Di Salvatore Mura Autonomia e Rinascita. Le istituzioni e la politica in Sardegna (1960-1989)

  1. Tra il 1960 e il 1989 la Sardegna conosce una trasformazione profonda e accelerata: l’isola non supera la “questione sarda” – il divario strutturale con le aree più avanzate del Paese – ma entra a pieno titolo nella società dei consumi e dei diritti. L’analfabetismo viene quasi estirpato, si afferma l’istruzione di massa, si sviluppano in modo rilevante i servizi sociali e culturali. La diffusione degli elettrodomestici, dell’automobile, della televisione, la “rivoluzione abitativa” nei centri urbani e rurali e il massiccio esodo dalle campagne verso le città modificano radicalmente lo stile di vita dei sardi. La modernizzazione è rapida, talvolta dirompente, e comporta la fine della tradizionale società agro-pastorale.

Dentro questo scenario, quale ruolo gioca la Regione? Guida o subisce la trasformazione? L’istituzione, certo, nasce con un forte investimento, anche simbolico: rappresenta la realizzazione di un disegno politico. I vincoli, però, sono molteplici e delimitano lo spazio di azione regionale. Lo Stato e i grandi gruppi economici costringono la Regione a continui compromessi. La frammentazione politica, i conflitti interni ai partiti di governo, le richieste dei diversi territori riducono la forza della classe politica regionale, spingendola verso le mediazioni particolaristiche.

 

  1. Nelle prime due legislature regionali la capacità di iniziativa della Regione era stata piuttosto modesta: lentezza, timidezza, scarsa ambizione, difficoltà a costruirsi come centro propulsivo di una “battaglia” autonomistica. La rivendicazione dell’attuazione dell’art. 13 dello Statuto, cioè di un piano organico per la rinascita economico-sociale dell’isola, era rimasta in larga parte inadempiuta.

Alla fine degli anni Cinquanta, però, qualcosa cambia: all’interno della Democrazia cristiana – che governa la Regione fin dalla nascita – si fa strada l’esigenza di rinnovamento, soprattutto dopo la “rivoluzione bianca” dei giovani turchi del 1956. Nel “partito dei cattolici” si afferma un nuovo orientamento, che punta a un fronte unitario di rivendicazione degli interessi sardi, con una maggiore apertura al dialogo con le altre forze politiche di massa. Sul piano programmatico esiste una convergenza di fondo: ampliamento della sfera pubblica, industrializzazione, politica dell’occupazione, aumento del reddito pro capite, ruolo di primo piano della Regione nella programmazione.

Le elezioni regionali del 18-19 giugno 1961 registrano un alto tasso di partecipazione (85%) e un grande successo della DC, che ottiene il 46,3% dei voti e 37 seggi su 72, conquistando la maggioranza assoluta. PCI e PSI avanzano, il PSDI raddoppia la rappresentanza, mentre le destre e i monarchici arretrano. L’assemblea si rinnova parzialmente, ma al vertice prevale la continuità: Agostino Cerioni torna presidente del Consiglio, Efisio Corrias alla guida della Giunta.

La svolta vera arriva nel maggio 1962, con l’approvazione in Senato della legge sul Piano di Rinascita (l. 588/1962): 400 miliardi in tredici anni per promuovere lo sviluppo economico e sociale della Sardegna. La classe politica isolana accoglie il provvedimento con entusiasmo quasi messianico, vedendovi la grande occasione per cambiare definitivamente il volto dell’isola.

Ma il passaggio dall’enunciazione agli strumenti operativi apre fronti di conflitto. Il disegno di legge regionale che definisce compiti e struttura dell’Assessorato alla Rinascita e del Centro di programmazione affida alla Giunta e a questo nuovo assessorato un ruolo di cabina di regia pressoché esclusivo nel processo di programmazione e coordinamento. PCI e PSI denunciano una deriva centralizzatrice a favore dell’esecutivo e chiedono un maggiore coinvolgimento del Consiglio, la creazione di commissioni permanenti, comitati consultivi sindacali, centri zonali di sviluppo: temono di essere marginalizzati e rivendicano una partecipazione più ampia, sia politica sia sociale, all’attuazione del piano.

La Democrazia cristiana, pur avendo in passato puntato a piattaforme unitarie, in questa fase tende a valorizzare la “rapidità decisionale”: la fase di attuazione del Piano richiederebbe – è la sua tesi – scelte rapide e unitarie, con una forte guida dell’esecutivo. Paolo Dettori, generalmente dialogante, esclude un superamento delle differenze politiche in nome di un’unità “a tutti i costi”. Le opposizioni, e in particolare il PCI, scelgono di collocarsi nettamente all’opposizione per evitare di essere corresponsabilizzate nella gestione del Piano in condizioni che non ritengono soddisfacenti.

 

  1. A metà degli anni Sessanta emergono i problemi strutturali del modello adottato. Il decentramento promesso non si realizza. La Regione riproduce in forma nuova il centralismo dello Stato, interi territori – soprattutto la provincia di Nuoro – non traggono benefici significativi. La filosofia dei “poli di sviluppo”, elaborata e condivisa da molti economisti e partiti dell’epoca, produce uno sviluppo squilibrato: alcuni territori, settori e gruppi sociali sono fortemente privilegiati, altri restano ai margini. Industrializzazione concentrata, emigrazione di massa, crisi dell’agricoltura tradizionale diventano i segni di uno sviluppo “distorto”.

La consapevolezza dei limiti dell’intervento statale e della mancata attuazione degli impegni presi con la legge 588 porta alla svolta del 1966. Con le dimissioni di Corrias e l’arrivo di Paolo Dettori alla presidenza, nasce la linea della “contestazione-accettazione”: la Regione non si limita a gestire i fondi, ma contesta apertamente allo Stato la violazione dei patti, il disimpegno delle partecipazioni statali, la riduzione degli stanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno, il mancato coordinamento delle politiche di rilancio economico-sociale.

La seduta del 4 luglio 1966 del Consiglio regionale, con la partecipazione dei consiglieri e dei parlamentari sardi, rappresenta il momento simbolico della politica “contestativa”: si fissano obiettivi molto ambiziosi in termini di occupazione, crescita del reddito, riequilibrio territoriale, modernizzazione del settore agro-pastorale, ridislocazione industriale e valorizzazione delle risorse locali. In realtà, il programma è sproporzionato rispetto alle effettive possibilità finanziarie, amministrative e politiche.

L’unità della classe politica sarda è fragile. In breve esplodono divisioni interne alla DC, tensioni con i sardisti, contrasti con un PCI che vuole il dialogo ma allo stesso tempo cerca di cavalcare il malcontento. Le promesse dello Stato restano in gran parte sulla carta: il potere contrattuale sardo si rivela debole. La “politica contestativa” produce consapevolezza e mobilitazione, ma non riesce a cambiare strutturalmente i rapporti di forza con Roma; e le stesse forze autonomistiche, come il PSD’AZ, si lasciano attrarre da logiche di potere e richieste di un assessorato in più.

 

  1. Le elezioni regionali del 1969 confermano la centralità della DC e del PSI, ma aprono una legislatura segnata da instabilità estrema: sette giunte in cinque anni. Le divisioni interne alla Democrazia cristiana, le lotte di corrente, le rivalità personali e territoriali bloccano la capacità decisionale. L’immagine pubblica della politica regionale si deteriora, pur in presenza di analisi e proposte non irrilevanti.

Parallelamente, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul banditismo (Commissione Medici) offre una diagnosi severa: il Piano di rinascita ha favorito lo sviluppo di alcune aree e settori, ma non ha scalfito le condizioni di arretratezza delle zone interne, dove persistono isolamento, frammentazione fondiaria, arretratezza dei sistemi produttivi, marginalità sociale. La Commissione propone di rilanciare e correggere l’esperienza della Rinascita, puntando sulla modernizzazione dell’agricoltura e della pastorizia, sull’industrializzazione nell’area di Ottana, sul turismo come fattore di integrazione e apertura, sulla tutela del patrimonio ambientale e culturale.

Queste indicazioni alimentano la battaglia per il rifinanziamento del Piano, che coinvolge partiti, sindacati e istituzioni regionali. La “Vertenza Sardegna”, sostenuta unitariamente da Cgil, Cisl e Uil, porta a una grande manifestazione a Cagliari nel gennaio 1974. Con difficoltà, ma in una sostanziale ritrovata unità, si arriva alla legge 268/1974, che rifinanzia la Rinascita con una pioggia di miliardi e ridefinisce priorità e strumenti: programmazione per progetti, centralità della Regione, sostegno alla piccola e media impresa, attenzione al settore agro-pastorale e alle aree depresse.

L’approvazione della legge avviene però in un contesto politico mutato: la crisi economica, la secolarizzazione, la sconfitta del fronte cattolico al referendum sul divorzio e il rafforzamento del PCI in Sardegna annunciano la crisi dell’egemonia democristiana e il bisogno di una fase nuova nei rapporti tra le forze politiche.

 

  1. Dopo le elezioni del 1974, in un clima di tensione economica e sociale, le principali forze dell’“arco costituzionale” (DC, PCI, PSI, PSDI, PRI) scelgono di privilegiare le ragioni dell’unità autonomistica. Non si realizza un vero e proprio “compromesso storico” in Sardegna, ma prende corpo una collaborazione incentrata sulla nuova programmazione. Con il passaggio della presidenza della Giunta a Pietro Soddu (1976-1979), si definisce la formula dell’«intesa autonomistica», che punta a una riforma delle istituzioni regionali, a una diversa articolazione dei rapporti con lo Stato, alla valorizzazione degli enti locali e dei comprensori.

L’elezione di Andrea Raggio (PCI) a presidente del Consiglio regionale, con un consenso ampio, esprime la volontà di rilanciare il ruolo dell’assemblea, non solo come sede normativa, ma come luogo di indirizzo politico e di sintesi delle istanze sociali. La Regione cerca di rafforzare la propria funzione programmatoria, di redistribuire poteri verso il basso, di razionalizzare gli enti strumentali. Tuttavia, la riforma agro-pastorale si rivela di difficilissima attuazione, per la complessità degli strumenti (sezione speciale dell’Etfas, “monte dei pascoli”, piani comprensoriali) e per l’insufficiente capacità tecnico-amministrativa degli organismi locali. La difesa dei poli petrolchimici e delle grandi industrie assume un carattere di resistenza, più che di ripensamento strategico: la crisi della Sir e del settore chimico, legata a dinamiche nazionali e internazionali, sfugge in gran parte al controllo regionale.

La crisi economica nazionale del 1977, l’aumento della disoccupazione, l’esaurirsi della spinta unitaria dopo l’assassinio di Moro e il ritorno di logiche di contrapposizione comprometteranno la durata e l’efficacia dell’“intesa autonomistica”, che nella seconda metà della legislatura si sfalda. L’ultima Giunta, sostenuta da DC, PSDI e PRI, segna la fine della stagione di collaborazione più ampia e del tentativo di porre il Consiglio regionale al centro del sistema politico.

 

  1. Alla fine degli anni Settanta si apre una nuova fase. Le elezioni del 1979 certificano la crisi dei partiti tradizionali: il PCI scende al 26,7%, la Dc al 37,7%. Anche dirigenti e militanti comunisti riconoscono che si tratta di un tracollo, come non se ne è mai visto dalla nascita della Regione in poi. Migliora invece, rispetto alle politiche, il Psi, che raggiunge l’11%. Il Partito sardo d’azione conferma il suo 3%, che questa volta gli permette di eleggere tre consiglieri regionali. Il PSD’AZ rinnova la sua linea politica. Nel centro-nord dell’isola, in particolare, si afferma un nuovo modo di intendere il sardismo, destinato a conquistare gradualmente un consenso più ampio. Molto si deve alla figura e al pensiero di Antonio Simon Mossa, architetto e intellettuale, che indica un’alternativa alla classe politica sarda: la conquista di un autogoverno indipendente dalle dinamiche dei partiti nazionali e dalle scelte dello Stato centrale.

Nel 1979 si rompe la “consuetudine” del presidente democristiano: viene eletto Alessandro Ghinami (PSDI). L’anno dopo nasce una Giunta “di sinistra” (PCI, PSI, PSDI, PSD’AZ, PRI) guidata da Franco Rais, che segna l’esclusione della DC dal governo regionale per la prima volta. Il nuovo assetto però è fragile: le ingerenze dei vertici nazionali, le divergenze interne, le resistenze della DC e le difficoltà amministrative portano a crisi rapide e a una paralisi della “macchina regionale”.

Nel frattempo si consolida il processo di terziarizzazione dell’economia, mentre la disoccupazione cresce sensibilmente, malgrado la difesa dei poli industriali. L’immagine della Regione è offuscata da scandali, inchieste giudiziarie, caso P2, che alimentano la sfiducia verso le istituzioni autonomistiche.

L’esplosione del consenso per il PSD’AZ alle politiche del 1983 (quasi il 10%) e alle regionali del 1984 (13,8%, 12 consiglieri) apre la strada al governo sardista. Dopo un duro braccio di ferro con le segreterie nazionali, il PSI sardo sceglie l’alleanza con PSD’AZ e PCI, e il 24 agosto 1984 Mario Melis diventa presidente della Giunta.

Il programma Melis non rompe del tutto con il passato sul terreno economico: si conferma il sostegno ai settori industriali chiave (chimica, alluminio, fibre), si rivendica un più forte ruolo della Regione nella programmazione e nella gestione del credito, si chiede una riduzione della dipendenza dalla Cassa per il Mezzogiorno e dallo Stato centrale. La discontinuità riguarda invece la questione delle servitù militari, la politica ambientale, la difesa delle coste e la valorizzazione del bilinguismo come strumento di riappropriazione dell’identità sarda.

La Giunta Melis si trova però in un contesto difficile: la DC pratica un’opposizione radicale, i rapporti con il PSI sono conflittuali (soprattutto con l’area craxiana), il PCI è cauto su alcuni punti cruciali (zona franca e bilinguismo). I margini reali di manovra sulle basi militari sono ridottissimi. I tentativi di una “terza” Rinascita (nuova legge di intervento straordinario e riforma istituzionale) si scontrano con le divisioni fra i partiti e con l’ostilità della DC, che per la prima volta non condivide la rivendicazione di un nuovo intervento speciale dello Stato.

Malgrado alcune innovazioni e il consolidamento dell’alternanza (Melis è uno dei pochissimi presidenti a concludere la legislatura), la stagione sardo-comunista non realizza gli obiettivi più ambiziosi: la zona franca rimane irrisolta, il bilinguismo è sostenuto quasi solo dai sardisti, la battaglia sulle servitù militari non produce risultati di rilievo. La crisi dell’industria continua, la disoccupazione resta elevata, la fiducia nelle istituzioni regionali non si ricostruisce.

 

  1. Nel complesso la Regione svolge un ruolo ambivalente. È un’istituzione pluralista, capace di analizzare in profondità i problemi della Sardegna, di farsi interprete degli interessi del popolo sardo, di promuovere grandi stagioni programmatiche (i due Piani di rinascita, la Vertenza Sardegna, l’intesa autonomistica). In certi momenti – soprattutto nelle fasi di mobilitazione attorno al “primo” e al “secondo” Piano di rinascita – le Regione diventa il luogo insostituibile in cui si cerca di sintetizzare una volontà collettiva di cambiamento.

Le Regione, però, non riesce a risolvere i nodi strutturali dell’economia e della società sarda: la disoccupazione, l’emigrazione, l’inefficienza del sistema dei trasporti, gli squilibri territoriali. La sua produzione legislativa risulta sbilanciata verso le “leggine” particolaristiche; il suo potere effettivo si restringe progressivamente, a vantaggio dei grandi gruppi economico-finanziari e degli organi statali. La Regione diventa sempre più un’istituzione intermedia, un “campo di sperimentazione” per carriere politiche dirette altrove, più che il vero centro di governo dell’isola.

La modernizzazione accelerata, in parte guidata e in parte subita, trasforma la Sardegna e, al tempo stesso, mette a nudo l’insufficienza degli strumenti istituzionali. Un errore è stato quello di non governare le aspettative: l’entusiasmo eccessivo suscitato dal Piano di rinascita ha alimentato un’immagine quasi miracolistica dell’intervento pubblico (“la casa, il letto, il giornale e la pipa sul comodino”, come ammoniva Michelangelo Pira), che la politica non ha saputo ridimensionare. La Regione, che ha contribuito in modo significativo al processo di modernizzazione, ne è anche vittima: i processi economici sempre più interdipendenti e globalizzati riducono progressivamente la sua capacità di incidere realmente sui destini dell’isola.

 

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