Di Mario Marras
Il rapporto fra lingua sassarese e lingua italiana è stato ed è ancora oggetto di attenzione. Gli studi e gli interventi sono stati numerosi ed ancora oggi l’argomento è ritenuto interessante, specialmente per quanto attiene l’”italianizzazione” di molti vocaboli e l’aspetto dell’ortografia.
Ascoltando le testimonianze di persone avanti negli anni, emerge spesso il ricordo di genitori che costringevano i propri figli ad usare l’italiano, mentre tra di loro parlavano in sassarese: era la conferma di un atteggiamento piuttosto rigido imposto dalla frequentazione della scuola pubblica e, in non pochi casi, dalla convinzione che il sassarese fosse “brutto”, rozzo se non addirittura volgare.
Ma tornando al primo quarto del 1900, possiamo trovare alcuni documenti molto interessanti proprio sul rapporto fra le due lingue. Nel mese di giugno del 1925 uscirono, per le case editrici Paravia e Bemporad, alcuni fascicoli di una collana intitolata “Dal dialetto alla lingua”, che riguardavano, oltre la Sardegna, anche altre regioni italiane.
Il contesto storico è quello che vede, nel 1923, il varo della riforma Gentile, dal nome del ministro filosofo che aveva posto mano a quella che venne definita “la più fascista” delle riforme. Nasceva una scuola selettiva e accentrata, che penalizzava chiaramente le classi sociali meno abbienti.
Ho avuto modo di recuperare due di questi fascicoli dedicati agli “Esercizi di traduzione dai dialetti della Sardegna – Sassarese e gallurese”, a cura di D. Parenti, rispettivamente per le classi terza e quinta elementare, “con approvazione – come dice il sottotitolo – della Commissione sperimentale per libri di testo – giugno 1925”.
Le avvertenze iniziano in modo interessante: “Il maestro tenga sempre presente che questi manualetti devono servire non ad “insegnare il dialetto”, che gli scolari conoscono già a perfezione, ma ad insegnare la lingua per mezzo di esso.” Si chiarisce che “la grafia è quella tradizionale”. Ma che cosa si intende? Scorrendo i testi, si colgono i seguenti dettagli: una bostha – i ru buschu – ani dittu, ani acciappaddu – di ru zeru – fussia sthadu – la jenti – ruia che fogu – mastru ed altri . Si può notare nell’immediato che la grafia era piuttosto varia: bostha invece di voltha – ru invece di lu – stadu invece di sthaddu – jenti invece di genti – fogu invece di foggu – mastru invece di masthru.
Si prosegue affermando che “la conoscenza che maestri e scolari hanno del loro dialetto sarà sufficiente a far sì che pronunzino rettamente anche quei suoni dialettali che questa grafia non è in grado di indicare o distinguere con precisione…”, cioè i gruppi sth sdh, sch, sgh, i cui suoni possono essere correttamente pronunciati “da chi è nato in questa regione e ha pratica del dialetto”. Appare chiaro che il particolare suono delle cosidette espirate doveva essere piuttosto ostico per chi non era sassarese, per cui si faceva affidamento sui maestri – che è dato quasi per scontato fossero parlanti il sassarese – per verificare che gli alunni si esprimano correttamente.
Vista la finalità dichiarata nelle avvertenze, si aggiunge una considerazione importante: nel dialetto si fa un uso improprio di alcune parole, per cui risultano costruzioni difettose che portano all’errore quando si parla o scrive “la lingua nazionale”. Per condurre gli scolari ad una corretta forma italiana, ci saranno spesso note e chiarimenti che “dovranno essere ampliate e largamente corredate d’esempi dal maestro”.
Ma vediamo qualche dettaglio riguardante i suggerimenti-correzioni da impartire agli alunni.
Nei due fascicoli dedicato alle classi terza e quinta una prima annotazione riguarda l’uso, considerato troppo frequente, del passato prossimo, che andrebbe sostituito dal passato remoto: so andaddi vale andarono, non sono andati. In realtà tutti sappiamo della frequenza d’uso di questo tempo nel sassarese sia parlato che scritto.
Un secondo richiamo riguarda un altro modo del sassarese di usare la forma attiva al posto di quella passiva: a chissa l’ani ciamadda Maria quando invece si dovrebbe prefrerire quella è stata chiamata Maria, cioè al passivo. E un dettaglio curioso: non “la chiesa la chiamarono…”, ma “chiamarono la chiesa…”.
Altro “errore comune nel tuo dialetto”: usare il verbo essere invece di stare. L’espressione era a ippirrioni va dunque tradotta con stavo a cavalcioni e non ero a cavalcioni; poi il verbo essere seguito dal gerundio, forma molto comune nel sassarese: era ischudendi – dice la nota – sai già che dovrai dire batteva e non era battendo! E ancora: chi si ciamma, cioè di nome, non che si chiama; aggiu a ciamà, cioè chiamerò e non ho a chiamare; si ni tòrrani, cioè ritornano e non se ne tornano. Curioso il richiamo a tradurre il sassarese che con l’italiano come, cosa probabilmente già nota anche allora: non credo che qualcuno a Sassari traducesse althu che un pinu con alto che un pino! Interessante anche il richiamo sull’uso di turrà+a+infinito: torra a passà: si traduce con ripassa e non torna a passare. Altro richiamo riguarda “un uso parco e appropriato” delle particelle ci,si, mi ecc.: si n’è faraddu va tradotto preferibilmente con scese, non è sceso. E ancora: la frutta non si fa ma si raccoglie: ni fozzu la pruna vale raccolgo le susine.
Poi, qua e là, tanti richiami alla corretta traduzione italiana di varie parole: sasthàina indica non la pentola ma la padella; a bozi manna vale ad alta voce, in banca vale a tavola; farà in Piazza vale percorrere il Corso e non scendere; à intesu la rasgioni vale ha udito ciò di cui si trattava; caggì maraddu non è cadere ammalato ma ammalarsi; s’è posthu a zicchirrià vale gridò (sempre passato remoto!).
Da queste considerazioni si percepisce con chiarezza che nella scuola vigessero programmi segnatamente prescrittivi. Erano leggi dello Stato e dunque, per definizione, di carattere normativo Nei fascicoli da cui sono tratte le osservazioni precedenti, non si coglie ancora un allarme nei confronti del dialetto: sembra quasi che il legislatore (il ministro Gentile) abbia scelto un’azione non troppo invasiva, quasi bonaria, visto anche il tono usato dall’autore del testo. In pratica non si reprime il dialetto, si mira solo a rendere il passaggio all’italiano più naturale, tenendo conto della tradizione domestica solitamente ben radicata. Si cercava così di giungere a un italiano puro, sciolto da influenze regionali, secondo le indicazioni di Giuseppe Lombardo Radice, noto pedagogista e figura di spicco proprio nella costruzione dei programmi scolastici.
Ma questa fase durò poco, perché in tempi molto ridotti si iniziò a mettere in atto una vera repressione,che giunse a punire gli alunni che si esprimevano in dialetto, umiliandoli in vario modo. Ovviamente i libri di testo non concedevano neppure una riga ai dialetti. Ciò dimostra che la scuola elementare fu considerata dal regime lo strumento più forte per sradicare l’uso dei dialetti, considerati residui di un passato ormai inutile. Ed è certamente anche a causa di tutto questo che si può spiegare l’atteggiamento di molti genitori al quale si è accennato all’inizio.
Mario Marras