal nostro punto di vista, le misure indicate per arginarle. Per Panikar e la sua visione cosmoteandrica occorre, infatti, opporsi decisamente al all’avvento dell’homo technologicus, in nome di “uno stile di vita non orientato al futuro, ma aperto all’esperienza mistica che vive totalmente nel presente”.
Per quanto irenica questa posizione non tiene conto del fatto che l’uomo è “un fabbricatore di sé stesso”, legato indissolubilmente al flusso evolutivo, a un movimento e a un processo cosmico che male si combina con l’idea di imprigionarlo in un presente che ritorna sempre uguale a sé stesso nell’esperienza mistica. Esiste perfino una moderna teologia, come ricorda lo stesso Kelly, chiamata teologia del processo, nella quale Dio non è più quell’essere personale ignoto e lontano, che l’uomo spesso cerca solo nel momento del bisogno, quanto un processo cosmico del quale egli stesso è parte: “la perenne mutevolezza auto organizzata della vita, dell’evoluzione della mente e del technium è un riflesso del divenire di questo Dio”, scrive Kelly in chiusura del libro.
Il mistero dell’autocreazione permane, dunque, con o senza la figura di Dio, ed è attestata dalla complessità incrementale, dall’ampliarsi continuo delle possibilità e dal diffondersi della facoltà senziente nel corso dell’evoluzione. È certo un mistero profondo che non può essere lasciato agli istinti animali degli squali economici, né alla deriva utilitaria “del più forte”.
Gli imperativi etici richiamati all’inizio del paragrafo devono poter camminare insieme anche nella nostra epoca, in quanto il futuro è di per sé negato se l’uomo distrugge la casa dove vive e non procede ad espandere la cooperazione e la giustizia sociale. Ma, soprattutto, nessuna fuoriuscita dal nichilismo cosmico può esserci data se non comprendiamo lo straordinario messaggio che ci viene dalle stelle. Kelly ne è convinto: “Non potrebbe esistere nemmeno l’ombra di un pensiero se l’intero universo e le leggi della fisica non lo favorissero in qualche modo”.
Un concetto ardito che Carl Sagan ha espresso con parole chiare: “Siamo polvere di stelle che riflette sulle stelle”.

Note
[1] Maurizio Ferrera, prefazione al saggio: “Quanta disuguaglianza possiamo accettare?”, di C.Arnspenger e P.V.Parijs
[2] S.Mancini:”L’orizzonte del senso”
[3] E.Bloch: “Experimentum mundi”
[4] Fernando Savater: “Etica come amor proprio”.
[5] “Anche il più umile commesso ha ereditato oggi più scelte di un re dell’antichità, così come il re aveva ereditato molte più opzioni di un nomade che lo aveva preceduto, la cui vita si basava sulla sussistenza”.[6] I.Kant:“La metafisica dei costumi”
[7] J.Rawls: “Una teoria della giustizia”
[8] F.Alberoni-S.Veca: “L’altruismo e la morale”