DOMANDE SULL’IDENTITÀ DI UN POPOLO di Michele Pinna

Interrogarsi sull’identità di un popolo, del proprio popolo, non è questione che riguarda solo il popolo sardo. L’identità non può essere, non dev’essere uno stigma, una gabbia, un luogo che gli altri hanno definito per noi. Storicamente ha riguardato tutti i popoli e gli uomini liberi. Ma anche gli schiavi si sono interrogati sul loro “chi siamo noi”. I filosofi antichi, Socrate, Platone, Aristotele, ponendo il problema della felicità degli uomini, della loro morale, del loro vivere etico, delle ragioni che fondano la necessità di educare i giovani, del conoscere se stessi, del costruire società giuste guidate e vissute da uomini liberi, lo facevano pensando al loro popolo, alla loro patria, che all’epoca era la città di Atene, ponevano questioni d’identità. S’interrogavano sul loro passato e sul loro futuro, sulle condizioni di vita nel loro presente. Le questioni d’identità non sono la lingua, o le lingue di cui un popolo si serve, benché passino anche per la lingua e per le lingue che un popolo usa; non sono l’economia, il lavoro, la ricchezza o la povertà, per quanto passino anche per queste importanti questioni del vivere quotidiano degli uomini e delle donne; non sono la tradizione o la modernità, la memoria o la nostalgia del passato, non sono le emozioni che si provano dinanzi ad una sfilata folcloristica, per quanto l’identità sia anche dentro tutte queste cose. Ma allora ci si chiederà: cos’è questa identità di cui tutti ci riempiamo la bocca? Ebbene, io ritengo che l’identità siamo noi. Noi con i nostri desideri e i nostri bisogni; noi con le nostre contraddizioni; noi con le nostre visioni, autentiche o inautentiche, del bello; noi e la vita che conduciamo nei nostri paesi e nelle nostre città, nel nostro lavoro, dentro le nostre frustrazioni e dentro le nostre impotenze; noi con ciò che crediamo di essere e noi secondo quanto gli altri credono che noi siamo. Il nostro noi non è mai solo e soltanto il nostro noi, poiché senza l’alterità, il nostro noi non esisterebbe. Il noi senza l’altro, senza lo sguardo dell’altro, sarebbe un noi inanimato privo di luce e di aria, privo di nutrimento. L’ identità è in tal senso un groviglio complesso di questioni dentro il quale ci siamo noi, ed anche gli altri. E dentro questo groviglio si costruiscono i punti di vista, il nostro e quello degli altri. Va da sé che ogn’uno vorrebbe affermare il proprio punto di vista, affermare il proprio giudizio sul mondo, l’idea che si è fatto del mondo, delle cose, degli altri, di sé stesso, della sua terra, della sua storia, del suo futuro, delle sue classi dirigenti, ma ci sono anche gli altri. Un’identità dinamica, non cristallizzata, non statica, non può non prenderne atto. Ed ecco allora il bisogno di transare con gli altri, con le loro logiche e con le loro ragioni che a noi possono apparire anche sbagliate. La transazione non è un compromesso ma il lucido, consapevole gesto, finalizzato a limitare la presunzione di verità del proprio punto di vista e a misurarlo con quello degli altri. Il gesto transazionale perciò esclude la violenza, l’aggressione, la visione egemonica del mondo, l’intolleranza, il pensiero unico. Il gesto transazionale è tolleranza, reciprocità, esercizio di stima, ma anche di carità e di pietà verso l’altro, condivisione dichiarata del punto di vista dell’altro. Il gesto transazionale porta alla scrittura di patti possibili e sostenibili, anche tra diversi, soprattutto tra diversi. Il gesto transazionale richiede un lungo esercizio, una grande forza interiore, una forte consapevolezza di se stessi, una sconfinata sensibilità verso l’altro; per sua natura si regge sulla capacità di stipulare patti tra uomini liberi disposti a transare. Nella logica transazionale non esiste il bene assoluto o il male assoluto, esiste, invece, l’accettazione razionale che tutti gli uomini operino per il bene. Perché dovrebbero esserci uomini che operano per il male? L’uomo che nasce da un gesto d’amore e di libertà? Il crogiuolo identitario non può non fare i conti con l’essenza che costituisce la natura umana. Identica sempre a se stessa, per quanto mutevole nella forma. Qui ritengo, in questo nucleo centrale, credo, si debba misurare la nostra voglia di educare e di costruire nuove società, nuovi popoli, nuovi Stati, nuove forme di organizzazione politica. Non credo in assoluto ai partiti, neanche a quelli dove ci sono gli uomini migliori a guidarli, ma ritengo che anch’essi siano necessari ed anche dentro di loro tra i loro iscritti, tra i loro militanti, tra i loro dirigenti, sia necessario veicolare un nuovo sentimento identitario. Un’identità senza i vecchi mantra ideologici unidirezionali, solo parzialmente utili, ma altrettanto parzialmente inadeguati. Il nostro esserci individuale, il nostro esserci come popolo, deve fare i conti con la sostanziale natura umana, natura buona, talvolta incattivita, ma non irrimediabilmente perduta nella sua bontà e razionalità originaria.