Ninetta Bartoli storia di una donna in politica

di Adriana Cocco


Il contesto storico

È la primavera del 1946 e per la prima volta in Italia le donne hanno accesso all’elettorato attivo e passivo: due recenti decreti hanno esteso alla popolazione femminile diritti sino ad allora riservati agli uomini.

Dieci in quell’anno diventarono sindache, due di queste in Sardegna e non dobbiamo mandare il nostro pensiero ai più grandi e moderni centri dell’isola: Margherita Sanna maestra antifascista è stata eletta a Orune e la Nobildonna Giovanna Bartoli a Borutta, due villaggi dell’interno, uno in provincia di Nuoro l’altro di Sassari.

Carlo Levi nel suo Tutto il miele è finito così ci descrive l’Orune di quei tempi: <<È un paese antico e chiuso, dove permangono, forse più che in ogni altro, gli usi, le abitudini, i costumi, le tradizioni popolari più lontane, e l’intelligenza e il valore di una vita tanto più energica quanto più limitata, piena di capacità espressiva, di potenza individuale e di solitudine. Il vento soffiava nelle stradette vuote, i monti curvavano i dorsi neri sotto il cielo notturno. Dal municipio uscì una donna dai capelli grigi, avvolta in uno scialle da contadina: era il sindaco di Orune>>.

Ninetta Bartoli

Dai primi anni di Ninetta Bartoli all’impegno politico

Gente ben radicata nel suo passato ma al contempo aperta all’innovazione, lo stesso possiamo pensare di Borutta. É qui che nasce Giovanna Bartoli nell’autunno del 1896, in un paese del Meilogu, adagiato nella valle del Rio Frida tra il colle di Sorres e il Monte Pelau. Quella dei Bartoli era una famiglia di nobili probabilmente arrivata in Sardegna dalla Corsica e stabilitasi nel Logudoro, grandi proprietari terrieri in grado di influenzare le sorti economiche e sociali della popolazione.

Giovanna, detta Ninetta cresce secondo l’educazione che spettava alle bambine di buona famiglia nel suo tempo: la immaginiamo giocare con Maria, sua sorella maggiore, nei grandi ambienti della casa padronale. Studia a Sassari in collegio nell’istituto delle Figlie di Maria, la scuola più prestigiosa della città, improntata ai principi della fede cattolica. Qui ha modo di frequentare Padre Manzella, missionario di origini lombarde ma sardo nell’anima e nel cuore che, con sacrificio, si è speso per rendere migliore l’isola che amava: grazie alla sua opera sorsero infatti asili, orfanotrofi e case di riposo per anziani.

La nostra Ninetta non ignora l’esempio, tra le due guerre sorge a Borutta per sua iniziativa una casa di riposo e la cooperativa “Latteria sociale del Meilogu”, azione di notevole importanza per l’economia della zona, la cui principale risorsa era la pastorizia. Diviene presidente delle Dame di Carità e si dedica ad opere di formazione e assistenza.

Durante gli studi in città stringe amicizia anche con Laura Carta un’altra persona che si rivelerà importante per il suo futuro fatto di politica e religione: sua coetanea, anche lei apparteneva a una famiglia di nobili proprietari terrieri e aveva una profonda fede cattolica. Laura all’età di 25 anni sposa Antonio Segni, è così che per Donna Ninetta l’ambiente sassarese della Democrazia Cristiana diventerà familiare. Ormai ristabilitasi a Borutta, nel 1945 è eletta segretaria della sezione locale del partito.
Arriva il 1946 e la possibilità di una sua candidatura a sindaca, ruolo che le permetterebbe di portare a compimento la sua vocazione.

Donna Ninetta Bartoli con Monsignor Arcangelo Mazzotti

L’elezione a Sindaca

È una cinquantenne rispettata, quasi temuta e riesce a ottenere 332 voti su 371. Appoggiata dalla DC lascia le briciole alle altre due liste una sardista, una civica. Sono gli anni del dopoguerra e tutto c’è da fare, come un pittore davanti a una tela bianca la sindaca si mette all’opera.
Ancora vivo, nella memoria di chi l’ha conosciuta, il ricordo dei suoi spostamenti in carrozza, con la borsetta stretta a sé viaggiava per amministrare il suo patrimonio e per adempiere al suo dovere di prima cittadina: fa realizzare l’acquedotto, il sistema fognario, le case popolari e la scuola, porta l’energia elettrica in paese.

Donna astuta e religiosa, non si limita a spazzare via l’arretratezza costruendo infrastrutture ma compie la sua opera più grandiosa salvando il patrimonio che gli antichi avevano lasciato nel territorio.

San Pietro di Sorres

La Basilica di San Pietro di Sorres e il ritorno dei Benedettini

Sul colle di Sorres, a testimonianza di un passato florido, si trova, ormai in rovina, la basilica romanico pisana di San Pietro, sede vescovile dal XII secolo e in decadenza tra mille vicissitudini dal 1505, anno in cui la diocesi fu soppressa. Ninetta agisce con intuito, lungimiranza, generosità e grande impegno per restituire a quel luogo la maestosità perduta.

Sempre vicina agli ambienti clericali, collabora con Monsignor Arcangelo Mazzotti arcivescovo di Sassari e grazie a lui nel marzo del 1948 conosce Padre Agostino Lanzani, monaco e ingegnere, intenzionato a portare avanti il progetto di una fondazione benedettina in Sardegna. Tra le chiese visitate è proprio Sorres ad attirare maggiormente la sua attenzione La sindaca si dimostra subito entusiasta dell’idea di fondare un monastero e si dichiara disposta a ricostruire a sue spese parte dell’antica canonica e a mantenere, finché vive, il primo gruppo di monaci.

Nel 1950 le sorelle Bartoli acquistano il terreno adiacente la basilica e lo donano alla comunità monastica. Nell’ottobre di quell’anno iniziano i lavori di restauro e ricostruzione e nel 1955 i benedettini, che mancavano dalla Sardegna da quattro secoli, arrivano a Borutta, Ninetta li accoglie all’ingresso del paese con soddisfazione.

Nel 1958 la sua esperienza amministrativa giunge al termine ma lei non rinnega la sua natura mantenendo attivo il suo impegno religioso e sociale.

Dal 1978 riposa nel cimitero di Borutta, proprio di fronte al colle di Sorres in una cappella che della basilica riprende lo stile, come a contemplare per sempre il luogo in cui ha riportato la vita.

isbe

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