Di Immacolata Salis

Introduzione

La questione della lingua sarda non è solo una ricerca di glottologia, ma un profondo esercizio di autodeterminazione politica, sociale e culturale. Il sardo è la “limba”, cioè il legame, tra il biosistema del passato e un futuro di riconoscimento del Sé. A tal proposito, parlare di Weltanschauung ci pare sia fondamentale.

La parola tedesca Weltanschauung significa letteralmente “visione del mondo” da cui nasce un’idea di lingua, che attraverso la filosofia, l’antropologia e la psicologia, ci offre un mondo creato non solo da ciò che vediamo, ma anche e soprattutto da come scegliamo di guardarlo. La visione del mondo è, quindi, uno sguardo profondo che plasma, che dà forma all’esperienza.

Wilhelm Dilthey definisce la Weltanschauung come “il complesso delle rappresentazioni e dei sentimenti attraverso cui un’epoca comprende se stessa e il mondo”. Ne consegue che ogni cultura, ogni individuo possiede la propria Weltanschauung: un orizzonte di senso entro cui ciò che appare acquista significato. La Weltanschauung non è, dunque, soltanto una teoria, ma una forma di vita: il modo in cui una civiltà sente, pensa, parla e abita il reale. In questa prospettiva, la Weltanschauung è un punto d’incontro tra filosofia e poesia, tra percezione e costruzione, tra il mondo che ci accade e lo sguardo che lo rende comprensibile.

Sul piano antropologico, la Weltanschauung rivela che non esiste un solo mondo, ma tanti mondi quanti sono gli sguardi che lo abitano. Ogni società depura la realtà attraverso simboli, riti, narrazioni. Essa diventa così la trama invisibile che unisce il modo di concepire il tempo, lo spazio, la morte, la natura, il divino. L’essere umano, secondo tale concezione, non è mai un semplice osservatore del reale, ma un fabbricatore di mondi, costruttore di senso attraverso il linguaggio e la cultura.

Dal punto di vista psicologico, la Weltanschauung corrisponde all’insieme delle credenze profonde che orientano la nostra percezione. È la “mappa mentale” che ci è utile e che ci serve per interpretare ciò che accade intorno a noi. È un sistema di significati che ci permette di dare coerenza alla nostra esperienza. Se indirizzassimo la nostra ottica verso la psicologia analitica, potremmo dire che la Weltanschauung è il campo simbolico entro cui si muove il Sé, l’orizzonte dentro cui si proiettano archetipi, paure e desideri.

Infine, sul piano sociologico, la Weltanschauung diventa il tessuto ideologico e immaginario che sostiene le istituzioni, i valori condivisi, le narrazioni collettive. Ogni epoca ha la sua: il Rinascimento, per esempio, la mostrava con la fiducia nell’uomo; la modernità, con la fede nel progresso; il mondo contemporaneo, con la molteplicità delle visioni e la perdita di un centro unico. Le società si trasformano quando cambia la loro Weltanschauung, quando il modo di guardare il mondo si incrina e nuove forme di senso emergono dal margine lasciando andare via l’immenso patrimonio storico, linguistico e culturale che rappresenta la nostra identità che è unica, inimitabile, insostituibile.

Ogni volta che cambiamo prospettiva, che lasciamo che un’altra cultura, un’altra esperienza, un’altra voce ci tocchi, la nostra Weltanschauung linguistica, per esempio, si sposta, respira a stento, diviene, per usare una definizione dell’UNESCO, una lingua Definitely Endangered (seriamente in pericolo). È per evitare questa minaccia che allora è fondamentale lavorare sul Sé affinché vedere il mondo non basti più, affinché l’essere visti dal mondo che guardiamo diventi la nostra più grande priorità

 

Oltre la Parola, la Prassi del Potere

Il nostro discorso sarebbe lacunoso se non agissimo attivamente per vederne la sua realizzazione. E dare voce alla parola è il primo atto di riconoscimento personale che noi Sardi dobbiamo alla nostra lingua materna. Per questo motivo dobbiamo divenire padroni di agency ovvero la capacità di agire intenzionalmente nel mondo e di influenzare il proprio ambiente socioculturale. E questa acquisizione è legata strettamente a quel processo di identificazione che è definito Empowerment

L’empowerment non è un concetto astratto né una mera concessione istituzionale; è, nel suo nucleo più profondo, il conseguimento di quell’anima identitaria che configura questo processo come una necessaria risposta a secoli di narrazione esterna, che ha spesso relegato l’isola a oggetto di osservazione e mai a soggetto narrante. L’autodeterminazione non si esaurisce nelle urne o nelle leggi; essa ha origine nella “bocca del parlante”. È l’atto fondamentale di “nominare il mondo” invece di subire i nomi scelti da altri. In questa prospettiva, la lingua sarda smette di esistere come accessorio folcloristico e diventa la condizione essenziale per la profondità dello sguardo sulla realtà.

Noi sappiamo benissimo che il fondamento della battaglia per l’identità è innanzitutto epistemologico. Seguendo il pensiero di Ludwig Wittgenstein, le parole non sono etichette statiche applicate agli oggetti, ma vere e proprie “forme di vita”. Quando i confini del linguaggio si restringono, si restringe il mondo stesso: la perdita di una lingua specifica rappresenta un’amputazione dell’esperienza cognitiva.

Il sardo possiede una tassonomia del reale (toponomastica, botanica, relazioni sociali) che l’italiano standard non può contenere. Se un sardo perde la parola specifica per un vento, per una fase della pastorizia o per un sentimento comunitario, come su connotu, quel frammento di mondo smette di essere percepibile nella sua unicità e diventa generico, sfocato. Dunque, l’empowerment linguistico consiste nel rifiutare la visione “pigra” e bidimensionale imposta dalla globalizzazione digitale e va a recuperare la lingua riappropriandosi di una lente che restituisce al paesaggio e all’anima sarda la propria tridimensionalità originale. Come può suggerirci la metafora del mosaico, possiamo affermare che ogni parola sarda è una tessera di vetro colorato: senza di essa, il ritratto di chi siamo rimane incompleto, pieno di spazi bianchi riempiti forzatamente da culture estranee.

Se la filosofia definisce lo spazio, la pedagogia di Paulo Freire fornisce gli strumenti per occuparlo. Attraverso il concetto di coscientizzazione, il popolo sardo può superare la “diglossia”, quella gerarchia sociolinguistica che ha storicamente stigmatizzato il sardo come lingua “bassa” della vergogna e dell’ignoranza, a favore dell’italiano come lingua “alta” del progresso.

Si sa bene che l’oppressione più efficace è quella che convince l’oppresso della propria inferiorità culturale. E il sardo che cessa di parlare la propria lingua ai figli per “proteggerli” sta, in realtà, perpetuando un trauma secolare di invisibilità. E se credessimo che il pensiero di Freire possa rappresentare la situazione linguistica sarda, allora la soluzione sarà parlare il sardo non con l’idea che si possa ripetere il passato ma con la presunzione che “nominare il presente”, attraverso l’impiego della lingua madre, è la strada giusta da seguire per riappropriarsi della voce propria. È l’atto di trasformare la lingua da reperto del silenzio a strumento di autodeterminazione moderna. L’empowerment è, dunque, il passaggio dalla passività di chi è descritto alla potenza di chi si autodescrive.

L’identità non è un dato statico, ma una pratica quotidiana. In quest’ottica, gli studi di Judith Butler sul concetto di performatività, insegnano che noi “mettiamo in scena” la nostra identità attraverso il linguaggio e gli atti ripetuti.

In altre parole, non si “è” sardi per nascita, si “diventa” sardi attraverso la scelta consapevole di abitare quella cultura. Allo stesso modo, l’empowerment passa per la decostruzione di linguaggi patriarcali. Nominare, per esempio, il potere al femminile (la sindaca, la rettrice) è un atto performativo che “crea” spazio sociale.

Detto in altri termini, un’identità che si autodetermina deve essere capace di offrire a ogni suo componente le parole per definirsi. L’empowerment sardo deve essere, quindi, policentrico, integrando le lotte per la lingua con quelle per la visibilità di ogni genere e identità, evitando che il mosaico diventi una prigione di ruoli fissi e arcaici.

Questa nostra analisi non può prescindere dal contributo di Michelangelo Pira, che ha teorizzato il legame indissolubile tra lingua e sopravvivenza antropologica. In Sardegna 1-11, Pira affronta la sua analisi partendo dalla realtà locale per arrivare all’universale. Per lui questa era la strada da percorrere per acquisire la dignità intellettuale persasi nel tempo. Sempre secondo Pira, il declino linguistico corre parallelo al disastro ecologico e sociale. La perdita della gestione comunitaria delle terre e della cultura pastorale, per citare un suo esempio, ha distrutto un modello di equilibrio. Recuperare la “lingua per capire e per resistere” significa tentare di ricomporre questo legame spezzato tra uomo e territorio.

Per concludere questo nostro “sguardo” sulla realtà linguistica sarda, possiamo affermare che l’empowerment e l’autodeterminazione della Sardegna passano per una rivolta contro la semplificazione. Ovvero, per riprendere a grandi linee i punti cruciali di questo nostro lavoro, potremo definire questa rivolta contro la semplificazione come una battaglia intellettuale che richiede il rigore logico di Wittgenstein che ne definisce lo spazio, la forza politica di Freire che ci permette di occuparlo e la sensibilità di Butler e Pira per abitarlo con libertà.

Avere dignità significa rifiutare un’immagine piatta e bidimensionale dell’isola. Significa pretendere un mosaico vibrante, dove la lingua sarda non finisce dove finiscono le parole degli altri, ma si espande per nominare il futuro, la tecnologia, il genere e la libertà. L’autodeterminazione è, in ultima analisi, il diritto a non essere un oggetto della storia altrui, ma il soggetto sovrano della propria narrazione.

Immacolata Salis

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